Tradimento: A un passo dalla felicità, a un passo dal peccato

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Gliela hanno appesa al collo con un sottile nastro rosso, come a un cane. Altrimenti potrebbe ferirsi, le avevano detto. Da allora Lucia passeggia fischiettando nei lunghi corridoi e nei cortili, con una mano sempre sul petto, come a chi viene meno il respiro, per paura di perdere anche il ricordo.

Le si legge in volto il sollievo che prova nell’accarezzare con le dita quella medaglietta dorata. E’ la serenità di chi è convinto che il temporale passerà. Ma certo, non può immaginare chi le abbia portato quel ciondolo.

Ovviamente è stato Victor, giurerebbe la povera Lucia. Tra i suoi mille impegni, i suoi viaggi, non l’ha mai dimenticata. Sono passati 221 giorni da quel pomeriggio, dall’ennesima crisi. Tanti quanti i girasoli che ha disegnato sulla parete affianco al letto.

Sono 221 giorni che Lucia non fa l’amore, che non va al cinema, che non beve una birra, che non vede i suoi amici. Sono 221 giorni di tutto, o quasi. Stesa con lo sguardo sbattuto contro quel muro, Lucia passa ore a ricordare l’amore, le carezze, le mani di lui che le pettinavano i lunghi capelli.  A Victor non importa se Lucia sia o sembri matta, la ama ugualmente, anche con la sua follia, come ama la campagna e il vino. La scelta del ricovero era stata una decisione che avevano preso insieme. Avevano preparato una valigia di pochi vestiti, e qualche libro. Avevano dimenticato quel ciondolo, che raramente lei si toglieva di dosso. Ma i medici assicuravano che pochi giorni di terapia sarebbero stati sufficienti.

Ora Lucia è stanca di quella vita, e di stare sola. E’ stanca persino di essere matta, e gioca ad essere lucida. Poi si stanca anche di quello. Per finire a ingoiare altre pasticche amare, che la aiutano a sopportare la realtà, l’abbandono e gli eccetera. Aspetta solo il giorno che verrà, per disegnare un altro girasole nel suo campo umido e grigiastro, ai piedi del letto.

Strofina il suo ciondolo, e peccato – si dice – che Victor sia venuto mentre lei dormiva. Capita spesso ultimamente. Lo ha detto tante volte agli infermieri, di svegliarla quando viene il signor Victor, di darle meno farmaci, che non ha bisogno di dormire tanto, che già si sente meglio e pronta per uscire.

Fuori invece sono cambiate molte cose. Victor è morto da un mese, per un infarto. E ha lasciato a sua moglie Irene un vuoto duro e amaro. Con la scomparsa del marito Irene pensava di aver toccato il fondo della disperazione, poi si accorse che ancora non aveva perso tutto, che c’era altro da perdere, che il fondo in realtà non ha fondo.

All’apertura del testamento, il notaio aveva elencato i beni della successione. C’era una casa di troppo, della quale Irene non aveva mai sentito parlare in vita sua.

Ci mise quasi tre settimane a farsene una ragione e fu lo stesso notaio che la accompagnò al numero 82 di Calle Arenales, in un assolato sabato pomeriggio. Le suggerì di suonare il campanello della signora Utin; lei aveva le chiavi dell’appartamento. Lui non l’avrebbe accompagnata perché quelle sono cose dell’intimità. E lo disse rivolgendo lo sguardo altrove, accendendosi una sigaretta.

Irene salì fino al terzo piano e alzando lo sguardo, sugli ultimi gradini, le sembrò di trovare qualcosa di noto nel volto di quella signora, che la stava aspettando stringendo in mano il mazzo di chiavi. In effetti si erano incontrate qualche volta, per caso, in coda per l’Opera, o in metropolitana, quando Irene usciva in compagnia del marito. Non si erano scambiate mai più di un saluto. Victor era un uomo conosciuto e salutava talmente tanta gente ogni volta che passeggiava per i marciapiedi del centro, che quella signora, nell’immaginario di Irene non aveva mai ricoperto un ruolo più importante di un buonasera.

Ma in quel momento non poteva ricordare lucidamente tutto questo, tanto era costretta nel dolore e nell’imbarazzo di quella situazione, e rivolse un saluto quasi grato alla donna che custodiva le chiavi del suo mistero.

La signora Utin porse quelle chiavi a Irene, che non volle accettarle. Non erano sue. E con lenta gentilezza, sotto voce, disse “la prego, apra lei” e seguì la signora verso la porta dell’appartamento. Con l’aria di chi, giunto alla resa si sta togliendo un peso, la signora Utin infilò la chiave nella serratura. “Facendo qualcosa che non avrebbe avuto ritorno”, aprì la porta e fece un passo indietro.

Il buio di quell’appartamento sapeva di chiuso. Sul fondo dell’oscurità, solo i contorni della tapparella abbassata, gonfi di luce del sole di marzo.

Irene si chinò e raccolse alcuni foglietti pubblicitari, spinti sotto la porta chissà quando. Li osservò, ma i suoi pensieri si avvitavano nel limbo delle possibilità. Se ne sarebbe potuta andare immediatamente, costruendo chissà quali congetture sulle ombre del dubbio.

Rimase a lungo immobile. Poi prese fiato, socchiuse gli occhi, e facendo scivolare la mano sulla carta da parati della casa, accese l’interruttore. La signora Utin, ancora sul ballatoio, abbassò lo sguardo, come si fa in segno di rispetto quando passa la morte.

“Se avesse bisogno di me, abito nell’appartamento qui di fronte”, disse. E si ritirò.

Irene entrò a passi lenti, quasi chiedendo permesso. Camminò al centro della stanza, come in equilibrio su una fune invisibile, sospesa nel vuoto di quell’appartamento sconosciuto, illuminato dalla luce piatta e lattiginosa di un lampadario bianco.

Si guardava intorno cercando la ragione di quella casa, ma senza avvicinarsi a nulla.

Osservò il vecchio divano di velluto arancione, e un cuscino a terra. Una vetrinetta bianca, piena di scartoffie malamente impilate. Una vecchia borsa di pelle marrone, su una sedia, e una sciarpa di lino. Un tappeto, un telefono grigio, una ciotola con delle chiavi. Una pianta di ficus, ormai secca, riversa su una parete.

E li, su quello stesso muro, appese con ordine, tredici fotografie che ritraevano una coppia in città diverse del mondo. Parigi, Venezia, San Francisco, New York, Montecarlo, Iguazù.

Quella coppia erano suo marito Victor e sua sorella Lucia.

Tra quelle, un’immagine ritraeva anche lei. L’aveva scattata Victor alle due sorelle davanti al Pan de Azucar. Ventisette anni prima, quando Lucia si separò dal marito e la portarono in vacanza a Rio de Janeiro.

Irene non credeva ai suoi occhi. Rimase senza fiato davanti a quella verità. Le gambe iniziarono a cederle, il fuoco nello stomaco e poi il ghiaccio della disperazione. Le si annebbiò la vista.

Indietreggiò, senza riuscire a distogliere lo sguardo da quel muro. Irene riprese a camminare per la stanza, sfiorando con la mano gli oggetti e i pochi arredi. Si sentiva morire, voleva morire.

Entrò nella cucina, fatta di pochi pensili color legno, un frigo con ancora una bottiglia di champagne. Una tazza sul piccolo tavolo di formica, e una confezione vuota di biscotti Manon. Una lavagnetta appesa al muro, su cui la calligrafia della sorella aveva scritto, con un pennarello blu, “torno presto!”. La ricevuta di un ristorante di Puerto Madero e un posacenere vuoto sul tavolo.

Esanime e senza più espressione in volto, Irene continuò quella visita tra i fantasmi della vita. Entrò in camera, lasciò scivolare lo sguardo sulla trapunta a fiori, il quadro sopra al letto con i gauchos di Molina Campos, un paio di scarpe da tango, da uomo, vicino a un comodino. Un grande girasole dipinto, sulla parete con lo specchio. Nell’armadio un lungo abito da sera, di seta rossa. E in un angolo, una chitarra.

Continuava a guardarsi intorno, spaesata, incredula.  Non sapeva neppure che Victor ballasse il tango, e che sua sorelle suonasse ancora la chitarra.

Impotente, rovistava nei cassetti, frugava nelle pieghe più intime del sospetto.

Infine entrò in bagno, con il ghigno di chi osserva il disastro, e non trova niente da salvare.

Come poteva non essersi accorta mai di nulla? Infiniti attimi di quotidianità lontana si rincorrevano nella sua mente. Litigi, ansie, fantasie, dubbi affogati nella fiducia.

Irene incrocia il suo stesso sguardo nello specchio di quel bagno. Nei suoi occhi nudi rivede quelli della sorella e del marito, abbracciati e innamorati. Abbassa il capo, le braccia, si arrende.

Vicino al lavandino ancora i trucchi di Lucia, e la boccetta di  Air du Temps, lo stesso suo profumo. Lo stupido pensiero delle cose che avevano in comune, senza neppure saperlo. Poco più in là, vicino al portagioie, un ciondolo d’oro con la catenina spezzata.

Una smorfia attraversò il sul suo viso nello scoprire i delfini colorati che vi erano dipinti sopra; l’animale preferito di Victor. E ancora un colpo al cuore, quello di grazia, nel leggere l’incisione sul retro: “a un passo dalla felicità, a un passo dal peccato”. Era una frase che Victor portava con se da sempre, e da chissà dove. L’aveva voluta incidere anche in un bracciale regalato a lei molti anni prima.

Irene non ebbe più la forza di andare avanti, le veniva il vomito. Spense la luce alle sue spalle e si buttò in strada.

Camminò tutta la notte, percorrendo le strade del centro come fossero le rovine della sua vita, con una sola domanda in testa: “perché?”.

La vita con Victor era sempre stata felice, quasi perfetta. Su trenta anni di matrimonio non ricordava un periodo di crisi, di afflizione, di noia. Victor era stato un marito premuroso, un uomo sul cui amore si sarebbe giocata la vita, per il quale avrebbe fatto qualsiasi cosa.

Invece poche ore erano bastate a sgretolare le convinzioni e i sentimenti di una vita intera. Perché non aveva avuto il coraggio di dirglielo? Chissà quanti viaggi di lavoro erano stati invece una fuga d’amore.

E sua sorella Lucia. Per quale ragione farle questo? Il suo matrimonio non aveva funzionato per colpa di Victor? E la lontananza che negli anni le aveva separate sempre più, anche questa doveva essere a causa del rapporto con Victor, e non per la sua malattia. Tutto era diventato una menzogna e la risposta a ogni domanda generava altre domande. Irene stava impazzendo, non riconosceva più le strade, la città, se stessa. Cominciava a sentirsi colpevole, stupida e sola. Mentre le strade della capitale si svuotavano e l’umidità della notte penetrava nelle ossa, Irene continuava a camminare, senza vedere la luce. Fino a che, nel cuore di quelle tenebre, maturò una decisione.

Tornò nell’appartamento di calle Arenales. Raccolse in due grandi sacchi tutti gli oggetti della casa. Ci infilò dentro il profumo, l’abito di seta, le scarpe da tango e la coperta a fiori. Quaderni, carte, lavagnetta e qualsiasi cosa le capitasse per le mani. Tirò giù dalla parete i quadretti con le fotografie e li gettò nel sacco.

Esausta si sedette sul divano, con le mani sul volto, circondata dal silenzio di quella notte eterna. Osservava la parete delle fotografie. Il tempo aveva lasciato il segno delle cornici sul muro. Davanti all’impossibilità di eliminare il passato, un fuoco di rabbia avvolse la ragione. Avrebbe voluto che tutto bruciasse. Lei compresa.

Riprese le fotografie, unica prova in fondo, del rapporto tra Victor e Lucia. Le osservò attentamente ad una ad una, cercando di ricostruirne gli anni, le occasioni, cercando bugie e risposte nei dettagli, negli abiti, nei gesti.

Ma tutto era troppo faticoso ormai, e senza alcun senso.

Perché Victor le aveva lasciato quel fardello? Perché Victor l’aveva lasciata sola?

Prese un coltello in cucina e iniziò a cancellare la verità. Grattò via dalle fotografie il volto del marito, e quello di sua sorella Lucia. Raschiò via i pezzi di corpi nudi, le mani che si sfioravano, i sorrisi. Cancellò se stessa da quella vacanza a Rio de Janeiro, che solo fino a poche ore prima ricordava come un momento felice. Ogni strappo nella carta era uno strappo nelle carni, e un sollievo al tempo stesso. Non si sarebbe mai fermata Irene, avrebbe cancellato tutto, anche la morte del marito se fosse stato possibile, e tutto sarebbe tornato come prima.

C’era una fotografia di Lucia nel cassetto del comò. Ritraeva la sorella il giorno dei suoi 15 anni. Loro madre aveva voluto fotografarla vicino al camino di casa, con l’abito bianco della festa e un rosario in mano. Anche quella foto doveva scomparire. Irene voleva solo che quel posto tornasse ad esserle anonimo e privo di significato come lo era fino a poche ore prima. Voleva riappropriarsi della sua verità, quella di sempre. Le strappò con veemenza il volto, il braccio, e gettò anche quel quadretto nel sacco nero con le altre fotografie.

Prima di uscire si ricordò del ciondolo con i delfini, lo prese e se lo infilò in tasca.

Raccolse i sacchi pieni di memorie da buttare, usci dalla casa e si tirò la porta alle spalle. Suonò il campanello della signora Utin, e le riconsegnò le chiavi.

Erano quasi le 8 del mattino, un tiepido sole filtrava tra i palazzi del centro. Irene abbandonò i sacchi sul marciapiede, vicino alla spazzatura. Salì su un taxi e si diresse all’ospedale psichiatrico Borda.

Per tutto il viaggio si chiese che cosa avrebbe detto alla sorella dopo tanto tempo e dopo tutta la violenza che le aveva procurato. Avrebbe voluto farle mille domande. Avrebbe voluto piangere. Avrebbe voluto ucciderla. Avrebbe voluto chiederle se è stata felice. Ma avrebbe anche dovuto dirle che Victor era morto, che adesso sarebbe stata per sempre sola.

Quando il taxi la lasciò nel cortile antistante l’ospedale, non ebbe la forza di fare nulla. Fermò un infermiere e gli consegnò il ciondolo, insieme ad una mancia, pregandolo di portarlo alla paziente Lucia Benedi. Era troppo tardi per capire o per spiegarsi. Irene, in fondo, voleva ancora una volta far solo finta di niente.

Quando trovai quelle fotografie, unite al resto delle cose di quella casa, tra i sacchi della spazzatura di Calle Arenales, non ebbi la prontezza di immaginare la storia che potessero nascondere. Raccolsi quei quadretti semplicemente perché affascinanti. Col tempo iniziai in maniera ossessionante a voler capire cosa fosse accaduto alle persone che vi erano ritratte.

Quasi un anno dopo, falliti i tentativi di indagine presso i portinai o i remiseros del quartiere, decisi di scrivere un annuncio e appenderlo a tutti gli alberi di quegli isolati. Questa azione non sortì un effetto immediato ma alcuni mesi dopo ricevetti una mail da una signora che si chiama Carmen Utin:

“ Il signor Victor era un uomo gentile, che ha saputo vivere con dignità la miserabile condizione umana dell’amare profondamente due donne … Victor e Lucia si sono incontrati in questo appartamento ogni sabato, e ogni pomeriggio di pioggia, che il Signore ha mandato in terra. Per 29 anni”.

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2 Replies

  1. STO CERCANDO DI PERDONARLO MA OGNI TANTO LA RABBIA MI SALE ,LE TUE PAROLE MI HANNO MOLTO AIUTATA PERCHE e VERO SI Puo SBAGLIARE , E SE SI AMA SI PERDONA ,MA QUELLO CHE MI LASCIA PERPLESSA e IL FATTO CHE DOPO UN TRADIMENTO SI Puo RAFFORZARE IL RAPPORTO , PERCHe e QUELLO CHE STA SUCCEDENDO , FORSE CI ERAVAMO UN PERSI E QUELLO CHE e ACCADUTO CI HA FATTO CAPIRE MOLTE COSE .

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