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padre

Senza identità

Era salita e scesa per le scale del palazzo una ventina di volte. Nervosa, prima di suonare il campanello di quello studio dentistico nel cuore di Prati, a Roma. Barbara si era vestita elegante, truccata come per il giorno più bello. Sicuramente fuori luogo agli occhi delle altre persone, ma lei voleva colpirlo. Attese il suo turno per un tempo che le sembrò infinito. Seduta nella sala d’aspetto assieme a una manciata di altri pazienti, tra i giornali strappati dall’uso svogliato dell’attesa. Poi, finalmente, il dottor Michele Tripodi la accolse. Si presentò porgendole la mano e lei, ricambiando il gesto gli disse: “vorrei parlarle in privato prima della visita”. Il dottore la accompagnò nel suo studio. Seduto alla scrivania, osservava divertito quella bella ragazza che continuava a camminare da un lato all’altro della stanza, sguardo rivolto in basso. Barbara si fermò, e guardando negli occhi il dottore, fu per lei come vedersi allo specchio. “Forse non le interesserà, ma io sono sua figlia” disse, con gli occhi prima delle lacrime. “Prego, si accomodi” rispose lui, indicandole la poltrona.

Barbara è nata a Pesaro, concepita per errore il giorno in cui Michele diceva addio per sempre ad Anna. Si erano conosciuti sulle note di Ziggy Stardust durante una festa, una sera che Anna era scappata dalla finestra del collegio nel quale viveva. Da quella notte Michele, un giovane studente calabrese, divenne per lei il mondo intero. La loro fu una storia di pochi mesi, di quelle che si consumano da giovani, belli e onnipotenti, sotto i cieli umidi di stelle cadenti. Quel loro incontro si perderebbe negli angoli della memoria, se nel ventre di Anna non fosse rimasta la vita.

Barbara non ricorda nulla della sua infanzia, se non il sogno ricorrente di alte gambe di uomini, che affollavano il suo buio di bambina, senza mai mostrarsi in volto. Quando lei era ancora piccola, sua madre trovò un marito vero e Barbara, che non ricordava altro uomo all’infuori di lui, lo chiamò papà. Forse per questo Giuseppe Piperno, cosi si chiamava quell’uomo, decise di riconoscere la bambina come figlia naturale. Da quel giorno fu per tutti Barbara Piperno. Scomparvero i brutti sogni e la vita sembrava felice. Fino all’arrivo di un fratellino. Con lui, la storia d’amore tra i genitori iniziò a lacerarsi. Anna era sempre più distratta, assente. Tra litigi e silenzi. Troppe volte Barbara la chiamava, mamma, e lei non rispondeva. Spesso il padre se ne andava con il suo vero figlio e lasciava la piccola Barbara lì, in piedi sull’uscio di casa a piangere, e a domandarsi perché papà non volesse anche lei. Poi un giorno quell’uomo non tornò più, e quel vuoto si popolò di nuovi incubi.

Barbara fu affidata alle cure dei nonni materni e di una tata. Ogni giorno passava dalle classi di scuola a quelle del conservatorio, dove studiava flauto. Si rifugiò nei libri e nella musica, per dimenticare pensieri e lacrime. Fino a che, una sera dei suoi tredici anni, rientrando a casa, trovò la tata ad aspettarla in cucina. Nel pallore della luce neon, le consegnò una piccola scatola di cartone, dai disegni geometrici. La fece scivolare sulla tovaglia di plastica a fiori, fino alle mani riluttanti di Barbara. “Non devi soffrire più” le disse. “Giuseppe Piperno non è il tuo vero padre. Qui dentro troverai la verità”.  “Guardavo dentro la scatola, senza cercare niente. C’era la foto di un ragazzo sui vent’anni, e quella di un bambino. Qualche lettera. Quelle cose erano per me imprendibili. Ero troppo piccola per capire”. Barbara ripose la scatola in un cassetto, e con essa tutte le sue domande. Era l’adolescenza, voleva solo fuggire.

Fu per caso che, un pomeriggio nell’estate dei suoi diciassette anni, tra i libri del nonno, ritrovò quella scatola. “Non so come fosse finita li, ma feci un respiro profondo e la riaprii”. Quelle lettere parlavano d’amore, tra sua madre e Michele, allora studente di medicina. In una di queste Barbara trovò un numero di telefono. “Passarono mesi e infinite insicurezze, prima di decidermi a chiamare. Ma avevo bisogno di capire”.

Doveva mettere ordine a quella sua vita fatta di mancanze, di sete d’amore, di caos. Barbara cercava se stessa e avrebbe dovuto fare tutto da se. Così prese il telefono e con mano tremante compose il numero: “Mi chiamo Elsa e sono una ex-compagna di medicina di Michele” mentì. All’altro capo, da un paesino della Calabria, la zia dell’uomo. “Non vive più qui, e ha lasciato medicina per studiare odontoiatria. Ha uno studio dentistico a Roma. Le do il numero, gli farà piacere ritrovare una compagna di studi”.

Quindi la telefonata allo studio Tripodi. Alla segretaria che le rispose disse che le faceva male un dente, e si fece dare un appuntamento col dottore. Ai nonni invece, disse che andava a Roma per il concorso dell’orchestra sinfonica della Rai.

Barbara trascorse tutto il pomeriggio nello studio del padre (che lei chiama solo Michele). Parlarono a lungo, anche se lui andava e veniva tra una visita e l’altra.  “E’ un gran affabulatore, vive per piacere agli altri, gode delle sue belle auto e delle sue molte donne. Si è sposato, ha vari figli, ma non mi ha mai presentato nessuno della sua nuova famiglia” racconta Barbara. “Si divertiva a portarmi in giro, ristoranti e hotel di lusso. Gli piaceva farmi spesso regali, e anche giocare sull’ambiguità dell’essere accompagnato da una bella e giovane donna”. Passarono gli anni, frequentandosi di tanto in tanto. Barbara che sperava di trovare in lui un briciolo di sentimento paterno. E Michele che, barcamenandosi in una vita fatta di bugie e promesse non mantenute, cercava di dimostrare affetto, a modo suo. Finché una sera, mentre Barbara scaldava il flauto prima di un concerto, le squillò il telefono. Era la voce di un uomo sconosciuto: “tuo padre è in ospedale. Meningite. E’ in coma”. Barbara si precipitò a Roma, ai piedi del letto di suo padre Michele; che anche se non è quello che lei avrebbe voluto, spera in fondo che un giorno la chiami figlia.

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Nell’anticamera dell’ospedale c’era molta gente ad attendere in silenzio. Troppa, da far girare la testa. Erano genitori, mogli, figli, amanti. Erano le tante vite di quell’uomo. Si svelavano le menzogne e i volti senza che si udisse neppure una parola.

“Fu imbarazzante. L’unica a salutarmi fu sua sorella”. Non si fermò molto in quella situazione Barbara. Non aveva più nulla da attendere, più nulla in cui sperare da quell’uomo che era suo padre. Tornò a Pesaro e cercò ancora una volta di dimenticarsi di tutto. Si impose di guardare avanti, solo al domani, ai suoi affetti, alla musica. Forse ce l’avrebbe fatta se una mattina i carabinieri , suonando alla sua porta, non l’avessero ributtata tra le tempeste del passato. “Lei è citata in tribunale, perché il signor Piperno non la riconosce più come sua figlia” diceva la lettera che le recapitavano. “Sosteneva di essere stato ingannato da mia madre, che gli avrebbe fatto credere che io fossi davvero sua figlia. Lui, che arrivò nella mia vita quando avevo già tre anni” racconta Barbara. Lei vinse il primo grado, ma lui ricorse in giudizio. E per quelle capriole della burocrazia e della vita, Barbara perse il ricorso: ora le veniva tolto anche il cognome. Si doveva chiamare Barbara Miscio le dissero, come la madre. Per lei tutto questo non aveva nessun significato, solo rabbia. Tra le tempeste del suo inconscio e dei cambiamenti, in quegli stessi giorni, si fece vivo Michele, il padre naturale, guarito dalla malattia. Chiamava da una spiaggia calabra, e con stridente gioia annunciava a Barbara che l’avrebbe riconosciuta come figlia. Arrivava con trent’anni di ritardo. Barbara accolse la paternità, ma rifiutò anche quel cognome.

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Oggi Barbara ha un’identità diversa in ogni documento, e nell’anima. Ogni mattina si domanda “chi sarò oggi?”. Non sa cosa vorrebbe essere. Vorrebbe solo riuscire a ignorare il passato. Quando si guarda allo specchio cerca nei suoi tratti scuri e decisi un dettaglio che le indichi la via. “Non ho radici ma per tutti sono Piperno. Vorrei che almeno gli altri continuassero a riconoscermi”. Per questo ha supplicato il prefetto della sua città di aiutarla a recuperare quel cognome. Affiggeranno un annuncio in Prefettura, nel quale si dichiara che d’ufficio diventerà Piperno. Dovranno passare trenta giorni e nessuna opposizione, e Barbara tornerà al punto di partenza di tutta questa storia. Ma questa volta prenderà il suo flauto, e cercherà la strada che la porti il più lontano possibile.

Mio padre

“ Lo que el arbol tiene de florido vive de lo que tiene sepultado “

Rio Gallego, 7 gennaio 2006

“ Ci sono cose che non ho mai detto a mio padre. Ed è per questo che ogni volta che penso a lui torno ad un’infanzia di vento interminabile. Mi vedo camminare con lui mano nella mano, per le strade di un paesino che ora ricostruisco attraverso le cartoline di un’altra epoca, o attraverso le sue lettere nelle quali domandava dei miei studi e della salute della mamma. Ricordo le sue parole di addio che sempre ho pensato fosse temporaneo, il suo modo di intendere la vita con quel tenero rigore degli uomini. Quando penso a lui, penso alle notti d’inverno trascorse nella sua assenza, quando nel vetro appannato della cucina scrivevo il mio nome a lettere grandi, le lasciavo gocciolare e mi perdevo, guardandoci attraverso, nella strada che lui percorreva come un viaggiatore per andare al lavoro e che portava dritta al mare. Ricordo le mattine all’alba quando la voce del suo ritorno mi svegliava. Ogni 15 giorni quando mio padre lavorava nella miniera di carbone di Rio Turbio. Saltavo giù dal letto e a piedi nudi correvo fino alla soglia di casa, perché mi vedesse ancora prima che riuscisse a posare le borse di cuoio duro, colore del caffè. La mamma smetteva di tessere, gli andava incontro e lo baciava. Io la imitavo. Ricordo i suoi baci, dall’aroma di tabacco nero e mate. Ricordo le sere, quando vicino alla cucina economica lui mi carezzava la testa e senza dire una parola, riempiva la sua vecchia pipa di tabacco profumato. Sapevo che poi avrebbe iniziato a raccontare. Storie.

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Storie di uomini sconosciuti e di mari lontani. Forse reali o magari inventate. Non era importante perchè quelle notti di respiri leggeri seguivano i giorni violenti di malattia della mamma. Raccontava di capitani ed eroi nello stretto di Magellano, di tempeste e di danze indigene, di ragazze con le gonne a fiori e matrimoni felici, di driadi e tritoni marini.  Quei racconti erano il nostro modo di comunicare e valevano più di mille parole quando lui era lontano. Il più delle volte dovevo affrontare sola la furia delle crisi di nervi della mamma, mentre lui scavava il ventre nero della terra per trasformare il carbone in pane. La mamma mi picchiava quando la depressione diventava più forte di lei. Allora, da quelle parti, credevano che quei raptus fossero segni di una stregoneria nera e li curavano con galli sgozzati e amuleti magici. Una volta, con papà, la portammo dalla “Dama del colmillo”. E’ una delle maghe più conosciute di tutta la provincia di Santa Cruz. Il viaggio fu infinito ma quando vedemmo la mamma svenire all’interno del circolo di conchiglie e pietre, mentre la Dama continuava a danzarle intorno brandendo un gallo per le zampe, pensammo veramente che il demonio avesse lasciato il suo corpo. Invece appena il giorno dopo, mentre mio padre stava lasciando la città per altri 15 giorni, la mamma si chiuse di nuovo in sé e ricominciarono le crisi. All’inizio scappavo, gridavo, piangevo e chiedevo perché. Alla fine, sola nel mio dolore e nell’incomprensione alzavo le braccia a proteggere il viso. Allora i racconti di mio papà si trasformavano nel suo abbraccio affettuoso e quei mari immaginati, impetuosi, che confondevano i destini degli uomini, lavavano via il dolore e mi portavano a momenti più felici.”

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La porta della sala si schiuse per un colpo di vento e una sottile lama di luce ferì il buio, dove solo brillavano le braci nel camino ormai spento. Nell’altra stanza Claudia stava ancora guardando la televisione con la piccola Maria che come ogni notte non voleva dormire. Mi alzai e richiusi la porta. Lo feci in fretta perchè faceva freddo lontano dal fuoco e perché non volevo distrarre Silvana da quella confessione. Nevica ancora, dissi guardando fuori dalla finestra che stava alle nostre spalle. Tornai sul tappeto, vicino a lei, sotto la coperta che ci univa. Guardammo per un po’ le braci scintillare, in silenzio. Poi Silvana riprese a raccontare.

“Una notte come questa sognai mio padre e il giorno seguente ricevemmo un telegramma. Nel sogno percorrevamo su un’auto rossa una strada, tra piante di calafate e di junquillo. Sorridevamo e lui mi carezzava la testa ogni tanto mentre cercava di accendere la radio che non voleva funzionare. Il telegramma raccontava di un incidente in miniera nel quale papà era rimasto gravemente ferito. Si sollecitava la presenza di un familiare.

Da quel momento la mamma non disse più una parola. Ricominciò a tessere e non mi rivolse più lo sguardo. Neppure un saluto quando quella sera, ripercorrendo i passi che papà aveva fatto infinite volte, andai a prendere l’autobus per la miniera. Scendendo per quella strada, ricordo che mi voltai per vedere se la mamma mi stesse guardando dalla finestra della cucina come nelle mattine d’inverno quando andavo a scuola. Scorsi solo un gesto di saluto della vicina di casa che si sarebbe presa cura di lei nei giorni della mia assenza. Sulla neve rimanevano le impronte dei miei passi come giorni prima vi rimasero quelle di mio padre.

Arrivai agli uffici della mina 1 la mattina all’alba assieme a decine di uomini che avrebbero dato il cambio a chi sotto terra aveva terminato il proprio turno. Anche papà avrebbe ripreso il bus verso casa quella sera, e la mattina seguente io avrei aspettato il suo bacio, in camicia da notte e in punta di piedi, sulla pietra fredda dell’ingresso di casa. Andai agli uffici sanitari e mi presentai. Mi chiesero quanti anni avevo. 16 risposi, anche se li avrei compiuti due mesi dopo. Mi chiesero se c’era mia madre. Dissi che non poteva venire.

Un braccio della miniera era crollato all’improvviso e aveva sepolto un piccolo gruppo di minatori. Inutili i soccorsi perché il posto era irraggiungibile a causa di un’infiltrazione d’acqua che aveva allagato il tunnel e reso impossibili i soccorsi. Tempo dopo appresi che l’amministrazione della miniera aveva atteso una settimana prima di avvisare i familiari, nel tentativo di riportare in superficie i corpi. Una gentile signora mi riconsegnò gli effetti personali di mio padre. Le due sacche di cuoio, i vestiti, alcuni giornali e una piccola radio di plastica rossa. Un sacchetto di tabacco da pipa e qualche sigaretta senza filtro. C’era anche una busta di carta gialla con dei soldi, e una pagina del quotidiano di Santa Cruz che annunciava l’arrivo della tournèe di Fito Paez. Si chiamava “El amor después del amor”. L’articolo riportava il prezzo del biglietto di 50 pesos e la data unica del concerto il 18 Ottobre. Il giorno del mio compleanno.

Raccolsi tutte queste cose senza neanche una lacrima. Sapevo cosa avrei dovuto fare. Presi il primo autobus diretto verso la costa e di lì continuai fino alla fine del continente. Arrivai a Cabo Virgenes un pomeriggio alle 4. Ricordo lo sguardo perplesso dell’autista quando scesi dall’autobus nel mezzo del niente. Ero contenta di restare sola con le acque dello stretto di Magellano che mi riempivano gli occhi e il cuore. E che vedevo per la prima volta.

Mi avvicinai alla riva camminando sulla terra soffice e umida. Portavo sulle spalle le borse di papà, e la leggera consapevolezza che ciò che stavo per fare lo avrebbe fatto felice. Percorsi il molo di Cabo Virgenes fino al fondo. Gettai alle onde tutte le sue cose. Vidi le due borse di cuoio danzare in balia delle onde come se dovessero galleggiare per sempre. Poi anche loro sprofondarono nelle acque fredde dello stretto, per raggiungere quegli eroi che mio padre cantava, che io sognavo, e tra i quali oggi, forse, c’era anche lui. Camminai per molte ore, piangendo. Con i soldi del mio regalo di compleanno finanziai la mia fuga dalla realtà. Andai prima a Ushuaia poi a Porvenir, perché offrivano un lavoro da impiegata al porto. Pochi mesi dopo decisi di andare a Buenos Aires, ma la città non fa per me e dopo un anno nel quale lavorai come cameriera e poi come commessa in un Pharmacity decisi che era arrivato il momento di tornare al sud. Di rivedere mia mamma e di mettere in ordine il passato. Fu nel viaggio verso Rio Gallego che conobbi Guillermo, il padre dei miei figli.”

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