La nostra Africa

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Eterno Peter Pan, che a ogni incontro romantico chiariva subito di non volere legami, Corrado era uno di quei tipi che si definiva fieramente single. Uno di quelli che arrivano al bar all’ora dell’aperitivo, con sneakers e colletto sollevato, facendo rombare il motore di un’auto d’epoca tirata a lucido. Gli amici, che per lui erano come una famiglia, lo chiamavano il barone, per la sua eleganza e perché ogni tanto volava sulle spiagge della sua Pesaro pilotando piccoli aerei da turismo. Se c’era Corrado c’era una storia da ascoltare, e facilmente si tirava fino all’alba. Ogni tanto qualcuno cercava di trovargli una fidanzata, e anche se finiva sempre alla stessa maniera, con la malcapitata che si innamorava e lui che scappava come uccel di bosco, gli amici non si arrendevano. “Ti voglio presentare un’amica. Domani a cena. Si è appena separata” gli aveva detto uno di loro e la sera seguente Corrado si ritrovò affacciato da un terrazzo a guardare la città, nella calura agostana, insieme a Federica. Alta, mora e con occhi da incanto, brillava di un fascino pieno di mistero e quella sera non aveva voglia di ridere con frottole da spaccone. Cercava piuttosto un rifugio, nel quale trascorrere una serata tranquilla, alla vigilia di una vacanza che l’avrebbe portata per qualche giorno nella sua amata Africa.

Ti voglio presentare un’amica. Domani a cena. Si è appena separata

Come spesso accade quando non ci si aspetta nulla, quell’incontro sorprese entrambi e con un sorriso complice si scambiarono il numero di telefono e la voglia di rivedersi. “Mi manchi già” le scrisse Corrado appena salito in macchina, dopo la cena. Le parole volarono nei loro messaggini per tutta la notte fino a sfiorare l’alba, quando Corrado offrendosi di accompagnarla all’aeroporto di Roma le scrisse “tra cinque minuti sono da te”. Con la sua macchina più bella, una Mercedes Pagoda del ’64, attraversarono l’Appennino e sui terreni impervi del cuore, assaporarono i piaceri della conquista.

Davanti al corridoio degli imbarchi, si ritrovarono uno davanti all’altro, immobili in un imbarazzo che nasconde la paura di sbagliare. “Voglio regalarti una cosa” disse Federica affogando il braccio nella sua borsa. Tirò fuori di tutto, finché non trovò il libro La mia Africa. “Ecco, io l’ho letto mille volte. E’ per te” disse porgendogli il libro con un gesto deciso.

Si salutarono con un abbraccio, nel quale Corrado lasciò scivolare una carezza. Uno sguardo rivolto alle spalle, e ognuno andava per la sua strada. Bastarono pochi passi a Corrado per immaginare il ritorno a casa, con gli amici che si prendevano gioco di quella mattata. Si guardò indietro di nuovo, e trovò il vuoto di un bacio mai dato. Per la prima volta non era lui a guidare il gioco e incapace com’era di aspettare, cercò la via per rincorrere il destino. Chiese a un amico di portargli a metà strada il passaporto, e senza pensare a un bagaglio, comprò un biglietto per Nairobi, sul primo volo disponibile. Sapeva che Federica si sarebbe fermata a Watamu, prima di andare in un resort nel cuore della savana. Quelle erano le uniche coordinate di un viaggio che andava ben oltre la geografia.

All’aeroporto di Nairobi Corrado si finse un cliente del primo tour operator che incontrò e avvicinandosi al ragazzo che attendeva i turisti fuori degli arrivi, si presentò con fermezza.

"Non trovo il suo nome"<br />
"Le pare che io venga dall'Italia per sbaglio?"

“Non trovo il suo nome” rispose il giovane, mentre con una mano teneva sollevato l’insegna della Condor Tour e con l’altra sfogliava la lista dei turisti. “Le pare che io venga dall’Italia per sbaglio?” rispose Corrado e per evitare discussioni, fu fatto salire sul bus insieme a un gruppo di vacanzieri asiatici. Giunto a Watamu Corrado scivolò via senza che nessuno se ne curasse e fermandosi in un piccolo hotel, per tre giorni cercò gli occhi di Federica nello sguardo di ogni straniero incrociato sul cammino. Sulle spiagge, tra la musica della notte e i vicoli del bazar, camminava cercando qualcosa che neppure conosceva ma a ogni passo senza meta, scopriva di non desiderare niente di meglio che continuare a camminare verso di lei.

Quel suo andare stava diventando un esercizio con se stesso tanto si era dimostrata vana la speranza di trovare Federica, fino alla mattina in cui, seduto a bere un caffè, il suo sguardo non cadde su una foto esposta nella vetrina di un’agenzia di viaggi. E il ricordo di lei si tuffò nel cuore. Un lodge nel mezzo della savana, una danza Maasai sotto il cielo cobalto; Campi Ya Kanzi era il nome del resort, e quella che stava guardando era la stessa immagine impressa sui voucher di Federica. Li aveva visti quando lei, per cercare il suo libro nella borsa, aveva tirato fuori ogni cosa. Entrò dentro quell’ufficio fatto di tanti depliant e poco spazio e alla ragazza seduta tra il totem di un leone e quello di una giraffa, chiese un taxi che lo portasse subito a quel resort.

Era ormai sera quando Corrado si presentò alla reception e una signorina in abbigliamento coloniale gli indicava un breve sentiero illuminato da fiaccole, tra arbusti profumati e piante di acacia. In fondo, sotto il tetto di paglia di una capanna senza pareti, Federica era assorta nel paesaggio e in chissà quali pensieri. Come una goccia che cade nelle acque chete di uno stagno, il rumore dei passi la fece sobbalzare nell’ardita speranza che potesse essere proprio lui. Il tempo di volgere lo sguardo e un sorriso aprì la porta dei sogni. Quando le emozioni ci sorprendono lontano dalle cose di ogni giorno, vivono di un respiro senza tempo e smettono di farci paura. Corrado e Federica costruirono con la fantasia un rifugio tra quelle steppe, nel quale far viver il loro amore per sempre.

“Tu non sai distinguere il bisogno dal desiderio”

Ma i pochi giorni di vacanza che restavano a Federica corsero via veloci e l’ultima sera fu lei a chiedere a Corrado che la loro avventura rimanesse li, “tra l’erba alta, sotto le carezze del vento”. “Io ho bisogno di te” disse Corrado con tutta la sua franchezza. “Tu non sai distinguere il bisogno dal desiderio” rispose lei con una risata. “Lo scrive Karen Blixen parlando della sua Africa, ma credo che sia appropriato anche per la nostra” concluse, schioccando un bacio sulla guancia di Corrado.

Fu mesto il ritorno, che li vide partire separati, per via delle loro diverse prenotazioni. E amaro il ricordo della fine, perché l’amore non aveva trovato il coraggio di vivere oltre la passione. Le serate al bar con gli amici dell’Avio Club, distraevano Corrado per il tempo di un sorso di vino, poi i suoi pensieri tornavano a Federica e si smarrivano tra le pagine del libro che lei gli aveva regalato e che ancora portavano il suo profumo. Passò l’estate ma non la voglia di lei e una domenica mattina di fine settembre, Corrado la invitò a fare un giro. Le coprì gli occhi e chiedendole di avere pazienza, la portò fino all’aeroporto di Fano. Accompagnandola nei movimenti ciechi, la fece salire a bordo di un aereo degli anni ‘30 e con gran fracasso, rollando su una pista d’erba, si alzò in volo. Quando Federica aprì gli occhi si trovava nel vento, tra cielo e mare, senza nulla a proteggerla da tanta bellezza. Corrado aveva comprato l’aereo col quale Meryl Streep e Robert Redford avevano volato nel film La mia Africa. “Ci porterà nella nostra savana, tutte le volte che vorremo” gridò dalla sua postazione di volo, alle spalle di Federica. Lei allungò una mano nel vuoto a cercare quella di Corrado e virando verso l’orizzonte, si persero nel blu e nell’amore.

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