Il dott. Fernando Aviles è uno degli psicanalisti più stimati di Rosario.

Da lui ho imparato le mie poche nozioni di psicologia. Spesso mi faceva assistere alle sue preziose consulenze individuali. Mi presentava come il dottor Giuliani, “dell’Italia” diceva. E portava i suoi pazienti a confidarmi tradimenti e nevrosi.

Lo faceva per noia, non ne poteva più di ascoltare i fatti degli altri e se continuava a farlo era solo per i 300 pesos che dopo 45 minuti esatti scivolavano sul tavolo assieme ad un sentito “grazie dottore”.

Non era per la stessa ragione invece che due volte a settimana riceveva i pazienti indigenti nel consultorio pubblico del ministero della salute.  Diceva che lo faceva per prestigio ma ho sempre pensato che in fondo, in quell’inconscio che lui tanto bene esamina, provasse rimorso e una certa nostalgia.

 

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”Diceva che lo faceva per prestigio ma ho sempre pensato che in fondo, in quell’inconscio che lui tanto bene esamina, provasse rimorso e una certa nostalgia.” revealfx=”off”]

Aveva passato quaranta anni della sua vita cercando di aiutare i bambini di strada delle villa miseria, fino a che una sera di ottobre decise di non volerne più sapere perché tanto erano “tutti delle merde e il  mondo non cambierà mai”.

Era successo qualcosa che lo aveva ferito profondamente. Aveva deciso di chiudere la porta alla miseria e lo fece con la fermezza che da sempre lo contraddistingue.

Comunque stiano le cose non mi stupì troppo che, quando una ragazza e sua madre bussarono alla porta del consultorio pubblico, Fernando si alzò e mi lasciò solo con le pazienti, presentandomi nuovamente come “il dottor Giuliani dell’Italia”.

La grassa donna doveva avere una quarantina d’anni mal portati. Vestiva il puzzo della villa miseria e sotto il braccio portava una grossa busta gialla dell’ospedale Provinciale. La figlia al contrario trasmetteva una certa dignità e una strana bellezza. Se non fosse stato per un rossetto troppo rosso e un sorriso disordinato si sarebbe potuto pensare che venisse da un quartiere bene del centro.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”La figlia al contrario trasmetteva una certa dignità e una strana bellezza.” revealfx=”off”]

La madre estrae dalla busta delle radiografie, me le porge e mi prega di guardarle con attenzione.

Secondo lei avrei dovuto vederne una terribile malformazione alla colonna vertebrale della sua piccola, che non le permette di dormire, che le dà continui dolori e che l’avrebbe presto portata alla paralisi. Io nonostante cercassi di osservarle con attenzione rivolgendole contro la luce al neon del soffitto, non ci capivo proprio un bel niente. Così recitavo una faccia compassionevole e preoccupata, osservavo la figlia, che peraltro sembrava del tutto disinteressata alla conversazione. Annuivo pensieroso ai pronostici drammatici della donna e non potei esimermi dal mentire alle sue suppliche, promettendole di parlare del suo caso a qualche medico influente dell’ospedale. Con imbarazzo, appena la madre me ne diede l’opportunità, troncai la discussione e chiesi quale ragione le aveva portate fin lì.

I professori di scuola avevano richiesto un colloquio con lo psicologo perché il rendimento scolastico e la condotta della figlia erano pessimi.

 

[aesop_parallax img=”http://www.albertogiuliani.com/wp-content/uploads/2017/01/GIA200519-07-copy.jpg” parallaxbg=”on” caption=”Doctor Aviles seated in his public counseling at the local Health Ministry Office” captionposition=”bottom-right” lightbox=”off” floater=”on” floaterposition=”left” floaterdirection=”none”]

Sapevo bene che né alla ragazza né alla madre importava nulla della scuola. Né ai professori importava della ragazza. Tutti eravamo vittime di un sistema pensato per scaricare le responsabilità e con essi i sensi di colpa di una vita fatta di sopravvivenze quotidiane. L’unica cosa che avrei dovuto fare era ascoltare per qualche  minuto le ragioni della ragazza, dirle di impegnarsi di più d’ora in avanti, prendere il prestampato della scuola, compilarlo, apporci rumorosamente un timbro, una firma illeggibile e rispedire le due donne a casa. Così saremmo stati tutti contenti. Ma quella ragazza aveva un che d’intrigante. Arrogante e tenera nello stesso tempo. Chiesi alla madre di accomodarsi fuori e di lasciarmi solo con la figlia.

Quando si chiuse la porta, la ragazza stava ferma in mezzo alla stanza, sotto la luce del neon che le scivolava sui capelli neri, lunghi e lisci. Il rossetto vivace, un giubbotto bianco e corto. Le mani infilate nelle tasche posteriori dei jeans. Le dissi di sedersi, indicandole l’unica sedia che si trovava nella stanza oltre alla mia. Si avvicinò alla scrivania slacciandosi il giubbotto e lasciando intravedere una volgare scollatura. Si accomodò di fronte a me con uno sguardo di sfida che non seppi sostenere. Abbassai lo sguardo e le chiesi come si chiamasse.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”Si faccio uso di droghe. Poxiran, pasticche e marijuana. Si, anche alcolici se sono con gli amici.” revealfx=”off”]

Eluana Rios. 14 anni. Scuola numero 3. Si faccio uso di droghe. Poxiran, pasticche e marijuana. Si, anche alcolici se sono con gli amici.

Avevo esaurito le mie domande sconcertato da una bruciante sincerità. Avevo annotato queste poche informazioni su di un foglio bianco come avevo visto fare mille volte a Fernando. Avrei continuato con altre domande banali come se fosse fidanzata, quanti fossero in famiglia e cose di questo tipo. Ma esitai un attimo, lasciai scivolare pigramente il mio sguardo sul vuoto noioso della scrivania, sulle fessure delle vecchie pareti di legno, sulla cassettiera metallica buttata in angolo. Guardai l’apparecchio telefonico col lucchetto sul disco dei numeri, pensai che quella stanza non aveva finestre e mentre stavo per domandarle del suo rapporto coi genitori Eluana disse: “vuoi che ti racconto di quando abbiamo ammazzato un tipo?”.

Nel pronunciare quelle parole le sue labbra rosse si schiusero a uno strano sorriso mostrando i denti neri di miseria e spaccati dalla follia.

“aveva piovuto per giorni e le strade di Villa Norte sembrava non sapessero più dove portare i fiumi di fango che si erano formati. Io mi ero fermata a dormire a casa di Adel, il mio fidanzato. Quella mattina aveva ricevuto una telefonata dal suo socio. Adel spaccia per vivere e assieme a Mariano riforniscono praticamente tutto il quartiere. Pasta base, crack, marjuana… e poi… insomma un po’ di tutto. Però sono tipi tranquilli, e sanno farsi rispettare anche dalla polizia locale che li aiuta a coprire gli affari in cambio di una parte dei profitti.

Mariano ha un chiosco di bibite e sigarette e da alcuni giorni, proprio lì vicino, c’era un tizio non del quartiere che veniva a spacciare. Più volte Adel e Mariano gli avevano detto di andarsene, ma lui puntuale dopo qualche giorno tornava. Quella mattina Adel riattaccò il telefono e si vestì di corsa. Non si accese neppure la solita sigaretta prima di uscire in strada tanta era la fretta di andare. Anche io mi alzai e gli corsi dietro. Il tipo era di nuovo all’angolo del chiosco e questa volta bisognava dargli una lezione. Adel non è un tipo cattivo ma questa storia gli aveva fatto perdere la pazienza. Camminava veloce, io quasi correvo per stargli dietro. Adel è uno timido, e credo sia per questo che nel cammino si calò una pasticca. Comunque lì ho capito che le cose si sarebbero messe male. Faceva già caldissimo per strada e dovevamo zigzagare le pozzanghere”

Facendo una breve pausa, Eluana avvicina a se un foglio bianco e con la penna inizia a tracciare delle linee.

“ Questo è l’ingrasso di Villa Norte, qui abita il mio fidanzato” segnando una piccola x su un lato di un quadrato “ e qui c’è il chiosco di Mariano” segnando questa volta con un cerchio deciso l’incrocio di due vicoli. Con una linea incerta e leggera, Eluana segna invece il cammino che stavano facendo.

“Già da lontano Adel aveva visto il tipo e mi aveva detto di aspettarlo lì perchè non voleva essere visto con la fidanzata. Io mi siedo su un muretto perché avevo il fiatone e mi veniva da vomitare. Faceva caldo e poi ancora mi tornavano su le merde e la birra della sera prima. Mentre Adel entrava nel chiosco, Mariano stava sul retro a far finta di sistemare delle cassette vuote delle bibite. Come mi vede mi saluta, esce dal cancelletto del retro ma non viene verso di me. Fa il giro e va a chiudere le inferriate del chiosco. Stava per succedere qualcosa, e mentre ancora non avevo deciso se restarmene lì a reggermi lo stomaco o andare verso Mariano, sento un colpo, secco. Vedo il tizio scivolare sul muro alle sue spalle fino a sedersi e poi distendersi sul fango della calle Poblet. Mi alzo e corro verso Adel, mentre le grida del tizio corrono verso di me. Nella mia mente si fa vuoto tutto intorno. Adel afferra il tizio per un braccio e lo trascina dentro il chiosco di Mariano. Il sangue della ferita al ginocchio segnava con precisione la strada. Seguii Adel nell’oscurità del chiosco chiuso come in un giorno di festa. Solo allora lo guardai negli occhi.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”Mi porse una corda e mi chiese di aiutarlo. Io lo feci e insieme legammo i polsi della nostra rovina.” revealfx=”off”]

Riconobbi la dolcezza di sempre, il nostro amore e la lucidità dei suoi gesti. Adel stava facendo ciò che andava fatto, anche se era crudele, lui non poteva sbagliare e la vita qui non è facile. Mi porse una corda e mi chiese di aiutarlo. Io lo feci e insieme legammo i polsi della nostra rovina. Abbassai lo sguardo e ai miei piedi giaceva immobile e silenzioso il corpo magro di quel ragazzo. Gli occhi chiari, la fronte sbucciata e i capelli sudati. Ma i suoi lineamenti mi erano sconosciuti. Sembrava che il buio avesse inghiottito i corpi e il sangue. Insieme alla luce erano spariti i guai, le angosce, la miseria. In quel chiosco c’eravamo solo io, il mio amore e una questione da sbrigare. Era qualcosa di intimo. Quel buio era più cieco delle notti d’amore, più profondo dei nostri sentimenti. Non avevo più paura della mia vita in quel momento. E’ per questo che il colpo che Adel ha sparato alla testa del tipo è suonato alle mie orecchie come il rumore di un libro che si chiude. In quel buio abbracciai Adel, e fu un abbraccio sincero e infinito. Non una parola né dentro né fuori. Riconoscevo il suo sorriso soddisfatto solamente accarezzandogli il viso. La mia fronte grondava sudore, faceva caldissimo lì dentro. Mi diressi alla porta, la spalancai. La luce mi accecò, mi costrinse a riabbassare lo sguardo e a seguirla fino alla macchia di sangue che ci bagnava i piedi, e che si faceva sempre più grande a mano a mano che aprivo la porta. Fuori, tutto era ancora fango e miseria. Cercai Adel, alle mie spalle. Era l’orrore, la morte.

La polizia lo portò via con discrezione. Lui non sorrideva più, né aveva lo sguardo di un giusto. Io fui mandata via perché sono ancora minorenne. Adel deve scontare 9 anni. Mariano nessuno. Io voltai l’angolo e finalmente vomitai.

Il chiosco di Mariano riaprì pochi giorni dopo e lui sempre dietro quella grata, col broncio di sempre, come se nulla fosse mai accaduto. Uno di quei giorni decisi di passare a trovarlo. All’uscita dalla scuola, lungo la tangenziale Kennedy, incontrai un ragazzo che tentava di riaccendere la propria moto. Ma era cosi ubriaco che a mala pena riusciva a reggersi in piedi. Così lo aiutai e gli chiesi in cambio un passaggio per quelle poche centinaia di metri che mi separavano da Villa Norte. Anche lui andava da quelle parti. Mi misi io alla guida della moto e lo feci salire dietro. Non si capiva niente di quello che diceva perché era troppo bevuto però compresi che stava andando a rendere giustizia a chi pochi giorni prima aveva ammazzato il fratello. Mi si gelò il sangue. Già potevamo vedere il chiosco di Mariano sulla curva della strada che ci passava sotto. Fermai la moto, io ero arrivata. Non volevo più saperne niente. Sarei tornata sui miei passi dritto fino a casa.

Il ragazzo proseguì zigzagando sulla linea gialla della tangenziale. Presto dal chiosco di Mariano si alzò una densa colonna di fumo nero, che da lontano si confondeva con quelle dei mucchi di spazzatura che poco più giù nella discarica stavano bruciando. Del chiosco rimase solo cenere in pochi minuti”

La penna aveva disegnato i suoi racconti sul foglio. Un’insieme scomposto di linee che si incrociavano e si confondevano. Un groviglio di fatalità e destini che si rincorrevano come topi in gabbia. Ripercorrevo mentalmente quelle strade fatte di spazzatura e fango. Di cani randagi che si contendono un pezzo di miseria.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”La sua età era sospesa tra chi era troppo giovane per essere donna e chi è ormai troppo vecchia per essere bambina.” revealfx=”off”]

La sua età era sospesa tra chi era troppo giovane per essere donna e chi è ormai troppo vecchia per essere bambina. Le sue parole erano di chi già aveva vissuto tutto, di chi aveva provato sulla propria pelle la miseria delle passioni umane e la violenza dell’amore.  Per un attimo anche io, come lei, avrei voluto che aprendo la porta il sole avesse lavato via il sangue dalla strada, che non esistessero più vittime e carnefici. Ma i peccati sono il mondo. E io come potevo esprimere un giudizio? Uccidere è riprovevole, disumano. Ma le bestie forse non uccidono per sopravvivere? E se è vero che l’uomo ha la ragione, dovrebbe avere anche la dignità della giustizia, della libertà e dell’infanzia.

Riprese a disegnare. Un cuore questa volta. Poi una freccia. Le parole e i simboli del suo Newell’s. Una dedica. Io compilo il modello della scuola, ci metto il timbro perché tutti possiamo essere contenti. Mi porge il foglio, mi sorride e mi dice grazie, dottore.