Il colore del vento

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Tierra del Fuego, 12 ottobre 1996

“Non credo che ci rivedremo” e mentre il vento freddo mi faceva lacrimare gli occhi, Yeremy mi diede un bacio, vergognoso e profondo.

Osservavo il piccolo tender arancione, con la punta di metallo, allontanarsi dallo scafo nero della Micalvi. La bandiera della nave frustata dal vento. Il mortaio di poppa rivolto verso il cielo. Osservavo lei, così piccola in quel mare scuro e severo. Costretto, nel pensiero e nella vista, dalle lingue di ghiaccio che si tuffavano in mare. Protetto dai fiordi alti, pareti infernali e scure e pungenti che delimitavano un corridoio sicuro nelle acque di Beagle, osservavo l’isoletta sul fondo del canale. Il faro rosso e bianco sembrava volersi tuffare, così proteso dalla punta della scogliera. Sulla riva antistante, una grande croce di ferro si ergeva dritta, tra la spuma della risacca e le rocce bianche di guano. Mentre il gommone a motore solcava a fatica le onde brune cercando di conquistare la riva, la mia mano tesa al cielo con un gesto che sentivo infantile, salutava la giovane Yeremy. Avrei voluto gridarle che il mondo stava dalla parte opposta.

Yeremy l’avevo conosciuta il giorno prima. Eravamo gli unici due civili a viaggiare sulla nave d’appoggio Micalvi della Forza Navale. Ad onore del vero con noi c’era anche un medico, che vestiva un pesante cappotto nero, un cappello di feltro scuro e una sciarpa di lana rossa fatta in casa. Non so se lavorasse per l’esercito o fosse un civile, ma la cosa ha poca rilevanza poiché il dottor Zibì, questo il suo nome, come raggiunse la coperta della nave si chiuse nella sua cabina e ne usciva solamente per riempire il suo thermos di acqua calda.

Yeremy Morales invece aveva 14 anni, figlia di un errore e di una madre che per donarle la vita aveva perso la sua. Era bella, solare, piena di energie e ottimismo. E non voleva andare a vivere con lo zio nella base militare di Puerto Harris.

Quando la nave salpò da Puerto Williams la sera prima, il molo era pieno di persone. Erano i parenti dei marinai che affidavano i loro figli al mare per 6 mesi d’inverno. Tra tutti c’era un signore magro che portava degli occhiali grandi e scuri, nonostante la luce fredda dell’imbrunire australe non avesse la forza di disegnare neppure le ombre delle cose.

Quell’uomo abbracciava una ragazza. Quell’uomo stava piangendo. Lei si abbandonava al suo abbraccio con una rassegnazione che tradiva la supplica di non lasciarla andare. Il rispetto per l’intimità di quel gesto mi spinse ad abbassare lo sguardo.

La Micalvi lasciò la baia di Puerto Williams con due fischi di sirena. Le persone sul molo si facevano sempre più piccole, a mano a mano che la nave prendeva il largo. In poco tempo quelle figure umane si persero nella penombra del villaggio tanto che non era più possibile distinguere neppure quell’uomo che, solo e immobile, era rimasto in piedi là dove il molo finisce. Il blu della notte inghiottì presto anche la scia della nostra nave che ora sembrava muoversi sospesa tra cielo e mare.

La navigazione avveniva al buio poiché le acque della nostra rotta erano acque militari, contese da sempre tra Argentina e Cile. Il cielo era terso e ricco di stelle. Il vento si era placato. Se fuori era freddo e buio, sottocoperta viveva un mondo rumoroso, festoso e accogliente. Furono i giochi dei soldati e della giovane cuoca che mi fecero avvicinare a Yeremy, e fu il mal di mare che ci fece passare la notte più fuori che dentro. Coperti da un poncho militare ascoltavamo il ruggito delle onde che ci sorprendevano nell’oscurità ora a dritta e ora a poppa, in un caos primordiale e feroce. Era uno spettacolo irresistibile, un gioco pericoloso e allettante quello di riuscire ad arrivare nella parte più alta della nave senza farsi sorprendere da un’onda. Dall’alto del ponte, prigionieri di una libertà infinita, gridavamo al buio i nostri sogni. Giocavamo a dare un colore al vento e dopo una farneticante discussione concordammo che se il vento avesse un colore, questo sarebbe il rosso. Non esisteva più ghiaccio, sale, vertigine che non fosse parte insostituibile di quella notte. Fradici d’acqua salmastra, ebbri di giocosa follia,  desistemmo solo quando un marinaio ci venne a chiamare per avvisarci che entravamo nel Pacifico e che il mare si sarebbe fatto ancora più duro. Rientrammo, ma il caldo torrido della coperta, le mappe appese ai muri con le rotte e i continenti, i giovani soldati che giocavano al truco in cambusa, erano lontani dal nostro stato d’animo. Preferivamo il mondo immaginato, ritagliato tra le stelle. Preferivamo la ricerca della complicità dell’altro, vivevamo la felicità di quella grande menzogna che è il primo incontro sapendo che sarebbe stato anche l’unico. Così di tanto in tanto aprivamo il portellone che si affacciava sul nulla e stavamo li, tra il reale e l’immaginario. Ci afferravamo a vicenda, guardavamo quei muri d’acqua alti tre volte la nave che si issavano dritti a poppa e che dopo un istante crollavano con uno schianto tremendo che sembrava dovesse spaccare lo scafo, e trascinare tutto e tutti nella sua spumeggiante ritirata.

Poi Yeremy cominciò a vomitare e neppure io mi sentivo molto bene. Per alcune ore il mare fu tremendo, tanto che era impossibile persino stare stesi sulla branda della cabina senza esserne sbalzati fuori. Solo alle 11 della mattina seguente raggiungemmo delle acque più miti, tornando a navigare protetti da una miriade di isole e rocce emerse. Il sole splendeva alto nel cielo e il vento batteva implacabile la terra. Sibilava forte correndo tra sagole e stragli, si insinuava tra gli alberi bandiera e i pani degli indios, carezzava i muschi e si richiudeva in un vortice trascinando con se tutti i rumori. Poi solo il silenzio. Un istante, non di più. Ma abbastanza da desiderare che quel viaggio non finisse mai.

Yeremy dormì tutto il pomeriggio e quando il marinaio bussò alla porta della sua cabina per avvisarla che presto saremmo arrivati a Puerto Harris, dovette farlo con insistenza. Mentre la nave penetrava agile tra le gole di ghiaccio del canyon di Harris, io e Yeremy seguivamo dal ponte più alto l’avvicinarsi dell’isola, il saluto lontano dei soldati su al faro, le nubi correre nel cielo, i nostri nasi farsi rossi, gli occhi lacrimare. Consegnavamo le nostre poche parole all’eternità di un momento, respirando tutto ciò che avrebbe potuto essere, tutto ciò che abbiamo sognato e tutto ciò che non avremmo mai fatto. Io rimasi a guardare, mentre Yeremy si calava sul gommone già carico di provviste. Osservavo stupefatto la sua serenità e il destino che le camminava affianco. Mi dicevo che la felicità non dipende da quello che la vita ti dà. Mi chiedevo se anche un pezzetto di me sarebbe restato con lei su quella minuscola isola, mi domandavo se non sarebbe stato giusto tentare di dissuaderla. Che cosa avrebbe fatto in quell’avamposto del mondo sola con dei soldati? Respiravo profondamente.

Respiravo la vita e la fine. E quando i motori della nave tornarono a rompere le onde, lei si voltò, stava salendo il dirupo che portava al molo. Mi cercò, mi salutò gettandomi un bacio posato sulla mano e consegnato al vento come una preghiera.

La nave riprese il largo, mentre il giorno tramontava e il faro si accendeva. Costeggiando il versante di levante dell’isola, dove le rocce si facevano più rotonde e i caiquenes vanno a riposare, si potevano vedere le basse baracche della guarnigione, nere contro il sole che svaniva. Dai comignoli il fumo si perdeva rapido nel vento. D’oro si faceva il cielo. La distanza e il tempo avrebbe presto fatto scomparire quelle terre e le sue genti nel buio della notte. Già l’isola si faceva sempre più piccola all’orizzonte. Mi piaceva rimanere sul ponte, solo, sapere che mi avrebbero visto triste.

Poi balenò una luce vermiglia in cielo, la quale vinse qualunque mio sentimento.

Osservai l’isola ormai lontana. Scorsi solo la luce del faro che intermittente, affogava e riemergeva tra le onde del gelido mare.

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