Si chiama Escobar

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Buenos Aires, 13 agosto 1995

Erano giorni strani, un po’ depressi e piovosi. Avevo cenato in un self-service all’angolo con la 9 de Julio. Un posto economico, con i tavolini di formica rossa anni 70, le sedie sbeccate e piene di briciole. Il portatovaglioli senza tovaglioli e il barattolo del ketchup color rosa pallido. Poi, finita l’ultima empanada, avevo percorso la strada a ritroso fino al Ritz Hotel. Pochi isolati affondati nel buio della notte porteña. Come al solito, sul riflesso bagnato dell’insegna luminosa del mio hotel, il piccolo Juanito mi aspettava con un pacchetto di Derby Light in mano. Il suo sorriso fatto di pochi denti scuri mi domandava se domani sera sarei ancora stato lì. Feci cenno di si con la testa e lasciando cadere due monetine da 1 peso nella sua mano tesa, gli augurai una buona notte. Quell’incontro puntuale, tutte le sere, mi rassicurava.

Ritirai la chiave della mia camera dal grasso portiere notturno e salii le scale fino al primo piano. La mia camera era la 111, con l’ 1 centrale scollato e appoggiato al primo.

La mia camera era la 111, con l’ 1 centrale scollato e appoggiato al primo.

Meccanicamente mi spogliai e mi infilai a letto. Fissai per un po’ il ventilatore coperto di polvere sul tavolino della mia stanza, poi mi misi a scrivere sul mio diario di quei giorni confusi e pieni di incontri. Stavo giusto scrivendo di quando mi avevano puntato addosso una pistola a Ciudad Oculta, che sento bussare. Non aspettavo nessuno e solitamente se arrivavano visite per me, il portiere mi avvisava gridando dal piano inferiore il numero della mia stanza. Riabbassai lo sguardo sul mio taccuino, sicuro che stessero bussando alla porta accanto. Ma un istante dopo, tre colpi scossero il silenzio con più insistenza e fecero traballare il piccolo asciugamano appeso al chiodo sul retro della porta della mia stanza. Scesi dal letto, mi infilai i pantaloni e andai a vedere chi mai potesse cercarmi a quell’ora.

Aprii la porta e mi trovai davanti una ragazza. Esitai un attimo prima di rivolgerle un saluto che doveva suonare pieno di contraddizioni e domande. “ Ciao, mi chiamo Gabriela e sto qui alla stanza 116… sono sola, ti va di venire un po’ da me? “.

sono sola, ti va di venire un po’ da me?

Nell’istante in cui il mio viso diventò dello stesso colore della fòrmica anni 70, le mie gambe vennero trafitte da un fulmine nervoso e stanco che le fece vacillare. E’ il primo effetto che mi fanno tutte le ragazze belle. Le dissi che dovevo pensarci! Richiusi la porta anche un po’ scocciato di una simile sfacciata proposta. Ma pensare a cosa? Che risposta idiota! Mi tuffai sul letto divertito dalle sorprese del mondo, e pochi istanti dopo stavo bussando alla porta socchiusa della camera 116.

Sulla sinistra un letto a due piazze sul quale la ragazza stava distesa e al suo fianco un letto singolo. In entrambe i letti le coperte erano tese e profumate come se fossero appena stati rifatti. Con evidente imbrazzo salutai di nuovo la ragazza, richiusi la porta alle mie spalle sbirciando se qualcuno mi avesse visto entrare. Farfugliando qualcosa passai ai piedi del suo letto e andai a sedermi sulla punta dell’altro cercando di non sgualcire le coperte.  Nessuno di noi si scusò per l’intrusione nella vita altrui e dopo pochi attimi di silenzio, lei iniziò a raccontarsi.

Si chiamava Gabriela Maria Escobar, 21 anni, veniva da una cittadina del nord, vicino alle cascate dell’Iguazù e al confine Brasil-Paraguayano. Era a Buenos Aires da pochi giorni per venire a trovare il fratello più grande. Fino a quel giorno con lei c’era la sorella minore che però era tornata a casa per non assentarsi troppo da scuola e per non preoccupare la madre che non sapeva nulla di ciò che stava accadendo. Questo spiegava la presenza del letto sul quale ero seduto. Il fratello da 6 anni faceva il narcotrafficante e questa volta lo avevano beccato. Lo avevano portato al carcere di Mercedes, alla periferia di Buenos Aires. Era l’unico maschio rimasto in famiglia. Il padre era stato ucciso durante una sparatoria e il fratello maggiore era morto annegato dopo aver tratto in salvo lei e il fratello dal naufragio della barca di famiglia. La notizia dell’arresto del figlio sarebbe stata troppo dura perché la madre potesse sopportarla. Così le due figlie si sono fatte carico della situazione e l’avrebbero mantenuta segreta almeno fino a che non fosse stato certo il suo destino. La sua voce era fredda e sbatteva sulle pareti bianche della stanza, graffiate dalle ombre nere del calore dei termosifoni di ghisa. La sua lucidità nel raccontare questi fatti raccontava di una vita dura, la luce dei suoi occhi testimoniava forza e tenerezza. Ma io non ero cosi sicuro di volermi lasciar investire da un fiume di emozioni in piena. Neppure se provenivano da un’ affascinante sconosciuta distesa su un letto d’albergo nel cuore della notte.

la luce degli occhi di Gabriela si trasformò in lacrime

Ma mentre pensavo a quelle cose, la luce degli occhi di Gabriela si trasformò in lacrime. I singhiozzi spezzarono le sue parole fino a renderle incomprensibili. Io che nel frattempo mi ero lentamente rilassato e accomodato sul mio spigolo di letto, sbalordito dai racconti della ragazza, fui riportato d’improvviso alla realtà. Mi guardai lì, seduto nella camera di una sconosciuta che stava piangendo un destino crudele. Le mie parole di circostanza sembravano non raggiungere neppure Gabriela che si era voltata e mi dava le spalle. Continuavo a chiedermi che cosa c’entrassi io in tutto ciò e che cosa mi trattenesse ancora lì. A braccia conserte e con un’espressione da finto compianto in volto, aspettavo il momento per salutare e tornarmene dritto a letto. Ma ancora una volta il comportamento di Gabriela mi sorprese. Rivolgendosi bruscamente a me, domanda: “ ti da fastidio se mi spoglio?”. Pensando di togliere entrambi dall’imbarazzo le proposi di lasciarla sola, ma Gabriela si stava già togliendo la maglia di lanina color ocra.  Posò i piedi a terra e alzandosi dal letto si tolse anche la canottiera.  Si diresse ai piedi del suo letto senza neppure rivolgermi lo sguardo e tolse il reggiseno. Quando si carezzò i seni mi domandai se io a quel punto dovessi fare qualcosa. Poi infilò una maglietta sgualcita col logo della birra Quilmes. Mi sorrise, si tolse i pantaloni e tornò verso di me. Immagino che il mio sguardo puntasse dritto alla fuga delle mattonelle di graniglia del pavimento, mentre nervoso attendevo che Gabriela mi saltasse addosso. Invece deviò e si infilò sotto le coperte del suo letto.

Tirai un sospiro. Non era nè sollievo, nè dispiacere nè ansia, solo un segnale che ero ancora vivo. Guardai l’orologio, le 3. Dissi che me ne sarei andato a letto e lei mi propose di dormire lì, nel letto della sorella. Non solo non sono mai stato brillante in  queste situazioni, ma questa volta qualcosa mi diceva che facevo bene a dubitare della circostanza. Quindi rifiutai. Mi informai però sui suoi programmi per il giorno seguente. Come al solito alle 6.30 avrebbe preso il bus diretto a Mercedes per andare a trovare il fratello. Ma prima avrebbe cambiato hotel. Esattamente dirimpetto al Ritz c’è un’altra pensione che costa un paio di dollari in meno. Mi propose di trasferirmi con lei. Le spiegai che non potevo perché il mio recapito di lavoro era qui, ma l’avrei accompagnata volentieri la mattina seguente e magari avremmo fatto colazione assieme. Mi avvicinai alla porta, le spensi la luce e mentre nel buio si smarriva il suo gracias, chiusi dolcemente la porta.

le spensi la luce e mentre nel buio si smarriva il suo gracias, chiusi dolcemente la porta

Tre ore dopo suonava la sveglia.

Scivolai fuori dalle coperte cercando invano di non svegliarmi. Mi sciacquai la faccia e uscii. Incontrai Gabriela sulle scale, con un grande borsone celeste che non avevo visto nella sua camera. Eravamo in ritardo entrambi all’appuntamento e non c’era tempo per fare colazione. Le portai il bagaglio dall’altra parte della strada fino alla porta della Pension Tropical. Gabriela avrebbe lasciato i bagagli nel nuovo hotel e sarebbe scappata al Retiro per non perdere il bus. Ci demmo appuntamento al Tropical per le 12.30, quando sarebbe stata di ritorno da Mercedes e avremmo avuto tempo di chiacchierare un po’. Tornai in camera assaporando le ore di sonno che mi separavano dal mezzogiorno. Questa storia cominciava ad intrigarmi, Gabriela era certamente strana ma aveva un bel corpo. Mi riaddormentai sereno.

Con una puntualità tutta europea e un po’ fuori luogo, alle 12,30 pregavo l’anziano portiere della pensione Tropical di avvisare la señorita Gabriela Escobar della mia presenza.  Nonostante la pensione avesse pochissime stanze e ancor meno ospiti, il portiere non tradì alcun dubbio e non esitò a consultare più volte il registro degli ospiti. Alle sue spalle un gatto rosso si rotolava sul tavolino del telefono. “Non c’è nessuno con questo nome, ragazzo!” sentenziò il portiere. Impossibile. Gli feci notare che io stesso avevo accompagnato la ragazza la mattina stessa, verso le 6.15 circa. Cercai di descrivere Gabriela, alta, capelli scuri lisci e lunghi, formosa, con una giacca verde e dei jeans blu appena un po’ consumati sotto le ginocchia. Con un sorriso paterno mi disse che lui era sempre stato su quello sgabello e questa mattina non era arrivato nessun nuovo cliente, tantomeno una bella ragazza. Ma certo, Gabriela accortasi del tremendo ritardo ha portato il bagaglio con sè a Mercedes e si registrerà in hotel al suo ritorno. Mi sembrava una giustificazione plausibile, anche se quando l’ho salutata era già con un piede dentro l’hotel. Come mai l’anziano portiere non si era accorto di lei? Comunque sollevato per aver risolto in maniera logica il mistero, mi congedai dal portiere avvisandolo che sarei tornato più tardi e pregandolo di avvisare la ragazza al suo arrivo che poteva trovarmi al Ritz.

Passai il pomeriggio riordinando gli appunti, le idee e fumando. Il canale televisivo Cronica mostrava le immagini dell’ennesimo omicidio nella periferia bonarense. Le telecamere indugiavano sul rivolo di sangue di un corpo riverso sull’asfalto mentre il cronista farneticava fantasie spacciate per verità sulla dinamica dell’assassinio.  Un uomo gridava mentre la mano di un passante copriva l’obiettivo della telecamera. Poi le previsioni del tempo. Sole su tutto il Paese. E nuove immagini di sangue, questa volta da un incidente stradale sulla General Paz. E’ un canale televisivo grottesco, il mio preferito. Questa realtà schizofrenica mi portò alle 18. Non era arrivata nessuna telefonata per me così decisi di andare a trovare Gabriela. Aprii la finestra nella speranza che il fumo dolciastro delle Derby se ne andasse. Fuori aveva ricominciato a piovere. Attraversai la strada balzando tra una pozzanghera e l’altra. Mi strofinai la testa come per asciugarne i capelli, spinsi con forza la porta di vetro nero della pensione Tropical. L’anziano concierge non si era mosso di un centimetro da quando me ne ero andato; sempre sul suo sgabello, sempre col gatto alle sue spalle. Lo salutai e chiesi di Gabriela Maria Escobar.

Cominciavo a sentirmi un idiota e la cosa iniziava a indispettirmi un po’.

Abbassando lo sguardo sul registro e scuotendo il capo dopo un istante mi ripetè che non c’era nessuno con quel nome. La mia delusione era evidente. Tornai ancora una volta sui miei passi, ringraziandolo e dicendogli che magari sarei tornato l’indomani, nel frattempo se fosse arrivata… Cominciavo a sentirmi un idiota e la cosa iniziava a indispettirmi un po’. Io stesso l’avevo accompagnata quella mattina. E che bisogno c’era di darmi un appuntamento se voleva andarsene? Mi venne un dubbio. Mi affrettai a domandare al portiere del mio hotel quale fosse il nome reale della ragazza che alloggiava nella 116. Forse mi aveva dato un nome inventato!

Non fu facile estorcere la scheda di registrazione della ragazza ma il giovane ciccione alla fine fu comprensivo e mi aiutò. Gabriela Maria Escobar, 21 anni, passaporto paraguayano e residente a Puerto Rico, Misiones – Argentina. Non aveva inventato nulla. Vedere i suoi dati scritti nero su bianco mi scosse un pò. Come se tutto ciò che era accaduto diventasse più pesante e drammaticamente reale. Ripensai alla notte passata, ai suoi racconti e mi assalì un senso di colpa per la goffaggine con la quale mi ero comportato e che certo non l’aveva confortata. Ma cosa voleva da me, sesso? O solo sfogarsi? O forse entrambi… ma perché proprio io?

Vagabondai fino a tardi per le strade della città tra il Congresso e la Casa Rosada, mangiando un carlito jamon y queso. Mi infilai al Tortoni a bere un tea di boldo e ascoltare un po’ di tango. Attesi Juanito sulla porta del mio hotel, indossava delle scarpe da ginnastica bianche. Gli domandai dove le avesse trovate e mi accesi una sigaretta. Invidiavo la sua serenità sbruffona e la dignità nell’indossare quegli stracci che portava come preziosi broccati. Chiacchierammo un po’. Compassionevoli frasi fatte e luoghi comuni che si perdevano nel silenzio del buio metropolitano. Soffocai il mozzicone della mia sigaretta con la punta della scarpa e mi congedai dal piccolo Juanito, stanco come solo una giornata vuota può stancare. Mi infilai a letto e dormii profondamente.

Nel cuore della notte il vecchio telefono della mia camera trilla affaticato e mi sveglia. Sollevo la cornetta, rispondo. “Sono Gabriela…”.

Una luce rossa fangosa proveniente dalla strada inondava la mia camera. Era l’insegna luminosa della Coca Cola che aveva ripreso a funzionare al di là della strada.

“Gabriela!? …dove sei finita?” “Non ti preoccupare, sto bene. Volevo solo risentire la tua voce e ringraziarti per ieri notte.

“Gabriela!? …dove sei finita?” “Non ti preoccupare, sto bene. Volevo solo risentire la tua voce e ringraziarti per ieri notte. Ti prego di dimenticare me, il fatto che ci siamo conosciuti e anche questa telefonata. Non mi cercare più, è meglio… ” Continuavo a domandarle dove fosse, a dirle che avrei potuto raggiungerla. Ma Gabriela aveva riattaccato.

Riagganciai la cornetta e rimasi immobile, con una mano sul telefono e lo sguardo perso nel rosso vischioso di quella notte. Chissa quando l’insegna della Coca Cola aveva ricominciato a funzionare?

Per molto tempo mi domandai che cosa volesse e chi fosse stata realmente quella ragazza. Finchè un giorno sfogliando un famoso giornale scandalistico latinoamericano, la rividi con un bimbo di appena due anni in braccio. Gabriela Maria Escobar, nipote di Pablo Emilio Escobar Gaviria, figlia di Victoria Escobar, arrestata per omicidio e detenzione di stupefacenti il 20 aprile 1998.

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