Photographer, Journalist, Videomaker

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Covid-19

COVID-19 | San Salvatore

These are the doctors and nurses of the San Salvatore Hospital in Pesaro, Italy, the city of my birth and where I once again reside, which from day one has sadly been at the top of the COVID‑19 contagion and death charts. I photographed them at the end of their shifts—twelve hours without a break during their fight in an unequal war. In the quiet moments in front of my camera, these embattled individuals are in a state of total abandon, victims of an exhaustion that eats away at the body and the mind, a breathlessness that renders one disoriented, detached from time and space. They would take off their masks, caps, and gloves in front of my lens, remaining motionless, looking for some sort of normalcy amid the hell they were living.

Images taken in March 2020

Surviving Humanity

SURVIVING HUMANITY explores the future of humanity.

Climate change, demography, nuclear war, migrations. Following the experts opinion, in the coming decades we are going to face huge challenges. And for the first time in history, we are dealing with our survival.This work explores what science is doing around the world to face the future. SURVIVING HUMANITY meets those unknown men and women handling with our destiny and narrates places where human being is organizing his resilience.

SURVIVING HUMANITY visited:
North Pole scientific base and Global Seed Vault (Arctic Svalbard), Cryopreservation centers (USA), institutes and universities working with humanoid robotics (Japan), NASA astronauts simulating life on Mars (Hawaii), edible insect farming (Netherland), biosphere to preserve forest’s biodiversity (UK), dog and animal cloning (Korea), Human Genomic research and China National GeneBank (China), the first Artificial Sun (Germany), luxury bunkers for civil communities (USA).

Vanity Fair

100 years of love narrated with text and pictures for Vanity Fair. This story became one of the most shared stories on the web

Niente è facile ma nulla è impossibile

Senza soldi e senza documenti, ma finalmente libero. Sotto la pioggia di settembre Gianfranco apriva le braccia al cielo, come a volerla prendere tutta. Gridava e saltava, felice tra le pozzanghere delle vie di Bologna. E mentre i passanti lo prendevano per matto, lui pensava che erano nove anni che non sentiva la pioggia scivolare sulla pelle. “In carcere quando piove l’ora d’aria non si fa, e quello per me era il battesimo di una nuova vita” racconta oggi, camminando per le stesse vie, col naso rivolto sempre un po’ all’insù. Ma la liberazione non è la libertà, perché si esce dal carcere ma non dalla condanna.

Gianfranco quando era bambino.

Lo sa bene Gianfranco, cresciuto con quei ragazzi di vita che racconta Pasolini, e che dalle carceri di mezza Italia è entrato e uscito per cinquant’anni, senza riuscire mai ad allontanarsi dal destino miserabile che gli era toccato. La sua storia è comune a ogni guappo di periferia, con dei genitori che amano a modo loro, i soldi che non bastano per mettere insieme il pranzo con la cena, il collegio con i preti e la voglia di riscatto che brucia nell’adolescenza fino a pagare un prezzo alto per il solo dovere del vivere.

Bello e dannato, Gianfranco scopre l’illegalità una sera d’estate nei suoi quindici anni, quando insieme ai compagni del quartiere Capacotta, nei sobborghi romani, si intrufola nella villa dei ricchi del paese. “Abbiamo rimediato qualche gioiello, un paio di schioppettate al sale, e dopo la fuga un sacco di risate” racconta, spiegando che dopo quella bravata si erano sentiti una squadra e subito hanno alzato la posta in gioco. Correndo sulle loro vespa tra il frinir dei grilli hanno scippato le prostitute della Prenestina, e sono poi scappati per vicoli e campi dai papponi che li volevano pestare. “Dei soldi di quelle donne non me ne importava nulla, ma l’euforia del rischio mi piaceva, molto” racconta aggiustandosi sul capo il cappellino di paglia, che toglie solo quando incontra una bella ragazza. “Avevo scoperto l’adrenalina. Non sapevo a cosa servisse, ma mi procurò solo un mare di guai”.

In quei reati cresciuti nella noia Gianfranco si scoprì scaltro e capace, e nelle strade brevi dell’illegalità trovò il suo mestiere. Rapine per lo più, ma nella sua vita al limite non ha disdegnato i furti o qualche traffico di droga. Non era felice di quelle scelte, ma non poteva farne a meno e le pene brevi che la giustizia gli infliggeva per i suoi errori diventavano un incentivo a continuare. Anche quando decise di andarsene dalle amicizie balorde e dall’asfissia delle sue periferie per cercare una vita migliore, l’auto che aveva rubato lo lasciò a piedi a soli trenta chilometri dalla Capitale.

Gianfranco quando aveva venticinque anni.

“Il destino sembrava non lasciarmi alternativa” spiega. “Tutto mi ha sempre riportato nel tunnel, dove l’unica luce fu Oriana”. Si sono conosciuti in discoteca, in una di quelle sere il cui unico scopo è quello di rimorchiare. “Ciao, ti va di ballare?” chiese Gianfranco, col suo fare un po’ strafottente, avvicinandosi a una ragazza seduta al bar. “No stasera non è aria” rispose lei abbassando lo sguardo sul drink. “Se non ti andava di ballare dovevi stare a casa” disse lui prendendola per mano e trascinandola verso la pista da ballo. Da allora non si sono mai lasciati e lei non è mancata a un solo colloquio in carcere, neppure quando la giustizia aveva confinato il suo Gianfranco a Melfi. Dal loro amore, tra una rapina e una prigione, nacque Alba. “Del suo primo anno di vita ho goduto ogni istante, poi il giorno del suo compleanno sono arrivati i carabinieri a prendermi” racconta Gianfranco ancora con occhi umidi. Nei tre anni di carcere che seguirono a Rebibbia, Gianfranco attese solo l’ora settimanale dei colloqui, che passava a giocare con la figlia facendo arrampicare le dita sul vetro che li separava. Erano le formichine della libertà, che avevano un lungo cammino da fare, ma sarebbero tornate a toccarsi. “Tornare a casa fu per me il momento più bello della vita. Il sorriso di mia figlia vale più di ogni parola e promisi che non avrei più commesso nulla di sbagliato. Ma il puzzo della sciagura, quando nasci tra i dannati, non si lava via”. La sua vita da uomo libero infatti durò appena otto giorni, finché il suo avvocato non lo chiamò per dirgli che un nuovo mandato di arresto era stato emesso nei suoi confronti per reati passati. Non ce la poteva fare Gianfranco. Non voleva più tornare dentro a contare i minuti che lo separavano dai colloqui. Non voleva più convivere in nove metri quadri con altre tre persone e defecare in un buco affianco al letto. Gianfranco avrebbe voluto chiudere col passato, ma ancora una volta non gli restava scelta. Chiamò la moglie Oriana nel supermercato dove lavorava e la pregò di tornare a casa. Poi chiese a un amico di venire a prenderlo subito. Vestì la figlia Alba e scese sotto casa. “Baciai mia moglie e mia figlia tra le lacrime. E col cuore che mi sanguinava iniziai la mia latitanza” spiega Gianfranco che non si è mai arreso. Ha passato quattro anni in giro per l’Italia, mettendo a segno rapine a banche e gioiellerie, braccato dalla polizia e dal senso di colpa. Con l’aiuto di vecchi amici organizzava gli incontri con Oriana e Alba in rifugi di montagna, e se non si sentiva sicuro a uscire allo scoperto, si accontentava di osservarle da lontano, nascosto in qualche granaio. “Sono stati quattro anni infernali, di maschere, paure e sotterfugi. Avevo smesso anche di cercare mia figlia, diffidente e vigile come un animale ferito” racconta, ricordando quasi con sollievo il momento nel quale lo arrestarono dopo una rapina in una banca di Cervia, e li la giustizia gli presentò il conto. Diciannove anni per le trenta rapine delle quali era imputato. “Nella sala matricole del carcere, mentre per l’ennesima volta stampavo le mie impronte sugli schedari giudiziari, mi dissi che avevo solo due scelte: il suicidio o una nuova vita. Pensai a mia figlia e scelsi la seconda strada” racconta Gianfranco che sin dal primo giorno si dedicò a qualsiasi attività potesse strappare del tempo all’eternità che lo attendeva. Ha imparato la falegnameria, la cucina, il teatro e ha affogato ogni angoscia nei libri. “Con sconti di pena e buona condotta sono uscito dopo nove anni di galera, e cinquecento libri letti” racconta con orgoglio, “ma dopo tanto carcere, buttato in una strada assolata con i tuoi vestiti in due sacchi della spazzatura, senza un soldo e senza documenti, ti sentii chiuso fuori. Io, che volevo cambiare vita, non sapevo da che parte iniziare”. Nelle sue prime ore di libertà Gianfranco andò a rifugiarsi in una biblioteca del centro di Bologna, perché i libri erano diventati i suoi compagni di vita. Dai vecchi amici come dalle strade della sua Roma, era meglio starsene per un po’ lontani. E alla vergogna che soffocava la voglia di chiamare la figlia era meglio non pensarci.

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Solo, nella prima pioggia da uomo libero aveva lavato ogni angoscia e nella notte passata sotto le stelle aveva trovato la genesi di una vita nuova, “perchè se restavo solo, nessuno si sarebbe accorto di me” dice. Seduto su un marciapiede di via Rizzoli, alle prime luci del giorno, aspettò l’unica persona della quale si fidasse, il suo avvocato. “Chiara, ho bisogno del suo aiuto” le disse, “il vuoto della libertà è troppo grande per farcela da soli. Dobbiamo aiutare tutti quelli che sono nella mia condizione”. Da quel pensiero Gianfranco e Chiara hanno fondato l’associazione Chiusi Fuori, che ogni giorno si impegna per favorire l’integrazione e l’accesso al mondo del lavoro di tutti coloro che sono fuoriusciti dal regime carcerario. “Quando esci non hai una residenza, non hai un documento che non porti il timbro del carcere, non hai un lavoro e molto spesso la sola strada che conosci è quella del tuo passato” spiega Gianfranco che oggi lavora a Bologna come cuoco nelle mense ospedaliere, e appena concluso il turno corre sulla sua bicicletta nella sede dell’associazione per tendere la mano a quelli che come lui hanno pagato il caro prezzo dell’illegalità, e vorrebbero rinascere. Orgoglioso della dignità di quel suo nuovo cammino, una sera, nell’intimità del suo monolocale di periferia, Gianfranco ha trovato anche il coraggio di richiamare sua figlia. “La vita è così” le ha detto, “non c’è niente di facile, ma nulla è impossibile”.

NEXTONOTHING

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1 – Aspettare è irritante. Ma le aree di transito degli aeroporti hanno un non so che di rassicurante: la gente che le popola si muove annoiata, si cerca di far passare il tempo in un tutto che si sposta lentamente. In questo purgatorio la mia tazza di caffè americano e il mio sandwich imbottito sembrano interminabili. L’ambiente che mi circonda è piacevole. È terribilmente familiare nel suo essere un non-luogo. La quiete interiore del sentirmi in transito è scossa dalla musica della radio del bar – finora inosservata – sintonizzata su una stazione locale. La musica country è così fuori luogo, qui. Suona la stessa canzone che suonava quella notte a casa dei genitori di Kim.

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Sono passati mesi da quella notte, nascosta nella memoria. Ancora una volta ubriachi marci, danzavano sulle note di quella musica di benjos e chitarre, dopo anni di indifferenza, violenza, miseria: il ritorno di Kimberly a casa, i suoi occhi lucidi e i nostri baci, la gioia di suo padre che la assicurava a me, Kimberly, per strapparla da quei luoghi lontani e dall’uomo che la picchiava. Piangevamo tutti in quella cucina, a lavar via gli anni di dolore e gli errori passati.

Fuori intanto è l’ora dell’alba, il vento spazza la strada di sabbia. La musica della vecchia radio accompagna il rumore della terra che cammina, il mare che naviga, il cielo che vola.

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Quella notte Kimberly sembrava aver accarezzato una gioia vera, ubriaca e dolorosa come un nervo scoperto. La follia del sogno, del matrimonio, della felicità non poteva sopravvivere all’intimità della notte: il giorno portò via tutto tra gli insulti; portò via per sempre lei e me dal mondo. Quella canzone ora suonava per altri ubriachi e per altri distratti.

2 – Un piccolo bimotore della Calm Air porta da Winnipeg a Churchill. Appena una trentina di posti mezzi pieni. Il volo CP2597 dura tre ore. Era agosto e le avevo promesso che sarei tornato presto: sono passati 7 anni.
Nella banalità vuota delle sue giornate il volo delle 18 porta me.
Ero stato un tempo molto atteso. Oggi sono forse dimenticato, comunque di troppo. Dovevo arrivare, pur aspettandomi una delusione. “Devo aver sbagliato volo” – penso – “non c’è neppure un eschimese”.

3 – La pianura raggiunge l’orizzonte freddo e secco sul cielo. Il vento gelido accarezza la terra, gonfia i cappucci e le giacche di chi è in attesa all’arrivo sulla pista, auto accese e il riscaldamento al massimo. Nessuno mi aspetta, nessuno sa che sono sul volo delle 18. Recupero il bagaglio e mi fermo nel piazzale dell’aeroporto. Ora è vuoto. Voglio restare qui – appoggiato alle enormi gabbie che servono per gli orsi polari – a guardare il vento, a sentire la luce lunare che invade gli occhi e riporta in superficie gioie e timori sepolti chissà dove. Deve essere passato molto tempo prima che io abbia chiamato l’albergo del paese per comunicargli che un ospite inaspettato era all’aeroporto.

4 – Questi posti sono fatti di luce e di nulla. Per questo somigliano al paradiso.

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5 – Kimberly fa l’infermiera, adesso. Ho provato a entrare dalla porta che mette in comunicazione il City Centre con l’ospedale. È chiusa. Ho girato a lungo, in tondo, per tornare alla panchina dove 7 anni fa l’avevo incontrata per la prima volta. Un mare vischioso di emozioni miste a un’irrefrenabile gioia curiosa. La potenza del vuoto intorno a me, miglia e miglia di semplice e insostituibile nulla mi fanno girare la testa. Sono in preda all’euforia. Ho camminato rapidamente intorno al centro fino all’ingresso esterno dell’ospedale. Sono quattro o cinque, col loro camice bordeaux a maniche corte, fumano e chiacchierano mentre mi avvicino alle loro spalle. Come un pendolo in stallo, riconosco gli occhiali tondi, i capelli mossi, il fisico esile della Kimberly che avevo lasciato tanti anni fa. Si volta – come chiamata dal grido di una farfalla – “Eccomi”. Mi sento annegare in un fiume di ricordi, emozioni, sentimenti, imbarazzi: la lingua è paralizzata. Mi chiede cosa diavolo ci faccia qui. Spegne la sua sigaretta, con naturalezza; io ne accendo un’altra.

6 – I fotografi sono samurai che inseguono la luce. La luce ieri portava in cielo. Verde, un po’ acida, come un tornado, alta attraversava il cielo – mai troppo nero. Il rumore di un clacson richiama la mia attenzione: Kim guida un pick-up con Scott accanto, il suo uomo. Si fermano, sono già ubriachi e mi invitano per la mia prima birra. Vado via con loro: comprano del fumo e andiamo a casa.
La casa dell’autista del tundra-buggy – chissà mai che fine ha fatto – ha lo stesso odore di sette anni fa, quando mi avevano ospitato qui. Ora tocca al vino – tanto vino – fino alla mattina dopo. Schott è uscito da poco di galera, ha già una famiglia a Winnipeg e tratta Kimberly con disprezzo. Come può Kim vivere con quell’uomo che incarna tutto quello che ha sempre disprezzato? Come può ridere di Fred Flintstone e Burney Rubble in questo orribile fumetto porno? Maschera malamente l’ imbarazzo di mostrarmi la sua vita senza più alcuna dignità; le menzogne raccontate a se stessi e agli altri traspaiono nella violenza dei gesti.

7 – Mangio due uova al giorno e bevo una decina di birre. Kim dice che tolgono la fame e aiutano a dimenticare.

8 – “Non ti ho mai dimenticato. Non ho mai passato un solo giorno di questi anni senza amarti. Ogni giorno che passava mi ripetevo che non saresti più tornato”.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”Non ti ho mai dimenticato. Non ho mai passato un solo giorno di questi anni senza amarti. Ogni giorno che passava mi ripetevo che non saresti più tornato” revealfx=”off”]

9 – Sento gli occhi bruciare e gli zigomi che si allontanano. Non posso dimenticare le ventiquattro ore trascorse: l’inutile appuntamento per la pesca, le parole scambiate a piccoli passi, la spasmodica ricerca di Kim, la mattina alla marina, il tuffo nelle acque gelate e nere come la pece della Baia, il freddo e il calore nel cuore, l’hotel Seaport, la birra a fiumi tra pool e slot-machine fino all’ultimo giro prima della chiusura. Confessioni e lacrime delle violenze subite dal suo uomo, consegnate all’eternità di quella gelida notte boreale.
Freddo: lei nel mio letto, noi due ubriachi in un abbraccio senza tempo. E poi l’incontro di Jennifer e Vincent, il giovane spagnolo, gli amanti della stessa notte deserta. Di nuovo in hotel, a far l’amore fino alla mattina con la tv accesa sul canale delle previsioni del tempo locale, per suo vezzo — fuori il vento a 167 km/h.

Sono le 5: dopo una notte di gesti e di carezze irrompono le parole. “Torno a casa”. Sono le 5. Ventiquattro ore prima mi hanno svegliato per andare a pesca con George, lui non è mai passato a prendermi. Io ho sempre odiato la pesca. C’è un baratro tra la notte e il giorno. È iniziato un giorno che non è mai esistito. Rimangono una macchina fotografica bagnata e i miei occhi umidi.

10 – Grondante sangue, spugna di rancori e odori ammuffiti dal tempo. Le notti del nord continuano a girare alte nel cielo, verdi tra le stelle.

11 – Scott l’ha picchiata di nuovo. I lividi sul suo corpo, la fuga e l’assordante silenzio che avvolge questo posto mi fanno girare la testa. Il vuoto deforma la percezione della realtà, delle distanze, delle dimensioni, delle azioni. Il comportamento insicuro di Kim mi confonde. Trovo mille scuse che la giustifichino, ma non ha più alcun senso che io resti qui. Tra due mesi avrà il suo passaporto. Ci rincontreremo lontano da questo inferno. Davvero.

12 – Passando sopra Toronto vedi solo l’ordine rasato della maglia urbana. Con le luci giallo-arancio disposte in linee rette che si intersecano a formare una graticola rovente. L’ordine ritrova il caos all’improvviso. La città sembra aver subito un incidente proprio nel suo centro, le lamiere si sono contorte sputando fuori il cuore. La quiete di Montreal: nei suoi cieli mi accoglie la luna che mi corre affianco riflessa sul fiume, come una magica beluga che emerge e si rituffa nelle acque nere della notte; apre la strada, poi scompare per riemergere a poppa, come un cargo in un oceano in tempesta.

13 – “Il sogno è quel pensiero che non si è avuto nel momento in cui era necessario”

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”Kim ha deciso che la sua fuga sarebbe stata lì dove vola l’oceano fatto vapore” revealfx=”off”]

14 – Kim ha deciso che la sua fuga sarebbe stata lì dove vola l’oceano fatto vapore dalle mille rocce tonde che tutte insieme gridano e ridono trasportate dalla risacca delle onde cavalcanti il mare.
Vuelo 1641 con destino Ushuaia, por favor presentarse a la puerta de embarque numero 4.

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Senza identità

Era salita e scesa per le scale del palazzo una ventina di volte. Nervosa, prima di suonare il campanello di quello studio dentistico nel cuore di Prati, a Roma. Barbara si era vestita elegante, truccata come per il giorno più bello. Sicuramente fuori luogo agli occhi delle altre persone, ma lei voleva colpirlo. Attese il suo turno per un tempo che le sembrò infinito. Seduta nella sala d’aspetto assieme a una manciata di altri pazienti, tra i giornali strappati dall’uso svogliato dell’attesa. Poi, finalmente, il dottor Michele Tripodi la accolse. Si presentò porgendole la mano e lei, ricambiando il gesto gli disse: “vorrei parlarle in privato prima della visita”. Il dottore la accompagnò nel suo studio. Seduto alla scrivania, osservava divertito quella bella ragazza che continuava a camminare da un lato all’altro della stanza, sguardo rivolto in basso. Barbara si fermò, e guardando negli occhi il dottore, fu per lei come vedersi allo specchio. “Forse non le interesserà, ma io sono sua figlia” disse, con gli occhi prima delle lacrime. “Prego, si accomodi” rispose lui, indicandole la poltrona.

Barbara è nata a Pesaro, concepita per errore il giorno in cui Michele diceva addio per sempre ad Anna. Si erano conosciuti sulle note di Ziggy Stardust durante una festa, una sera che Anna era scappata dalla finestra del collegio nel quale viveva. Da quella notte Michele, un giovane studente calabrese, divenne per lei il mondo intero. La loro fu una storia di pochi mesi, di quelle che si consumano da giovani, belli e onnipotenti, sotto i cieli umidi di stelle cadenti. Quel loro incontro si perderebbe negli angoli della memoria, se nel ventre di Anna non fosse rimasta la vita.

Barbara non ricorda nulla della sua infanzia, se non il sogno ricorrente di alte gambe di uomini, che affollavano il suo buio di bambina, senza mai mostrarsi in volto. Quando lei era ancora piccola, sua madre trovò un marito vero e Barbara, che non ricordava altro uomo all’infuori di lui, lo chiamò papà. Forse per questo Giuseppe Piperno, cosi si chiamava quell’uomo, decise di riconoscere la bambina come figlia naturale. Da quel giorno fu per tutti Barbara Piperno. Scomparvero i brutti sogni e la vita sembrava felice. Fino all’arrivo di un fratellino. Con lui, la storia d’amore tra i genitori iniziò a lacerarsi. Anna era sempre più distratta, assente. Tra litigi e silenzi. Troppe volte Barbara la chiamava, mamma, e lei non rispondeva. Spesso il padre se ne andava con il suo vero figlio e lasciava la piccola Barbara lì, in piedi sull’uscio di casa a piangere, e a domandarsi perché papà non volesse anche lei. Poi un giorno quell’uomo non tornò più, e quel vuoto si popolò di nuovi incubi.

Barbara fu affidata alle cure dei nonni materni e di una tata. Ogni giorno passava dalle classi di scuola a quelle del conservatorio, dove studiava flauto. Si rifugiò nei libri e nella musica, per dimenticare pensieri e lacrime. Fino a che, una sera dei suoi tredici anni, rientrando a casa, trovò la tata ad aspettarla in cucina. Nel pallore della luce neon, le consegnò una piccola scatola di cartone, dai disegni geometrici. La fece scivolare sulla tovaglia di plastica a fiori, fino alle mani riluttanti di Barbara. “Non devi soffrire più” le disse. “Giuseppe Piperno non è il tuo vero padre. Qui dentro troverai la verità”.  “Guardavo dentro la scatola, senza cercare niente. C’era la foto di un ragazzo sui vent’anni, e quella di un bambino. Qualche lettera. Quelle cose erano per me imprendibili. Ero troppo piccola per capire”. Barbara ripose la scatola in un cassetto, e con essa tutte le sue domande. Era l’adolescenza, voleva solo fuggire.

Fu per caso che, un pomeriggio nell’estate dei suoi diciassette anni, tra i libri del nonno, ritrovò quella scatola. “Non so come fosse finita li, ma feci un respiro profondo e la riaprii”. Quelle lettere parlavano d’amore, tra sua madre e Michele, allora studente di medicina. In una di queste Barbara trovò un numero di telefono. “Passarono mesi e infinite insicurezze, prima di decidermi a chiamare. Ma avevo bisogno di capire”.

Doveva mettere ordine a quella sua vita fatta di mancanze, di sete d’amore, di caos. Barbara cercava se stessa e avrebbe dovuto fare tutto da se. Così prese il telefono e con mano tremante compose il numero: “Mi chiamo Elsa e sono una ex-compagna di medicina di Michele” mentì. All’altro capo, da un paesino della Calabria, la zia dell’uomo. “Non vive più qui, e ha lasciato medicina per studiare odontoiatria. Ha uno studio dentistico a Roma. Le do il numero, gli farà piacere ritrovare una compagna di studi”.

Quindi la telefonata allo studio Tripodi. Alla segretaria che le rispose disse che le faceva male un dente, e si fece dare un appuntamento col dottore. Ai nonni invece, disse che andava a Roma per il concorso dell’orchestra sinfonica della Rai.

Barbara trascorse tutto il pomeriggio nello studio del padre (che lei chiama solo Michele). Parlarono a lungo, anche se lui andava e veniva tra una visita e l’altra.  “E’ un gran affabulatore, vive per piacere agli altri, gode delle sue belle auto e delle sue molte donne. Si è sposato, ha vari figli, ma non mi ha mai presentato nessuno della sua nuova famiglia” racconta Barbara. “Si divertiva a portarmi in giro, ristoranti e hotel di lusso. Gli piaceva farmi spesso regali, e anche giocare sull’ambiguità dell’essere accompagnato da una bella e giovane donna”. Passarono gli anni, frequentandosi di tanto in tanto. Barbara che sperava di trovare in lui un briciolo di sentimento paterno. E Michele che, barcamenandosi in una vita fatta di bugie e promesse non mantenute, cercava di dimostrare affetto, a modo suo. Finché una sera, mentre Barbara scaldava il flauto prima di un concerto, le squillò il telefono. Era la voce di un uomo sconosciuto: “tuo padre è in ospedale. Meningite. E’ in coma”. Barbara si precipitò a Roma, ai piedi del letto di suo padre Michele; che anche se non è quello che lei avrebbe voluto, spera in fondo che un giorno la chiami figlia.

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Nell’anticamera dell’ospedale c’era molta gente ad attendere in silenzio. Troppa, da far girare la testa. Erano genitori, mogli, figli, amanti. Erano le tante vite di quell’uomo. Si svelavano le menzogne e i volti senza che si udisse neppure una parola.

“Fu imbarazzante. L’unica a salutarmi fu sua sorella”. Non si fermò molto in quella situazione Barbara. Non aveva più nulla da attendere, più nulla in cui sperare da quell’uomo che era suo padre. Tornò a Pesaro e cercò ancora una volta di dimenticarsi di tutto. Si impose di guardare avanti, solo al domani, ai suoi affetti, alla musica. Forse ce l’avrebbe fatta se una mattina i carabinieri , suonando alla sua porta, non l’avessero ributtata tra le tempeste del passato. “Lei è citata in tribunale, perché il signor Piperno non la riconosce più come sua figlia” diceva la lettera che le recapitavano. “Sosteneva di essere stato ingannato da mia madre, che gli avrebbe fatto credere che io fossi davvero sua figlia. Lui, che arrivò nella mia vita quando avevo già tre anni” racconta Barbara. Lei vinse il primo grado, ma lui ricorse in giudizio. E per quelle capriole della burocrazia e della vita, Barbara perse il ricorso: ora le veniva tolto anche il cognome. Si doveva chiamare Barbara Miscio le dissero, come la madre. Per lei tutto questo non aveva nessun significato, solo rabbia. Tra le tempeste del suo inconscio e dei cambiamenti, in quegli stessi giorni, si fece vivo Michele, il padre naturale, guarito dalla malattia. Chiamava da una spiaggia calabra, e con stridente gioia annunciava a Barbara che l’avrebbe riconosciuta come figlia. Arrivava con trent’anni di ritardo. Barbara accolse la paternità, ma rifiutò anche quel cognome.

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Oggi Barbara ha un’identità diversa in ogni documento, e nell’anima. Ogni mattina si domanda “chi sarò oggi?”. Non sa cosa vorrebbe essere. Vorrebbe solo riuscire a ignorare il passato. Quando si guarda allo specchio cerca nei suoi tratti scuri e decisi un dettaglio che le indichi la via. “Non ho radici ma per tutti sono Piperno. Vorrei che almeno gli altri continuassero a riconoscermi”. Per questo ha supplicato il prefetto della sua città di aiutarla a recuperare quel cognome. Affiggeranno un annuncio in Prefettura, nel quale si dichiara che d’ufficio diventerà Piperno. Dovranno passare trenta giorni e nessuna opposizione, e Barbara tornerà al punto di partenza di tutta questa storia. Ma questa volta prenderà il suo flauto, e cercherà la strada che la porti il più lontano possibile.

Si chiama Escobar

Buenos Aires, 13 agosto 1995

Erano giorni strani, un po’ depressi e piovosi. Avevo cenato in un self-service all’angolo con la 9 de Julio. Un posto economico, con i tavolini di formica rossa anni 70, le sedie sbeccate e piene di briciole. Il portatovaglioli senza tovaglioli e il barattolo del ketchup color rosa pallido. Poi, finita l’ultima empanada, avevo percorso la strada a ritroso fino al Ritz Hotel. Pochi isolati affondati nel buio della notte porteña. Come al solito, sul riflesso bagnato dell’insegna luminosa del mio hotel, il piccolo Juanito mi aspettava con un pacchetto di Derby Light in mano. Il suo sorriso fatto di pochi denti scuri mi domandava se domani sera sarei ancora stato lì. Feci cenno di si con la testa e lasciando cadere due monetine da 1 peso nella sua mano tesa, gli augurai una buona notte. Quell’incontro puntuale, tutte le sere, mi rassicurava.

Ritirai la chiave della mia camera dal grasso portiere notturno e salii le scale fino al primo piano. La mia camera era la 111, con l’ 1 centrale scollato e appoggiato al primo.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”La mia camera era la 111, con l’ 1 centrale scollato e appoggiato al primo.” revealfx=”off”]

Meccanicamente mi spogliai e mi infilai a letto. Fissai per un po’ il ventilatore coperto di polvere sul tavolino della mia stanza, poi mi misi a scrivere sul mio diario di quei giorni confusi e pieni di incontri. Stavo giusto scrivendo di quando mi avevano puntato addosso una pistola a Ciudad Oculta, che sento bussare. Non aspettavo nessuno e solitamente se arrivavano visite per me, il portiere mi avvisava gridando dal piano inferiore il numero della mia stanza. Riabbassai lo sguardo sul mio taccuino, sicuro che stessero bussando alla porta accanto. Ma un istante dopo, tre colpi scossero il silenzio con più insistenza e fecero traballare il piccolo asciugamano appeso al chiodo sul retro della porta della mia stanza. Scesi dal letto, mi infilai i pantaloni e andai a vedere chi mai potesse cercarmi a quell’ora.

Aprii la porta e mi trovai davanti una ragazza. Esitai un attimo prima di rivolgerle un saluto che doveva suonare pieno di contraddizioni e domande. “ Ciao, mi chiamo Gabriela e sto qui alla stanza 116… sono sola, ti va di venire un po’ da me? “.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”sono sola, ti va di venire un po’ da me?” revealfx=”off”]

Nell’istante in cui il mio viso diventò dello stesso colore della fòrmica anni 70, le mie gambe vennero trafitte da un fulmine nervoso e stanco che le fece vacillare. E’ il primo effetto che mi fanno tutte le ragazze belle. Le dissi che dovevo pensarci! Richiusi la porta anche un po’ scocciato di una simile sfacciata proposta. Ma pensare a cosa? Che risposta idiota! Mi tuffai sul letto divertito dalle sorprese del mondo, e pochi istanti dopo stavo bussando alla porta socchiusa della camera 116.

Sulla sinistra un letto a due piazze sul quale la ragazza stava distesa e al suo fianco un letto singolo. In entrambe i letti le coperte erano tese e profumate come se fossero appena stati rifatti. Con evidente imbrazzo salutai di nuovo la ragazza, richiusi la porta alle mie spalle sbirciando se qualcuno mi avesse visto entrare. Farfugliando qualcosa passai ai piedi del suo letto e andai a sedermi sulla punta dell’altro cercando di non sgualcire le coperte.  Nessuno di noi si scusò per l’intrusione nella vita altrui e dopo pochi attimi di silenzio, lei iniziò a raccontarsi.

Si chiamava Gabriela Maria Escobar, 21 anni, veniva da una cittadina del nord, vicino alle cascate dell’Iguazù e al confine Brasil-Paraguayano. Era a Buenos Aires da pochi giorni per venire a trovare il fratello più grande. Fino a quel giorno con lei c’era la sorella minore che però era tornata a casa per non assentarsi troppo da scuola e per non preoccupare la madre che non sapeva nulla di ciò che stava accadendo. Questo spiegava la presenza del letto sul quale ero seduto. Il fratello da 6 anni faceva il narcotrafficante e questa volta lo avevano beccato. Lo avevano portato al carcere di Mercedes, alla periferia di Buenos Aires. Era l’unico maschio rimasto in famiglia. Il padre era stato ucciso durante una sparatoria e il fratello maggiore era morto annegato dopo aver tratto in salvo lei e il fratello dal naufragio della barca di famiglia. La notizia dell’arresto del figlio sarebbe stata troppo dura perché la madre potesse sopportarla. Così le due figlie si sono fatte carico della situazione e l’avrebbero mantenuta segreta almeno fino a che non fosse stato certo il suo destino. La sua voce era fredda e sbatteva sulle pareti bianche della stanza, graffiate dalle ombre nere del calore dei termosifoni di ghisa. La sua lucidità nel raccontare questi fatti raccontava di una vita dura, la luce dei suoi occhi testimoniava forza e tenerezza. Ma io non ero cosi sicuro di volermi lasciar investire da un fiume di emozioni in piena. Neppure se provenivano da un’ affascinante sconosciuta distesa su un letto d’albergo nel cuore della notte.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”la luce degli occhi di Gabriela si trasformò in lacrime” revealfx=”off”]

Ma mentre pensavo a quelle cose, la luce degli occhi di Gabriela si trasformò in lacrime. I singhiozzi spezzarono le sue parole fino a renderle incomprensibili. Io che nel frattempo mi ero lentamente rilassato e accomodato sul mio spigolo di letto, sbalordito dai racconti della ragazza, fui riportato d’improvviso alla realtà. Mi guardai lì, seduto nella camera di una sconosciuta che stava piangendo un destino crudele. Le mie parole di circostanza sembravano non raggiungere neppure Gabriela che si era voltata e mi dava le spalle. Continuavo a chiedermi che cosa c’entrassi io in tutto ciò e che cosa mi trattenesse ancora lì. A braccia conserte e con un’espressione da finto compianto in volto, aspettavo il momento per salutare e tornarmene dritto a letto. Ma ancora una volta il comportamento di Gabriela mi sorprese. Rivolgendosi bruscamente a me, domanda: “ ti da fastidio se mi spoglio?”. Pensando di togliere entrambi dall’imbarazzo le proposi di lasciarla sola, ma Gabriela si stava già togliendo la maglia di lanina color ocra.  Posò i piedi a terra e alzandosi dal letto si tolse anche la canottiera.  Si diresse ai piedi del suo letto senza neppure rivolgermi lo sguardo e tolse il reggiseno. Quando si carezzò i seni mi domandai se io a quel punto dovessi fare qualcosa. Poi infilò una maglietta sgualcita col logo della birra Quilmes. Mi sorrise, si tolse i pantaloni e tornò verso di me. Immagino che il mio sguardo puntasse dritto alla fuga delle mattonelle di graniglia del pavimento, mentre nervoso attendevo che Gabriela mi saltasse addosso. Invece deviò e si infilò sotto le coperte del suo letto.

Tirai un sospiro. Non era nè sollievo, nè dispiacere nè ansia, solo un segnale che ero ancora vivo. Guardai l’orologio, le 3. Dissi che me ne sarei andato a letto e lei mi propose di dormire lì, nel letto della sorella. Non solo non sono mai stato brillante in  queste situazioni, ma questa volta qualcosa mi diceva che facevo bene a dubitare della circostanza. Quindi rifiutai. Mi informai però sui suoi programmi per il giorno seguente. Come al solito alle 6.30 avrebbe preso il bus diretto a Mercedes per andare a trovare il fratello. Ma prima avrebbe cambiato hotel. Esattamente dirimpetto al Ritz c’è un’altra pensione che costa un paio di dollari in meno. Mi propose di trasferirmi con lei. Le spiegai che non potevo perché il mio recapito di lavoro era qui, ma l’avrei accompagnata volentieri la mattina seguente e magari avremmo fatto colazione assieme. Mi avvicinai alla porta, le spensi la luce e mentre nel buio si smarriva il suo gracias, chiusi dolcemente la porta.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”le spensi la luce e mentre nel buio si smarriva il suo gracias, chiusi dolcemente la porta” revealfx=”off”]

Tre ore dopo suonava la sveglia.

Scivolai fuori dalle coperte cercando invano di non svegliarmi. Mi sciacquai la faccia e uscii. Incontrai Gabriela sulle scale, con un grande borsone celeste che non avevo visto nella sua camera. Eravamo in ritardo entrambi all’appuntamento e non c’era tempo per fare colazione. Le portai il bagaglio dall’altra parte della strada fino alla porta della Pension Tropical. Gabriela avrebbe lasciato i bagagli nel nuovo hotel e sarebbe scappata al Retiro per non perdere il bus. Ci demmo appuntamento al Tropical per le 12.30, quando sarebbe stata di ritorno da Mercedes e avremmo avuto tempo di chiacchierare un po’. Tornai in camera assaporando le ore di sonno che mi separavano dal mezzogiorno. Questa storia cominciava ad intrigarmi, Gabriela era certamente strana ma aveva un bel corpo. Mi riaddormentai sereno.

Con una puntualità tutta europea e un po’ fuori luogo, alle 12,30 pregavo l’anziano portiere della pensione Tropical di avvisare la señorita Gabriela Escobar della mia presenza.  Nonostante la pensione avesse pochissime stanze e ancor meno ospiti, il portiere non tradì alcun dubbio e non esitò a consultare più volte il registro degli ospiti. Alle sue spalle un gatto rosso si rotolava sul tavolino del telefono. “Non c’è nessuno con questo nome, ragazzo!” sentenziò il portiere. Impossibile. Gli feci notare che io stesso avevo accompagnato la ragazza la mattina stessa, verso le 6.15 circa. Cercai di descrivere Gabriela, alta, capelli scuri lisci e lunghi, formosa, con una giacca verde e dei jeans blu appena un po’ consumati sotto le ginocchia. Con un sorriso paterno mi disse che lui era sempre stato su quello sgabello e questa mattina non era arrivato nessun nuovo cliente, tantomeno una bella ragazza. Ma certo, Gabriela accortasi del tremendo ritardo ha portato il bagaglio con sè a Mercedes e si registrerà in hotel al suo ritorno. Mi sembrava una giustificazione plausibile, anche se quando l’ho salutata era già con un piede dentro l’hotel. Come mai l’anziano portiere non si era accorto di lei? Comunque sollevato per aver risolto in maniera logica il mistero, mi congedai dal portiere avvisandolo che sarei tornato più tardi e pregandolo di avvisare la ragazza al suo arrivo che poteva trovarmi al Ritz.

Passai il pomeriggio riordinando gli appunti, le idee e fumando. Il canale televisivo Cronica mostrava le immagini dell’ennesimo omicidio nella periferia bonarense. Le telecamere indugiavano sul rivolo di sangue di un corpo riverso sull’asfalto mentre il cronista farneticava fantasie spacciate per verità sulla dinamica dell’assassinio.  Un uomo gridava mentre la mano di un passante copriva l’obiettivo della telecamera. Poi le previsioni del tempo. Sole su tutto il Paese. E nuove immagini di sangue, questa volta da un incidente stradale sulla General Paz. E’ un canale televisivo grottesco, il mio preferito. Questa realtà schizofrenica mi portò alle 18. Non era arrivata nessuna telefonata per me così decisi di andare a trovare Gabriela. Aprii la finestra nella speranza che il fumo dolciastro delle Derby se ne andasse. Fuori aveva ricominciato a piovere. Attraversai la strada balzando tra una pozzanghera e l’altra. Mi strofinai la testa come per asciugarne i capelli, spinsi con forza la porta di vetro nero della pensione Tropical. L’anziano concierge non si era mosso di un centimetro da quando me ne ero andato; sempre sul suo sgabello, sempre col gatto alle sue spalle. Lo salutai e chiesi di Gabriela Maria Escobar.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”Cominciavo a sentirmi un idiota e la cosa iniziava a indispettirmi un po’.” revealfx=”off”]

Abbassando lo sguardo sul registro e scuotendo il capo dopo un istante mi ripetè che non c’era nessuno con quel nome. La mia delusione era evidente. Tornai ancora una volta sui miei passi, ringraziandolo e dicendogli che magari sarei tornato l’indomani, nel frattempo se fosse arrivata… Cominciavo a sentirmi un idiota e la cosa iniziava a indispettirmi un po’. Io stesso l’avevo accompagnata quella mattina. E che bisogno c’era di darmi un appuntamento se voleva andarsene? Mi venne un dubbio. Mi affrettai a domandare al portiere del mio hotel quale fosse il nome reale della ragazza che alloggiava nella 116. Forse mi aveva dato un nome inventato!

Non fu facile estorcere la scheda di registrazione della ragazza ma il giovane ciccione alla fine fu comprensivo e mi aiutò. Gabriela Maria Escobar, 21 anni, passaporto paraguayano e residente a Puerto Rico, Misiones – Argentina. Non aveva inventato nulla. Vedere i suoi dati scritti nero su bianco mi scosse un pò. Come se tutto ciò che era accaduto diventasse più pesante e drammaticamente reale. Ripensai alla notte passata, ai suoi racconti e mi assalì un senso di colpa per la goffaggine con la quale mi ero comportato e che certo non l’aveva confortata. Ma cosa voleva da me, sesso? O solo sfogarsi? O forse entrambi… ma perché proprio io?

Vagabondai fino a tardi per le strade della città tra il Congresso e la Casa Rosada, mangiando un carlito jamon y queso. Mi infilai al Tortoni a bere un tea di boldo e ascoltare un po’ di tango. Attesi Juanito sulla porta del mio hotel, indossava delle scarpe da ginnastica bianche. Gli domandai dove le avesse trovate e mi accesi una sigaretta. Invidiavo la sua serenità sbruffona e la dignità nell’indossare quegli stracci che portava come preziosi broccati. Chiacchierammo un po’. Compassionevoli frasi fatte e luoghi comuni che si perdevano nel silenzio del buio metropolitano. Soffocai il mozzicone della mia sigaretta con la punta della scarpa e mi congedai dal piccolo Juanito, stanco come solo una giornata vuota può stancare. Mi infilai a letto e dormii profondamente.

Nel cuore della notte il vecchio telefono della mia camera trilla affaticato e mi sveglia. Sollevo la cornetta, rispondo. “Sono Gabriela…”.

Una luce rossa fangosa proveniente dalla strada inondava la mia camera. Era l’insegna luminosa della Coca Cola che aveva ripreso a funzionare al di là della strada.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”“Gabriela!? …dove sei finita?” “Non ti preoccupare, sto bene. Volevo solo risentire la tua voce e ringraziarti per ieri notte.” revealfx=”off”]

“Gabriela!? …dove sei finita?” “Non ti preoccupare, sto bene. Volevo solo risentire la tua voce e ringraziarti per ieri notte. Ti prego di dimenticare me, il fatto che ci siamo conosciuti e anche questa telefonata. Non mi cercare più, è meglio… ” Continuavo a domandarle dove fosse, a dirle che avrei potuto raggiungerla. Ma Gabriela aveva riattaccato.

Riagganciai la cornetta e rimasi immobile, con una mano sul telefono e lo sguardo perso nel rosso vischioso di quella notte. Chissa quando l’insegna della Coca Cola aveva ricominciato a funzionare?

Per molto tempo mi domandai che cosa volesse e chi fosse stata realmente quella ragazza. Finchè un giorno sfogliando un famoso giornale scandalistico latinoamericano, la rividi con un bimbo di appena due anni in braccio. Gabriela Maria Escobar, nipote di Pablo Emilio Escobar Gaviria, figlia di Victoria Escobar, arrestata per omicidio e detenzione di stupefacenti il 20 aprile 1998.

Mio padre

“ Lo que el arbol tiene de florido vive de lo que tiene sepultado “

Rio Gallego, 7 gennaio 2006

“ Ci sono cose che non ho mai detto a mio padre. Ed è per questo che ogni volta che penso a lui torno ad un’infanzia di vento interminabile. Mi vedo camminare con lui mano nella mano, per le strade di un paesino che ora ricostruisco attraverso le cartoline di un’altra epoca, o attraverso le sue lettere nelle quali domandava dei miei studi e della salute della mamma. Ricordo le sue parole di addio che sempre ho pensato fosse temporaneo, il suo modo di intendere la vita con quel tenero rigore degli uomini. Quando penso a lui, penso alle notti d’inverno trascorse nella sua assenza, quando nel vetro appannato della cucina scrivevo il mio nome a lettere grandi, le lasciavo gocciolare e mi perdevo, guardandoci attraverso, nella strada che lui percorreva come un viaggiatore per andare al lavoro e che portava dritta al mare. Ricordo le mattine all’alba quando la voce del suo ritorno mi svegliava. Ogni 15 giorni quando mio padre lavorava nella miniera di carbone di Rio Turbio. Saltavo giù dal letto e a piedi nudi correvo fino alla soglia di casa, perché mi vedesse ancora prima che riuscisse a posare le borse di cuoio duro, colore del caffè. La mamma smetteva di tessere, gli andava incontro e lo baciava. Io la imitavo. Ricordo i suoi baci, dall’aroma di tabacco nero e mate. Ricordo le sere, quando vicino alla cucina economica lui mi carezzava la testa e senza dire una parola, riempiva la sua vecchia pipa di tabacco profumato. Sapevo che poi avrebbe iniziato a raccontare. Storie.

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Storie di uomini sconosciuti e di mari lontani. Forse reali o magari inventate. Non era importante perchè quelle notti di respiri leggeri seguivano i giorni violenti di malattia della mamma. Raccontava di capitani ed eroi nello stretto di Magellano, di tempeste e di danze indigene, di ragazze con le gonne a fiori e matrimoni felici, di driadi e tritoni marini.  Quei racconti erano il nostro modo di comunicare e valevano più di mille parole quando lui era lontano. Il più delle volte dovevo affrontare sola la furia delle crisi di nervi della mamma, mentre lui scavava il ventre nero della terra per trasformare il carbone in pane. La mamma mi picchiava quando la depressione diventava più forte di lei. Allora, da quelle parti, credevano che quei raptus fossero segni di una stregoneria nera e li curavano con galli sgozzati e amuleti magici. Una volta, con papà, la portammo dalla “Dama del colmillo”. E’ una delle maghe più conosciute di tutta la provincia di Santa Cruz. Il viaggio fu infinito ma quando vedemmo la mamma svenire all’interno del circolo di conchiglie e pietre, mentre la Dama continuava a danzarle intorno brandendo un gallo per le zampe, pensammo veramente che il demonio avesse lasciato il suo corpo. Invece appena il giorno dopo, mentre mio padre stava lasciando la città per altri 15 giorni, la mamma si chiuse di nuovo in sé e ricominciarono le crisi. All’inizio scappavo, gridavo, piangevo e chiedevo perché. Alla fine, sola nel mio dolore e nell’incomprensione alzavo le braccia a proteggere il viso. Allora i racconti di mio papà si trasformavano nel suo abbraccio affettuoso e quei mari immaginati, impetuosi, che confondevano i destini degli uomini, lavavano via il dolore e mi portavano a momenti più felici.”

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La porta della sala si schiuse per un colpo di vento e una sottile lama di luce ferì il buio, dove solo brillavano le braci nel camino ormai spento. Nell’altra stanza Claudia stava ancora guardando la televisione con la piccola Maria che come ogni notte non voleva dormire. Mi alzai e richiusi la porta. Lo feci in fretta perchè faceva freddo lontano dal fuoco e perché non volevo distrarre Silvana da quella confessione. Nevica ancora, dissi guardando fuori dalla finestra che stava alle nostre spalle. Tornai sul tappeto, vicino a lei, sotto la coperta che ci univa. Guardammo per un po’ le braci scintillare, in silenzio. Poi Silvana riprese a raccontare.

“Una notte come questa sognai mio padre e il giorno seguente ricevemmo un telegramma. Nel sogno percorrevamo su un’auto rossa una strada, tra piante di calafate e di junquillo. Sorridevamo e lui mi carezzava la testa ogni tanto mentre cercava di accendere la radio che non voleva funzionare. Il telegramma raccontava di un incidente in miniera nel quale papà era rimasto gravemente ferito. Si sollecitava la presenza di un familiare.

Da quel momento la mamma non disse più una parola. Ricominciò a tessere e non mi rivolse più lo sguardo. Neppure un saluto quando quella sera, ripercorrendo i passi che papà aveva fatto infinite volte, andai a prendere l’autobus per la miniera. Scendendo per quella strada, ricordo che mi voltai per vedere se la mamma mi stesse guardando dalla finestra della cucina come nelle mattine d’inverno quando andavo a scuola. Scorsi solo un gesto di saluto della vicina di casa che si sarebbe presa cura di lei nei giorni della mia assenza. Sulla neve rimanevano le impronte dei miei passi come giorni prima vi rimasero quelle di mio padre.

Arrivai agli uffici della mina 1 la mattina all’alba assieme a decine di uomini che avrebbero dato il cambio a chi sotto terra aveva terminato il proprio turno. Anche papà avrebbe ripreso il bus verso casa quella sera, e la mattina seguente io avrei aspettato il suo bacio, in camicia da notte e in punta di piedi, sulla pietra fredda dell’ingresso di casa. Andai agli uffici sanitari e mi presentai. Mi chiesero quanti anni avevo. 16 risposi, anche se li avrei compiuti due mesi dopo. Mi chiesero se c’era mia madre. Dissi che non poteva venire.

Un braccio della miniera era crollato all’improvviso e aveva sepolto un piccolo gruppo di minatori. Inutili i soccorsi perché il posto era irraggiungibile a causa di un’infiltrazione d’acqua che aveva allagato il tunnel e reso impossibili i soccorsi. Tempo dopo appresi che l’amministrazione della miniera aveva atteso una settimana prima di avvisare i familiari, nel tentativo di riportare in superficie i corpi. Una gentile signora mi riconsegnò gli effetti personali di mio padre. Le due sacche di cuoio, i vestiti, alcuni giornali e una piccola radio di plastica rossa. Un sacchetto di tabacco da pipa e qualche sigaretta senza filtro. C’era anche una busta di carta gialla con dei soldi, e una pagina del quotidiano di Santa Cruz che annunciava l’arrivo della tournèe di Fito Paez. Si chiamava “El amor después del amor”. L’articolo riportava il prezzo del biglietto di 50 pesos e la data unica del concerto il 18 Ottobre. Il giorno del mio compleanno.

Raccolsi tutte queste cose senza neanche una lacrima. Sapevo cosa avrei dovuto fare. Presi il primo autobus diretto verso la costa e di lì continuai fino alla fine del continente. Arrivai a Cabo Virgenes un pomeriggio alle 4. Ricordo lo sguardo perplesso dell’autista quando scesi dall’autobus nel mezzo del niente. Ero contenta di restare sola con le acque dello stretto di Magellano che mi riempivano gli occhi e il cuore. E che vedevo per la prima volta.

Mi avvicinai alla riva camminando sulla terra soffice e umida. Portavo sulle spalle le borse di papà, e la leggera consapevolezza che ciò che stavo per fare lo avrebbe fatto felice. Percorsi il molo di Cabo Virgenes fino al fondo. Gettai alle onde tutte le sue cose. Vidi le due borse di cuoio danzare in balia delle onde come se dovessero galleggiare per sempre. Poi anche loro sprofondarono nelle acque fredde dello stretto, per raggiungere quegli eroi che mio padre cantava, che io sognavo, e tra i quali oggi, forse, c’era anche lui. Camminai per molte ore, piangendo. Con i soldi del mio regalo di compleanno finanziai la mia fuga dalla realtà. Andai prima a Ushuaia poi a Porvenir, perché offrivano un lavoro da impiegata al porto. Pochi mesi dopo decisi di andare a Buenos Aires, ma la città non fa per me e dopo un anno nel quale lavorai come cameriera e poi come commessa in un Pharmacity decisi che era arrivato il momento di tornare al sud. Di rivedere mia mamma e di mettere in ordine il passato. Fu nel viaggio verso Rio Gallego che conobbi Guillermo, il padre dei miei figli.”

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Rossija Hotel

The Rossija Hotel has been demolished in 2008 following the project of Luzhkov, the mayor of  Moscow. In a huge demolition plan Moscow lost The Inturist Hotel and the Moscwa hotel (famous to be the historic image of the Stolychnaya vodka) too.

The demolition of the Rossija will left 240.000 squared meters free just behind the Red Square. A huge shopping centre, casinos and 7 skyscrapers will be built soon.

The Rossija Hotel has been built in 1967 by Breznev end it has been the only hotel accepting foreign guests for all the communist era. That’s why all the employers were spy from the KGB. More than 3.200 rooms, 50 restaurantes and bar, more than 1000 employee.

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#7 Malacarne – Married to the Mob

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#4 Malacarne – Married to the Mob

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The Godfather of Bogotá

“If you want me out of here, you’ll have to kill me. But before I die, I’ll shoot first.” Salvatore grips his gun and stares right into the eyes of three FARC guerilleros (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Revolutionary Armed Forces of Colombia), who stand before him, their hands shaking. The year is 1992 and Salvatore has just made a momentous discovery: the enemy is also afraid. Salvatore Mancuso Gomez is the founder of the AUC (Autodefensas Unidas de Colombia – United Self-Defence Forces of Colombia), an army of eighteen thousand far-right paramilitaries, formed in the mid-1990s in response to the burgeoning violence of the FARC. Salvatore Mancuso’s father hailed from Sapri in the Italian province of Salerno. In September 1956, he relocated to Colombia, settling in Montería in the northern province of Cordoba, where he would try his luck. Born in 1964, Salvatore was the second of his six sons. On completing his studies in farming administration, Salvatore went on to gain a Master’s Degree from the University of Pittsburgh in Pennsylvania, USA and – in 1982 already – became a national motocross champion. He also started a family and worked as a cattle-breeder in Montería. Until he decided to take up arms in order to protect himself from the FARC. An escalation from nought to a hundred: in 1995, he writes to defence minister Fernando Botero, demanding greater security for the Montería region, completely controlled by the guerilleros as they plunder, murder and extort protection money. This is his last act as a regular citizen before creating the ACCU (Autodefensas Campesinas de Córdoba y Urabá (Peasant Self-Defense Forces of Córdoba and Urabá) soon after – and the notorious AUC in 1997, made up largely of rich, well-educated sons of Colombian upper middle-class families, who have channelled their rage into an ideology. The first warrant for the arrest of Mancuso, one of 23 served on him to date, was issued in the year 1996. Both Italy and the USA have requested his extradition. Over a period of ten years, Mancuso is thought to have shifted some thirty thousand tons of cocaine and may have in excess of ten thousand deaths on his conscience. His annual turnover is approximately seven billion dollars, as he admitted himself in a hearing.

After the demise of Escobar’s Medellín Cartel and the end of the Cali Cartel thereafter, the cocaine business fell into the hands of those actually running the territory, i.e. the FARC and the AUC. Income from the drug trade was initially invested in weapons and financing armies, but in time the two fanatical groups put ideology on the back burner and focussed on cocaine as their core business. The most reliable customer of choice is the Calabrian ‘Ndrangheta: “There has been a relationship of trust between the cocaine producers and the ‘Ndrangheta for many years. It enables the Calabrians to negotiate favourable prices and delivery dates. The organizations have grown so close that the “Narcos” now just have to give their word to the Calabrians when it comes to deliveries”, says prosecutor Mario Spagnuolo, who has worked for the Catanzaro Anti-Mafia Bureau for many years.

But how did Salvatore Mancuso come by his ‘Ndrangheta connections?

Close to home. Montería is a small town in northern Colombia, situated on the banks of the River Sinú. It has a population of a mere three hundred and fifty thousand, albeit with a murder count of seventy per month. In this small, poor town, five out of ten restaurants are Italian. The Italian community lives (unobtrusively) in the wealthiest districts, mindful of tradition and staying in touch with Italy. Mancuso is a legend in Montería. Everyone on the street has a Mancuso story to tell. Like the one about tons of dollars sealed up and buried in the middle of a wood with the aid of a GPS navigation system. Or during the 2006 World Cup Finals, when Mancuso made an appearance at the Piccola Italia restaurant to support the Italian team, where the chef was the very same man who had cooked for him and his military staff during the years he spent in hiding.

Mancuso and the Montería police have a special relationship. Indeed, they are so close, that the narco-paramilitary paid for the law enforcement forces’ helicopters, which he, in turn, was able to borrow, sprayed with different paint. Although this may be an apocryphal story, drummed up to feed the myth of the “godfather”.

Mancuso gave himself up to the police in 2007 and was detained in a kind of prison hotel, built especially for him. He did so on the basis of the so-called “Justice and Peace Law”, promoted by President Alvaro Uribe Vélez, in which the AUC would be afforded remission if they turned in their weapons voluntarily. Hoping to preclude his extradition, Mancuso exerted his influence on one third of Congress, all people who were in some way connected to him, whose position he could effectively compromise. It was Mancuso’s dream to live in Italy (using his official Italian passport) and manage the fortune he had amassed in the previous decade. He hoped for freedom, but his plans were hindered by pressure from Bogotá’s greatest sponsor, the only one Uribe could not say “no” to without recourse to a mountain of dollar bills. The financier of the Colombian government is the USA. Hence Salvatore Mancuso was deported to America on 13 May, 2008.

Text by Andrea Amato, author of L’Impero della Cocaina (Newton Compton Editore)

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Viaggio a Samarcanda

On the way to Samarkand is a theatre show created by Alberto Giuliani and the musician Cesare Picco, with the voice of Gioele Dix. Viaggio a Samarcanda had its debut at Il Piccolo Teatro di Milano in December 2001.

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2001 la guerra in Afghanistan

Un detto popolare afghano dice che “il tempo è come una pietra in mezzo a una strada”, a significare che il tempo non ha valore.

Sara forse questa la ragione per cui come si raggiunge il confine afghano da Dushanbè, iniziano delle interminabili quanto inspiegabili attese. Fino agli storici giorni della ritirata talebana, Il tajikistan rappresentava l’unica porta di accesso all’afghanistan dell’Alleanza del Nord. E sin dai primi giorni della crisi il ministero degli esteri Tajiko organizzava convogli diretti al confine per le migliaia di giornalisti stranieri arrivati a Dushanbè. Al di la delle “generose” cure stava la volonta di non lasciarsene sfuggire neppure uno gia che ognuno di noi rappresentava una cospicua somma di dollari per le entrate piu o meno legali dei funzionari statali. I 200 Km che separano la capitale Tajika dal confine Afghano costavano circa 200 dollari a giornalista (tra visti,permessi e auto). A questo si aggiungevano poi le spese per il visto afghano che dai 25 dollari del prima della crisi, è arrivato a 200 (e in alcuni casi anche molto di piu). Il tutto nel tormentato mare della burocrazia post-sovietica! 

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Nonostante tutto cio avesse gia del surreale, era solo un assaggio di cio che avrei incontrato alcuni giorni dopo all’interno dell’Afghanistan. I miei compagni di viaggio erano Tim (giornalista di USA Today) e Rose (del canadese national post). Dopo insensate ore di attesa (che talvolta si trasformavano in giorni) al confine Russo/Tajiko/Afghano – gia, perche anche sulla proprieta del confine c’è ancora un po di confusione – , una chiatta mossa da un vecchio trattore diesel, ci porta alla sponda afghana del fiume. Alla luce di un lume a cherosene i nostri passaporti vengono registrati e timbrati. Destinazione comune a tutti, Kojabbaudin, una trentina di chilometri piu a sud. Costo per il trasporto, 200 dollari. Se il buon giorno si vede dal mattino,  il fatto che dopo pochi Km la ns jeepsi capotti, non era di gran auspicio. A K. Idriver ci accompagna al ministero degli esteriQuattro stanze, una latrina e un grande campo pieno di tende al di la del quale si trova il piccolo edificio dove due mesi fa è stato ucciso Massud, oggi affittato dalla NBC.Il ministero era tappa obbligata dei nuovi  arrivati per assolvere alle pratiche burocraticheMquello era anche il luogo dove la maggior parte dei giornalisti alloggiavano.

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Al nostro arrivo le stanze, le tende e tutti i luoghi coperti del ministero erano gia stracolmi di giornalisti, sacchi a pelo, parabole e telefoni satellitari, computer e generatori elettrici. Dove sistemare i nuovi arrivati? Io ero particolarmente fortunato, potevo vantare dei diritti su di una tenda acquistata da amici che avevano appena lasciato il Paese. Faccio valere i miei diritti e mi permetto di invitare un collega italiano di “Avvenire” rimasto senza riparo. Ricevo in cambio una lussuosa cena fatta di parmigiano e biscotti Italiani!  Al ministero cera anche Ezio, inviato di Uno Mattina. Era li da un paio di settimane e dallalto della sua esperienza mi chiarisce subito le regole del campo: costa 10 dollari al giorno la tenda e 20 la stanza (con o senza vetri alle finestre, si poteva quasi scegliere), pero ci tiene a precisare che non sono cosi fiscali nei controlli e al momento di pagare si puo barare. Nel prezzo è compresa la colazione (pane afghano) e la cena (riso e fagioli). Tea a volonta tutto il giorno. Piu o meno il percorso era simile a tutti:si parte dalla tenda (senza catino) per passare alla stanza senza vetri alle finestre e quando qualche amico lascia una delle altre due stanze ti sposti e ci resti. Ogni mattina decidi dove andare e passi per l’ufficio (la quarta stanza) dopo le 9 col tuo traduttore ed il tuo autista (obbligatori) e ti rilasciano una lettera di autorizzazione. Mentre oltre confine i grandi network televisivi raccontavano una guerra imponente, l’aria che si respirava in afghanistan era decisamente diversa. La domanda piu ricorrente tra tutti i giornalisti era: tu cosa fai oggi?”.  I luoghi da vedere e da raccontare erano sempre gli stessi e uguali per tutti. Non accadeva nulla di nuovo. Dopo una settimana l’unica cosa che restava da fare era ricominciare da capo. Anche da Jalabalsaraj e la valle del Panshir non arrivavano notizie migliori. Ma le esigenze del jetset mediatico erano ben diverse. A tutti i costi era necessario avere la notizia non fosse altro per giustificare gli imponenti investimenti economici dei grandi media. Mentre fuori si vive il medio evo e la fame, i grandi compound delle maggiori televisioni non mancavano di nulla. Dall’acqua calda alle marmellate. Era ben piu dura la situazione per i numerosi inviati della carta stampata che accampati alla meno peggio non disponevano di gran optional. Il giorno che ho scoperto che era a volte possibile avere delle uova a colazione pagando in nero un funzionario del ministero, sono riuscito a mettere su un piccolo business che richiamava colleghi da tutti gli angoli dell’accampamento. Il prezzo era degno di un ristorante occidentale ma adeguato ai costi della vita da giornalista a Kojabbauddin. Il costo di un autista e di un interprete per una giornata variava dai 200 ai 300 dollari. Le auto e gli interpreti realmente buoni non erano tanti e per loro il prezzo saliva al miglior offerente. Se poi si decideva di spostarsi dalla città le tariffe volavano inspiegabilmente alle stelle. Una televisione spagnola è arrivata a pagare 5000 dollari per un auto che li portasse in Panshir (2/3 giorni di viaggio). Tutto va comparato alla realta locale dove un ottimo impiego puo fruttare 20 dollari al mese. Ma il problema principale restavano gli avvenimenti, che non avvenivano. Cosi il clima si trasformava in una estenuante attesa. Il clima si è scaldato un po quando il pomeriggio del 29 ottobre la prima bomba americana viene sganciata sulla prima linea talebana nei pressi di Kojabb. I continui bombardamenti USA non cambiarono niente della vita quotidiana dell’alleanza del nord se non che si diregevano al fronte con maggior curiosita di quanto non facessero prima. La terra che tremava li faceva sorridere e tutto sembrava un grande gioco. In molti casi i soldati dell’alleanza al fronte non avevano piu munizioni da sparare perche le avevano sparate tutte per i giornalisti dietro lauta ricompensa.

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E mentre le tv raccontavano di furiosi combattimenti al fronte, i mujeiidin parlavano per radio con i Talebani chiededogli dei bombardamenti. Di certo l’alleanza ne era pronta ne aveva voglia di avanzare. La guerra che combattevano era cosa vecchia. In fondo mi domandavo che cosa in una terra tanto inospitale si potesse fare se non la guerra. Dallaltro canto in una situazione tanto statica, i grandi giornalisti di guerra preparavano i loro bagagli e lasciavano il paese rimandando con assoluta certezza l’appuntamento alla prossima primavera. Di certo il Ramadan e linverno avrebbero congelato la situazione. E un intervento americano di terra era praticamente impossibile. Nel giro di un paio di settimane a Kojabbaudin erano rimasti solo i grandi network televisivi e una manciata di fotografi e giornalisti. Le migliori condizioni atmosferiche (assenti da settimane) hanno permesso alle decine di giornalisti bloccate in Panshir di rientrare in Tajikistan. Il Paese si stava svuotando nella evidente preoccupazione di autisti, traduttori e impiegati ministeriali. E anche io assieme a due colleghi spagnoli decido di rientrare. Ancora 150 dollari per tornare al fiume e la chiatta che ci traghetta sulla sponda Tajika. Impressionante come dopo aver conosciuto il medio evo, il depresso Tajikistan ci sembrasse Las Vegas. Dopo poche ore ero gia seduto su un comodo sofa di dushanbe sorseggiando wisky e guardando BBC World. La notizia del giorno era che le truppe dellalleanza stavano muovendo verso Mazar i Sharif. Mi dico che era impossibile e passo al canale russo. L’indomani corro a prenotare il mio volo per Monaco, gia overbooked dallimpressionante numero di giornalisti in rientro. Ottengo un posto. Sul mio volo la troupe rai di Ennio Reimondino. All’arrivo a Monaco la conferma della notizia che le truppe dellalleanza erano entrate a Kabul. Nessuno era riuscito ad immaginare una possibile ritirata dell’esercito Talebano.

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 Lteoria di Sultani

 Sultani è un buon traduttore. Un giorno con un collega di Asia Week abbiamo avuto modo di chiacchierare un po sulla sua vita ed è uscito fuori che Sultani è un medico, laureato a Kabul una decina di anni prima. Particolarmente colto e aperto, mi sono permesso di fargli delle domande sulle donne afghane che ritengo molto belle. Lui ci ha illustrato una teoria che ha studiato sui libri all’universita e che a suo dire ha avuto modo di verificare di persona secondo cui fare troppo sesso e guardare film porno fa perdere la memoria e fa diventare ciechi. Nei casi piu drammatici porta alla paralisi!  Cercavo di sdrammatizzre e mi lascio sfuggire una domanda sulla prostituzione in Afghanistan  Sultani mi dice che è abbastanza frequente. Bisogna andare nei mercati, guardare un po le donne e cercare di capire quli sono disponibili… non sono pero riuscito ad immaginarmi come cio sia possibile gia che tutte indossano il burqa. Ma mi fido del Dr. Sultani.

Il matrimonio di Fayaz

  Fayaz è un pessimo traduttore ma va aiutato per la sua buona causa. Sta cercando di mettere da parte soldi per comprarsi una moglie. Non è particolarmente bello ne particolarmente intelligente ma questo in Afghanistan non conta molto. Le donne si comprano (fino a un massimo di 4) e costano mediamente 2 o 3000 dollari (luna). Ho provato ad aiutarlo ingaggiandolo per un paio di giorni, ma lui non aiutava me col suo inglese improvvisato.

La giornata tipo

Sveglia all’alba. Visita alla latrina (il peggior momento della giornata) Attesa (variabile dai 30’alle 2 ore) per la distribuzione del pane e del tea. Ribollitura del tea dopo che un po di colleghi hanno passato giorni in latrina. Fila allufficio del ministero per il permesso per andare al fronte.  Verso le 9,30/10 si parte per Dashti Kala (dove passa la prima linea). 35 Km di non strada, per arrivare al comando militare che deva vidimare la lettera. E’ necessario parlare con il comandante. Pur essendo una pura formalità puo richiedere ore gia che tutti sono comandanti in afghanistan ma nessuno è mai quello giusto. La tappa successiva è al fiume. Si contratta un prezzo per avere un cavallo con cui attraversare il fiume(solitamente 20 dollari). Ancora 1 ora di cavallo. Si arriva al fronte. Qui controllano la lettera anche se nel 90 percento dei casi l’addetto è analfabeta. Parte la visita alle trincee. Nei giorni di punta i giornalisti riempiono le polverose trincee e bisogna aspettare il proprio turno per lo sand-up o le foto. Pranzo consistene in orribili biscotti iraniani alla vaniglia. Di nuovo a cavallo verso il fiume. Traversata (per molti non indolore gia che ho visto piu di un fotografo cadere in acqua con tutta l’attrezzatura). Ancora unora di auto e di nuovo al Ministero. Chi doveva spedire larticolo dispiegava sull’unico tavolo disponibile computer, tel satellitari, macchine fotografiche. Chi arrivava tardi doveva attendere che almeno una delle tre prese di corrente si liberasse. Chi era impegnato coi moderni sistemi digitali restava in piedi fino a tardi combattendo con la corrente elettrica che andava e veniva a piacimento del vecchio generatore diesel, con le linee satellitari che facevano altrettanto. Gli altri formavano dei capannelli di gente dalle proveninienze piu disparate che si raccontavano i fatti del giorno. E si potevano sentire le tragiche interviste fatte a bambini senza gambe ne genitori (che funziona sempre, specialmente se i genitori sono stati uccisi dai talebani) fino alle drammatiche vicende di corna d’oltreoceano. La cena era attesa con trepidazione non tanto per la fame (che ormai non si accusava piu) quanto perché scandiva un momento della giornata prossima alla fine. E il fatto di trovarsi sempre di fronte un pugno di riso e una cucchiaiata di fagioli era talvolta uno stimolo per lanciarsi nella preparazione di piatti piu ricercati quali riscaldare con cura e pazienza una scatoletta di sardine al pomodoro…  

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