Photographer, Journalist, Videomaker

Alberto Giuliani

Foro del Libro MADRID

Book presentation “Gli immortali” (Ed. Il Saggiatore) and workshop

Istituto Italiano de Cultura

Madrid, 28-30 Oct.

Festival Informatici Senza Frontiere – Rovereto

Book presentation “Gli Immortali” – Ed. Il Saggiatore

19th Oct, 5p.m. Rovereto (Trento)

Lectio Magistralis

Bologna University

Conference about “Tell solidarity”, Rights, duties and difficulties of contemporary media.

Bologna University, 10th Oct., 5p.m.

Pordenonelegge

Speech: Dante, noi e l’infinito. Book presentation Gli immortali – Ed. Il Saggiatore.

Pordenone, Sept. 20th 3,30 p.m.

Festival della Mente

Alla ricerca dell’immortalità.

Speech about immortality and future.

Sept. 1st 2019 – 11,45 a.m. Cinema Moderno

SANTERIA

Presentation of the book “Gli immortali – Storie dal mondo che verrà”
Ed. Il Saggiatore

May 29th h.20,00
via Paladini, 8 – Milan

LIBRERIA TOMO

Presentation of the book
“Gli immortali – Storie dal mondo che verrà”
Ed. Il Saggiatore

May 23rd h.19;30
via Degli Etruschi, 4 – Rome

Surviving Humanity

SURVIVING HUMANITY explores the future of humanity.

Climate change, demography, nuclear war, migrations. Following the experts opinion, in the coming decades we are going to face huge challenges. And for the first time in history, we are dealing with our survival.This work explores what science is doing around the world to face the future. SURVIVING HUMANITY meets those unknown men and women handling with our destiny and narrates places where human being is organizing his resilience.

SURVIVING HUMANITY visited:
North Pole scientific base and Global Seed Vault (Arctic Svalbard), Cryopreservation centers (USA), institutes and universities working with humanoid robotics (Japan), NASA astronauts simulating life on Mars (Hawaii), edible insect farming (Netherland), biosphere to preserve forest’s biodiversity (UK), dog and animal cloning (Korea), Human Genomic research and China National GeneBank (China), the first Artificial Sun (Germany), luxury bunkers for civil communities (USA).

Edison

Direction, production and filming of a corporate video, realized for the opening of the new hydroelectric power plant in Pizzighettone

Surviving Humanity

SURVIVING HUMANITY
Solo Exhibition
Bienal Fotografia do Porto (Portugal)
“Adaptation and Transition”

Opening Friday 17th May h.18,00
Edifício Paços do Concelho

Salone Internazionale del Libro

Salone Internazionale del libro di Torino
Presentation of the book
“Gli immortali – storie dal mondo che verrà”
Ed. Il Saggiatore

Saturday 11th May h.12,30
Sala Rosa – Lingotto Fiere, Torino (Italy)

Edison

I narrate the transformation of the company Edison in a special issue corporate magazine. Taking care of the editorial line, interviews, texts and pictures

AD

Trough text and pictures I narrate for AD the story of a private palace in Venezuela. It is the background of the dramatic history of a dynasty, from slavery to power, until the escape

Vanity Fair

(1) Text and pictures for Vanity Fair to narrate an amazing love story
(2) Text and pictures for Vanity Fair to narrate a contemporary Thelma and Louise in Patagonia

Edison

Editorial line, interviews, texts and pictures is the work I have done to narrate the first wave of Edison Transformation Team. This tool is added to a massive video production (only internal use) I realized

Il Corriere della Sera

The arctic Climate Change is the subject of the story I have done (text and pictures) for Io Donna – Il Corriere della Sera

Vanity Fair

100 years of love narrated with text and pictures for Vanity Fair. This story became one of the most shared stories on the web

Luxury Bunker: vince chi resta?

“La Terra è un punto nel mezzo di un poligono di tiro. Prima o poi qualcosa la colpirà” mi spiega Robert Vicino, un omone sui cinquanta che delle sue remote origini italiane ha conservato il fare da guappo e un grosso crocefisso d’oro al collo. Dopo molti anni spesi a comprare e vendere proprietà sulle marine della California, ha fondato la TerraVivos, una società che costruisce bunker di lusso in mezzo mondo. Mi ha dato appuntamento sulle alture di Edgemont, un pugno di case tra le praterie del Sud Dakota, per mostrarmi Xpoint, la città della resilienza, o per usarle sue parole, “l’arca che sto costruendo per salvare l’umanità”.

Nella valle che si apre ai nostri piedi, in file ordinate tra l’erba accarezzata dal vento, emergono 575 bunker. Struttura di cemento armato spesso un metro, un comignolo per filtrare l’aria, una porta d’acciaio e nessuna finestra. Tanto ficcati nella terra che dall’alto sembrano tracce lasciate da talpe preistoriche.

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“Incredibile” esclamo io senza nascondere uno sguardo accigliato alla vista di quel paesaggio post-atomico che si perde all’orizzonte. “Non è incredibile. E’ meraviglioso. L’unico destino” rimbecca lui, con tono stretto tra emozione e follia.

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Indicando nel vuoto gli spazi dove sorgeranno ristoranti e sistemi di difesa, mi assicura che in un paio di anni ogni bunker sarà elegantemente arredato e Xpoint potrà ospitare con ogni comfort cinquemila persone. “Vivos sarà la più grande comunità al mondo di sopravvissuti” e aggiunge che per perseguire il suo scopo, sta costruendo a Rothenstein, nella Germania orientale, il bunker super-lusso più grande del mondo. Si chiama EuropeOne e accoglierà sotto lo stesso tetto più di settecento persone. “C’è chi sta sulla staccionata a guardare, e chi invece galoppa” dice, puntando il dito verso di me come a cercare consenso.

Mr. Vicino at Xpoint bunker community. South Dakota, USA.

Anche se i modi di Robert Vicino somigliano più a quelli di una guida spirituale che a quelli di un uomo d’affari, il mercato di rifugi familiari e bunker comunitari non ha mai conosciuto momento più florido di questo. Dieci anni fa crollava il mercato del real estate sul mondo e si apriva quello sotto terra. Le minacce nordcoreane, il terrorismo internazionale e i cambiamenti climatici si sono sommati alle paure di epidemie globali, catastrofi naturali e asteroidi che sfiorano il nostro Pianeta. E chi può, ha deciso di salvarsi, a partire dai capitani dell’industria e dalle star di Hollywood capaci di investire milioni di dollari per comprarsi una casa quanto più sotterranea possibile.

 

“Non era ancora completato e già era sold-out” racconta con orgoglio Larry Hall, esperto delle forze armate americane sotto la presidenza di Bush junior, che quando si è reso conto dei crescenti investimenti governativi per la costruzione di bunker, ha deciso di mettersi in affari e costruire il suo. Lo ha chiamato Survival Condo ed è l’unico bunker costruito nel gigante silos sotterraneo di un missile nucleare della guerra fredda. Un milione di dollari la parcella pagata agli ingegneri per progettarlo. Cinque milioni il costo per comprare un appartamento in questo grattacielo al contrario, venticinquemila dollari le spese condominiali mensili di ogni proprietario.

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“L’indirizzo è semplice, l’esatto centro geografico degli Stati Uniti” mi dice per telefono concordando il nostro incontro. Nel cuore dell’impero un dedalo di strade polverose disposte a scacchiera mi guida tra le desolate pianure del Kansas fino al Survival checkpoint. Oltre questo punto sono ammesse solo settantacinque persone al mondo, i proprietari dei quindici appartamenti del Condo.

Larry Hall in his apartment at the Survival Condo, Kansas, USA

Piscina con ornamenti tropicali, prato sintetico per cani con sfondo di montagne del Colorado, sala cinema con cinquemila film disponibili e backup dei dati Google, per consultarli anche quando la rete non esisterà più. Ospedale, sicurezza privata armata fino ai denti e una cella, per chi non saprà rispettare le regole dell’isolamento. “Qui gli ospiti possono vivere per sempre, senza più bisogno di uscire” spiega Larry Hall mostrandomi il piano dedicato alle colture idroponiche e all’allevamento dei pesci. “Normalità è la parola chiave” aggiunge, mentre lo seguo tra i corridoi del supermercato allestito al piano -15. Carrelli e scaffali riempiti di cibo in scatola formato maxi: “a turno gli ospiti lavoreranno e serviranno gli altri, perché qui la vita continua come ogni giorno”.

Se mai arriverà un tempo nel quale dovremo ritirarci in un bunker, la scelta di una comunità sembra essere migliore rispetto a un rifugio individuale nel giardino di casa. “Davanti alla fine, il 90% delle persone lassù si ucciderà per cibo, acqua e aria” spiega Larry Hall aprendo la sala nella quale sono contenute armi di ogni tipo, elmetti e lanciarazzi. “Qui abbiamo guardie armate giorno e notte, e con un sistema di droni siamo in grado di uccidere chiunque si avvicini nel raggio di un miglio. Perfetto per chi non vuole essere disturbato” dice sdrammatizzando accennando un sorriso e racconta che i proprietari più celebri, per scappare da media e mondanità, scelgono spesso di trascorrere qui le loro vacanze.

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C’è un silenzio innaturale tra i corridoi di questi bunker, quasi si camminasse in un sommergibile fantasma. Le porte blindate si chiudono alle nostre spalle ad ogni passaggio. Macchinari infernali puliscono l’aria da batteri letali, radiazioni, ceneri e ogni altro male immaginabile, e la spingono giù per cento metri sotto terra. Gli oggetti e le foto di famiglia lasciati dai proprietari negli appartamenti sono ridotti al minimo indispensabile per un tempo che non sia mai, ci tocchi vivere veramente. Ma la ragione di questo posto che vuole preservare la vita e che alcuni vivono come un’assicurazione sul futuro, crolla quando ci si ferma davanti ai monitor che in queste case quasi normali sostituiscono le finestre. Un sistema di telecamere mostra il perimetro fortificato del Condo e le pianure del Kansas che lo circondano. “Si può scegliere la vista che si preferisce” mi spiega con fierezza Larry Hall. Ma le immagini arrivano sui monitor con un lieve, quasi impercettibile, ritardo. In quella frazione di tempo, davanti a una finestra senza luce e nell’aria immobile, ci si rammenta di essere sotto terra e si cade nella più profonda inquietudine.

Luxury Bunker. EuropaOne in Germany.

Wildleaks: ora si passa al contrattacco

In una camera d’albergo di Pechino, nella primavera dello scorso anno, una mail anonima recapita un video ad Andrea Crosta, fondatore di Wildleaks. Centinaia di zanne di elefante, accatastate sulle pareti di un vecchio laboratorio, denunciano un anello fondamentale del traffico internazionale di avorio.

Nella notte Crosta contatta i suoi informatori e avvia una delle più importanti investigazioni sul traffico di animali che la storia ricordi. Parte da questo avvenimento The Ivory Game, il documentario che è stato candidato agli Oscar 2017 e che documenta il traffico di avorio tra Tanzania, Kenya, Zambia e Cina. “I crimini contro la natura rappresentano il terzo mercato illegale al mondo, dopo droga e armi, e portano 213 miliardi di dollari ogni anno nelle tasche di mafie e terroristi. Se non li fermiamo, la nostra generazione sarà responsabile dell’estinzione di gran parte delle specie selvatiche e consegnerà ai propri figli una terra fatta di deserti e zoo-safari” denuncia Andrea Crosta, aggiungendo che questi reati sono favoriti anche dalle pene lievi previste in molti paesi.

Andrea Crosta fondatore di WILDLEAKS

Dopo la laurea in Scienze Naturali alla Statale di Milano la vita porta Crosta prima in Australia e poi negli USA dove collabora anche come consulente nei settori dell’intelligence e dell’antiterrorismo fino a quando, quarantenne, riesce a fondere con queste specialità anche la sua passione per la conservazione ambientale. Fonda nel 2013 un’organizzazione per la protezione della natura chiamata Elephant Action League e da quell’esperienza comprende che servono strumenti nuovi per contrastare trafficanti e corrotti. Pochi mesi dopo, con i suoi compagni di studio Francesco Rocca e Gilda Moratti, trova risposta a quell’esigenza e apre Wildleaks, la prima piattaforma Tor per lo scambio di informazioni segrete sui crimini ambientali.

“Riceviamo un centinaio di documenti anonimi all’anno. I nostri investigatori verificano le notizie classificandole in tre gradi di rilevanza e dopo aver ricostruito l’evidenza dei reati, interveniamo con le polizie internazionali o le organizzazioni locali più fidate” spiega Crosta, sottolineando che il fine delle loro attività è l’interruzione dei traffici e l’arresto delle persone coinvolte. Per questa ragione non hanno interesse a rendere noti i documenti che ricevono, a differenza di Wikileaks o dell’ex tecnico della CIA Edward Snowden.

Da un piccolo ufficio nascosto tra i grattacieli di Los Angeles, Andrea e i suoi compagni coordinano le operazioni di una dozzina di persone e di decine di leali collaboratori sparsi tra Asia, Africa e America Centrale. Telecamere nascoste, informatori sotto falso nome, strategie di protezione, appostamenti e pedinamenti che in alcuni casi sono durati anni. Un lavoro silenzioso e maniacale perché “è una partita pericolosa, che coinvolge uomini potenti, narcotrafficanti, mafie e funzionari governativi corrotti. Ma in gioco è il futuro del nostro pianeta” dice Crosta, elencando i numeri di una guerra che ogni giorno insegue i suoi sopravvissuti: 29.000 rinoceronti rimasti nel mondo, di cui 1300 uccisi ogni anno per il loro corno. 4000 le tigri rimaste, quando mezzo secolo fa erano 100.000. Appena 25.000 i leoni sopravvissuti ai bracconieri, che portano le ossa delle loro vittime sulle tavole del mercato asiatico per preparare cibi di macabra tradizione. E ancora, tartarughe, pangolini, gorilla, “la lista è infinita; qualsiasi animale si possa vendere è oggetto di traffico” afferma Crosta col tono di chi non si arrende. “Wildleaks è lo strumento che mancava. Fighting back, ora passiamo al contrattacco” dice, citando con orgoglio il pay-off della loro campagna.

Cina, zanna d’avorio del valore di 200.000 dollari in un negozio di Pechino.

Niente è facile ma nulla è impossibile

Senza soldi e senza documenti, ma finalmente libero. Sotto la pioggia di settembre Gianfranco apriva le braccia al cielo, come a volerla prendere tutta. Gridava e saltava, felice tra le pozzanghere delle vie di Bologna. E mentre i passanti lo prendevano per matto, lui pensava che erano nove anni che non sentiva la pioggia scivolare sulla pelle. “In carcere quando piove l’ora d’aria non si fa, e quello per me era il battesimo di una nuova vita” racconta oggi, camminando per le stesse vie, col naso rivolto sempre un po’ all’insù. Ma la liberazione non è la libertà, perché si esce dal carcere ma non dalla condanna.

Gianfranco quando era bambino.

Lo sa bene Gianfranco, cresciuto con quei ragazzi di vita che racconta Pasolini, e che dalle carceri di mezza Italia è entrato e uscito per cinquant’anni, senza riuscire mai ad allontanarsi dal destino miserabile che gli era toccato. La sua storia è comune a ogni guappo di periferia, con dei genitori che amano a modo loro, i soldi che non bastano per mettere insieme il pranzo con la cena, il collegio con i preti e la voglia di riscatto che brucia nell’adolescenza fino a pagare un prezzo alto per il solo dovere del vivere.

Bello e dannato, Gianfranco scopre l’illegalità una sera d’estate nei suoi quindici anni, quando insieme ai compagni del quartiere Capacotta, nei sobborghi romani, si intrufola nella villa dei ricchi del paese. “Abbiamo rimediato qualche gioiello, un paio di schioppettate al sale, e dopo la fuga un sacco di risate” racconta, spiegando che dopo quella bravata si erano sentiti una squadra e subito hanno alzato la posta in gioco. Correndo sulle loro vespa tra il frinir dei grilli hanno scippato le prostitute della Prenestina, e sono poi scappati per vicoli e campi dai papponi che li volevano pestare. “Dei soldi di quelle donne non me ne importava nulla, ma l’euforia del rischio mi piaceva, molto” racconta aggiustandosi sul capo il cappellino di paglia, che toglie solo quando incontra una bella ragazza. “Avevo scoperto l’adrenalina. Non sapevo a cosa servisse, ma mi procurò solo un mare di guai”.

In quei reati cresciuti nella noia Gianfranco si scoprì scaltro e capace, e nelle strade brevi dell’illegalità trovò il suo mestiere. Rapine per lo più, ma nella sua vita al limite non ha disdegnato i furti o qualche traffico di droga. Non era felice di quelle scelte, ma non poteva farne a meno e le pene brevi che la giustizia gli infliggeva per i suoi errori diventavano un incentivo a continuare. Anche quando decise di andarsene dalle amicizie balorde e dall’asfissia delle sue periferie per cercare una vita migliore, l’auto che aveva rubato lo lasciò a piedi a soli trenta chilometri dalla Capitale.

Gianfranco quando aveva venticinque anni.

“Il destino sembrava non lasciarmi alternativa” spiega. “Tutto mi ha sempre riportato nel tunnel, dove l’unica luce fu Oriana”. Si sono conosciuti in discoteca, in una di quelle sere il cui unico scopo è quello di rimorchiare. “Ciao, ti va di ballare?” chiese Gianfranco, col suo fare un po’ strafottente, avvicinandosi a una ragazza seduta al bar. “No stasera non è aria” rispose lei abbassando lo sguardo sul drink. “Se non ti andava di ballare dovevi stare a casa” disse lui prendendola per mano e trascinandola verso la pista da ballo. Da allora non si sono mai lasciati e lei non è mancata a un solo colloquio in carcere, neppure quando la giustizia aveva confinato il suo Gianfranco a Melfi. Dal loro amore, tra una rapina e una prigione, nacque Alba. “Del suo primo anno di vita ho goduto ogni istante, poi il giorno del suo compleanno sono arrivati i carabinieri a prendermi” racconta Gianfranco ancora con occhi umidi. Nei tre anni di carcere che seguirono a Rebibbia, Gianfranco attese solo l’ora settimanale dei colloqui, che passava a giocare con la figlia facendo arrampicare le dita sul vetro che li separava. Erano le formichine della libertà, che avevano un lungo cammino da fare, ma sarebbero tornate a toccarsi. “Tornare a casa fu per me il momento più bello della vita. Il sorriso di mia figlia vale più di ogni parola e promisi che non avrei più commesso nulla di sbagliato. Ma il puzzo della sciagura, quando nasci tra i dannati, non si lava via”. La sua vita da uomo libero infatti durò appena otto giorni, finché il suo avvocato non lo chiamò per dirgli che un nuovo mandato di arresto era stato emesso nei suoi confronti per reati passati. Non ce la poteva fare Gianfranco. Non voleva più tornare dentro a contare i minuti che lo separavano dai colloqui. Non voleva più convivere in nove metri quadri con altre tre persone e defecare in un buco affianco al letto. Gianfranco avrebbe voluto chiudere col passato, ma ancora una volta non gli restava scelta. Chiamò la moglie Oriana nel supermercato dove lavorava e la pregò di tornare a casa. Poi chiese a un amico di venire a prenderlo subito. Vestì la figlia Alba e scese sotto casa. “Baciai mia moglie e mia figlia tra le lacrime. E col cuore che mi sanguinava iniziai la mia latitanza” spiega Gianfranco che non si è mai arreso. Ha passato quattro anni in giro per l’Italia, mettendo a segno rapine a banche e gioiellerie, braccato dalla polizia e dal senso di colpa. Con l’aiuto di vecchi amici organizzava gli incontri con Oriana e Alba in rifugi di montagna, e se non si sentiva sicuro a uscire allo scoperto, si accontentava di osservarle da lontano, nascosto in qualche granaio. “Sono stati quattro anni infernali, di maschere, paure e sotterfugi. Avevo smesso anche di cercare mia figlia, diffidente e vigile come un animale ferito” racconta, ricordando quasi con sollievo il momento nel quale lo arrestarono dopo una rapina in una banca di Cervia, e li la giustizia gli presentò il conto. Diciannove anni per le trenta rapine delle quali era imputato. “Nella sala matricole del carcere, mentre per l’ennesima volta stampavo le mie impronte sugli schedari giudiziari, mi dissi che avevo solo due scelte: il suicidio o una nuova vita. Pensai a mia figlia e scelsi la seconda strada” racconta Gianfranco che sin dal primo giorno si dedicò a qualsiasi attività potesse strappare del tempo all’eternità che lo attendeva. Ha imparato la falegnameria, la cucina, il teatro e ha affogato ogni angoscia nei libri. “Con sconti di pena e buona condotta sono uscito dopo nove anni di galera, e cinquecento libri letti” racconta con orgoglio, “ma dopo tanto carcere, buttato in una strada assolata con i tuoi vestiti in due sacchi della spazzatura, senza un soldo e senza documenti, ti sentii chiuso fuori. Io, che volevo cambiare vita, non sapevo da che parte iniziare”. Nelle sue prime ore di libertà Gianfranco andò a rifugiarsi in una biblioteca del centro di Bologna, perché i libri erano diventati i suoi compagni di vita. Dai vecchi amici come dalle strade della sua Roma, era meglio starsene per un po’ lontani. E alla vergogna che soffocava la voglia di chiamare la figlia era meglio non pensarci.

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Solo, nella prima pioggia da uomo libero aveva lavato ogni angoscia e nella notte passata sotto le stelle aveva trovato la genesi di una vita nuova, “perchè se restavo solo, nessuno si sarebbe accorto di me” dice. Seduto su un marciapiede di via Rizzoli, alle prime luci del giorno, aspettò l’unica persona della quale si fidasse, il suo avvocato. “Chiara, ho bisogno del suo aiuto” le disse, “il vuoto della libertà è troppo grande per farcela da soli. Dobbiamo aiutare tutti quelli che sono nella mia condizione”. Da quel pensiero Gianfranco e Chiara hanno fondato l’associazione Chiusi Fuori, che ogni giorno si impegna per favorire l’integrazione e l’accesso al mondo del lavoro di tutti coloro che sono fuoriusciti dal regime carcerario. “Quando esci non hai una residenza, non hai un documento che non porti il timbro del carcere, non hai un lavoro e molto spesso la sola strada che conosci è quella del tuo passato” spiega Gianfranco che oggi lavora a Bologna come cuoco nelle mense ospedaliere, e appena concluso il turno corre sulla sua bicicletta nella sede dell’associazione per tendere la mano a quelli che come lui hanno pagato il caro prezzo dell’illegalità, e vorrebbero rinascere. Orgoglioso della dignità di quel suo nuovo cammino, una sera, nell’intimità del suo monolocale di periferia, Gianfranco ha trovato anche il coraggio di richiamare sua figlia. “La vita è così” le ha detto, “non c’è niente di facile, ma nulla è impossibile”.

Padre Solalinde: l’uomo più minacciato del Messico

Al mio arrivo è vuota, come un teschio, la piccola Città di Ixtepec. Dopo un viaggio lungo e faticoso, il bus mi lascia davanti ai binari del treno, che come una ferita attraversano quella manciata di case colorate. In questo sud, il più povero e polveroso del Messico, vive un prete, esiliato perché crede nell’amore fraterno.

Domando dove si trovi l’albergo dei “Fratelli in Cammino” e quel Padre che aiuta i migranti. Mi indicano la ferrovia e una strada di terra che corre tra bassi arbusti, alberi di Guayacan e il cielo azzurro dell’alba. Porta a un campo, recintato da un muro alto e da filo spinato. Dentro, tra casette di cemento nudo, vive Padre Alejandro Solalinde.

Sottile come il suo sguardo, mi da il benvenuto e mi abbraccia, mentre le sue guardie del corpo gli si stringono alle spalle. Non ha tempo per nessuna accoglienza cerimoniosa. “Andiamo, c’è molto fare” dice prendendomi sotto braccio. “Anche oggi mi hanno lasciato solo”.

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A guardarsi intorno non si direbbe. Tra quelle disordinate mura dipinte di azzurro e di rosa, sotto il caldo sole del mattino, passeggiano centinaia di uomini. Sono i migranti, che scappano dalla miseria centroamericana e sognano una vita negli Stati Uniti. Trasandati nell’aspetto, ma con lo sguardo docile di chi ha provato il dolore e cerca dignità. Chiunque di questi si farebbe in quattro per aiutarlo.

Sono sufficienti poche parole di Padre Solalinde però, per capire che la solitudine alla quale si riferisce è quella dei palazzi, delle istituzioni, dei poteri forti, della sua stessa Chiesa che lo ha abbandonato. “Il giorno che ho scelto di aiutare i migranti, non mi aspettavo di trovare tanti nemici e tanta sofferenza. Ma anche questo fa parte del Vangelo, che viene scritto ogni giorno da ognuno di questi uomini, che lasciano la propria terra per cercare un futuro, aggrappati ai treni della morte e alla parola di Dio”. Mi indica una giovane donna dalla bellezza indigena che, seduta su una pietra, allatta al seno il suo bambino. “Si chiama Sonia” mi dice. “E’ arrivata nel cuore della notte. Ha lasciato il suo Guatemala molte settimane fa. Sognava di far nascere suo figlio negli Stati Uniti. Invece ha partorito nel ventre di un vagone merci, tra gli sguardi di centinaia di persone che le rubavano la dignità e il frastuono del treno che risucchiava il primo pianto della vita.

Padre Solalinde è un uomo austero, ma ha lo sguardo e le parole di chi sa amare e non ha paura di farlo, nonostante sia l’uomo più minacciato di morte dell’intero Messico. Ha trascorso una vita nel rispetto dell’ufficio sacerdotale fino a quando, una mattina di agosto del 2006, visitando un amico prete, il suo sguardo cadde sui volti affamati e stanchi dei migranti. A centinaia si ammassavano lungo la ferrovia, sotto il sole torrido dei tropici. “Sono moltissimi, hanno fame e sete e sono a un isolato di distanza dalla tua parrocchia” disse all’amico. “Dopo un po’ ci fai l’abitudine… Conosco un buon ristorante qui vicino, se ti va”.

“La sua ipocrisia come quella della Chiesa mi furono chiare in un istante. Io gli parlavo della fame dei poveri e lui mi rispondeva con la sua fame”.

Quel giorno Padre Solalinde si trovò a un bivio, nel punto in cui la chiesa da sempre si divide, mostrando tutta la distanza che separa le cattedrali di marmo dalle mangiatoie a cielo aperto. Ma davanti a quel bivio non ebbe alcun dubbio, “era come scegliere se vivere o morire”. Decise di farsi pane per gli altri, di spezzarlo, di benedire i poveri, difendere i migranti, e colmare la loro solitudine con i gesti, oltre che con le parole. Ha piantato un Cristo in mezzo a un campo, ha scritto “benvenuti migranti” lungo la ferrovia. E da quel giorno sfama settantamila clandestini ogni anno che Dio manda in terra.

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Al suo fianco c’è solo qualche giovane migrante a cui un destino crudele aveva rubato perfino la speranza. Davanti a quelle storie neppure la fede di Padre Solalinde trovò risposte, allora gli chiese di camminare insieme.

Per aver denunciato le collusioni tra narcotrafficanti e polizia, nel luglio 2011 i federali lo trascinano via come un delinquente dalla sua casa-albergo e lo mettono in carcere insieme ai suoi migranti. “Pregavo e cantavo insieme a loro in cella. Ma ero addolorato, nel vedere che gli uomini non riconoscono più i propri fratelli, che l’essere umano continua a non sapere quello che sta facendo”.

I narcos lo minacciano ripetutamente di morte e perfino i politici locali arrivano a dirgli “scegli come vuoi morire” mentre circondano la sua casa, armati di bastoni e gasolio, pronti a dar fuoco a lui e ai suoi ospiti . “Sono accompagnato da Gesù e non mi fermerò mai. Fermatemi con un colpo in testa, se volete” dice con tono deciso agli ambasciatori dell’ultima minaccia. Pochi mesi fa. Quando i narcos del famigerato cartello “Los Z” gli si avvicinarono mescolati tra i migranti e, simulando con la mano di sparargli alla tempia, gli dissero “smetti di parlare di migranti e di sequestri o ti facciamo fuori”.

Nell’aprile 2012 Amnesty International lancia un’azione urgente per proteggerlo e poco dopo un movimento popolare lo candida al nobel per la pace. Solo allora lo Stato gli affida due uomini di scorta, e dispone telecamere su ogni ingresso dell’albergo.

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Padre Solalinde è un prete scomodo perché, “povero tra i poveri”, non ha mai avuto timore di gridare alle ingiustizie, di chiamare per nome le cose e i nemici. Non guarda mai al cielo, perché “Gesù è in ognuno degli uomini che incontra sul suo cammino”. E con uno spregiudicato coraggio morale lotta ogni giorno.

“I miei genitori erano disperati, perché sono sempre stato la pecora nera della famiglia”. Terzo di cinque figli, con un padre maestro elementare e una madre casalinga, ha avuto un’infanzia povera, di quelle dove un bicchiere di latte è regalo prezioso e un pezzo di carne una festa rara. Cresciuto nella periferia della città di Texcoco, tra strade di fango e fumo di carbone, il piccolo Solalinde i guai sembrava cercarseli, schierandosi sempre dalla parte dei più deboli, in una terra dove vince sempre il più forte. “Ogni tanto si menavano le mani, anche se mai ho conosciuto tanta violenza come oggi. A volte si davano, e a volte si prendevano”.

I suoi genitori lo iscrissero in un collegio cattolico, con la vana speranza di ammorbidire il suo carattere inquieto e rivoltoso. “Ricordo il giorno in cui Dio mi mise davanti al primo bivio: era il settembre del 1965, avevo 19 anni, mi ero appena iscritto ad architettura e da tre anni ero fidanzato con Yolanda.”. Quel giorno Alejandro, dopo aver accompagnato a casa la sua fidanzata, sentì la chiamata di Dio. Profonda e fortissima. Provò a tacerla, provò a cercare delle risposte. Ma l’unica cosa che riuscì a fare, fu seguire un destino. Diede il suo ultimo bacio a Yolanda e la mattina del 2 gennaio entrò in seminario. Studiò con i Padri Carmelitani, imparò le regole della terra e il libro della vita. Si genuflesse e pianse alla volontà del Signore, ma non riuscì mai a piegarsi alle volontà di chi indossa crocefissi d’oro, anelli sponsali e mantelle paonazze. “Non trovavo giusto celebrare messa per ordinazione o per prezzo. Chiedevo alla chiesa di tornare vicina alla gente. Dio mi aveva messo nuovamente davanti a un bivio.”

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Padre Solalinde è un missionario, che cammina ogni giorno sulle vie del sacrificio e della miseria umana. Pieno di amore, di tenerezza e di speranza, non si chiede se chi ha davanti sia un giusto o un delinquente, per lui è semplicemente un uomo. Con questo spirito accoglie chiunque sotto il suo tetto, giorno e notte. Instancabile, corre lungo la ferrovia quando il fischio del treno, che i migranti chiamano la bestia, annuncia il suo arrivo in città. Apre le braccia alle centinaia di esseri umani appesi a quei vagoni come alla vita, gli offre un pasto caldo, un riparo sicuro dove riposare, lontano dalla disperata violenza di quel viaggio. Tutto, e solo, nel nome del Signore.

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Una notte, quando l’ultimo dei migranti ospiti si è addormentato nella sua branda, e anche il bebè partorito da Sonia ha smesso di piangere, Padre Solalinde mi invita nella sua stanza. Sotto la luce al neon, le pareti coperte di libri e un’amaca appesa al muro. Mi offre un the, e tra il frinire dei grilli, mi confida un sogno. “Nella vita tutti ci troviamo prima o poi davanti a un bivio. Se facciamo la scelta sbagliata, il mondo ci ripudia, ci tratta come indegni. Io vorrei raccogliere quelle persone, dargli una terra e dimostrare al mondo che, come nel Vangelo, in quelle persone possiamo seminare un granello di senape. Ne crescerà la pianta più alta e rigogliosa.” Con un gesto calmo Padre Solalinde si sfila la croce che sempre porta al collo, me la mostra tra le sue mani giunte. “E’ di ulivo, e ha le braccia ricurve, come un abbraccio. Qui sta tutta la mia missione, il mio semplice compromesso con la vita”.

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La vita vista da Marte

Non si possono scoprire nuovi oceani se non si ha il coraggio di perdere di vista la riva, sta pensando Tristan Bassingthwaighte dopo trecento giorni di vita su Marte, quando commette l’errore di guardarsi indietro. Sigillato nella sua tuta spaziale, segue i passi dell’amico astronauta che lo guidano nel paesaggio di rocce laviche, ma i suoi pensieri volano ormai sulla Terra, fino al ricordo della fidanzata e di quel girasole che lo ha accompagnato lassù. «È una specie che si chiama Miss Mars. Seguirà il sole, e quindi la Terra, dove ti aspetterò io» gli aveva detto lei tra i baci della partenza, consegnandogli un seme minuscolo. Nell’ombra della sua casa marziana Tristan aveva cresciuto quella pianta come si coltiva un ricordo, mentre lei, sulla Terra, si stava innamorando di un altro.

Affogato in quei pensieri, ora Tristan vorrebbe togliersi il casco, fermare il suo amico Cyprien Verseux e dirgli che è stanco di giocare all’astronauta, ricordargli che quel paesaggio attorno a loro in realtà non è Marte ma il vulcano Mauna Loa, alle Hawaii, il luogo scelto dalla NASA per simulare le condizioni di vita del Pianeta Rosso; e che tutto questo insistere nella rappresentazione non ha alcun senso. Ma mancano pochi giorni alla fine della missione, e la messa in scena non è di certo un gioco.

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Per un anno intero Tristan e Cyprien hanno vissuto insieme ad altri quattro astronauti chiusi in un modulo abitativo spaziale, a 2.800 metri di quota sulla vetta del vulcano. È l’ultima, e la più lunga, delle quattro missioni realizzate per preparare gli uomini NASA alla conquista. Sotto una cupola bianca del diametro di 11 metri, i sei astronauti hanno trascorso i loro giorni mangiando solo cibo liofilizzato, lavandosi con saponi in polvere e sessanta secondi di acqua alla settimana, sfruttando l’energia del sole, o pedalando su una bicicletta per ricaricare le batterie e i muscoli, quando le nuvole avvolgevano ogni cosa. Soprattutto, hanno tagliato i ponti con la Terra, eliminando ogni contatto esterno per simulare la perfetta solitudine che li attenderà. Tutti giovanissimi e con un curriculum scolastico al limite del prodigio, hanno terminato la loro avventura qualche giorno fa, consegnando alla NASA i risultati (ancora segreti) delle loro ricerche. Ma consapevoli del fatto che la sfida più grande che ci attende nella conquista di Marte, non riguardi la tecnologia, ma le umane emozioni.

«Il vento sulla pelle, e l’abbraccio di un amico. Queste le cose che più mi sono mancate» ammette Cyprien, l’astro-biologo della missione. Nel minuscolo laboratorio del modulo abitativo marziano è riuscito a generare la vita, sfruttando colonie di batteri capaci di trasformare i gas presenti su Marte in ossigeno. Ha estratto l’acqua dalle pietre vulcaniche, e cresciuto insalata e pomodori senza terra. Ma per vivere una vita sfuggendo alla natura e all’amore, bisogna essere forti oltre ogni misura, e pronti al sacrificio. «Ti è mai capitato di stare chiuso in casa un weekend? Ecco, immagina di starci un anno intero, e con le stesse cinque persone» aggiunge, respirando avidamente la brezza delle Hawaii. Nell’anno di simulazione appena trascorso, l’equipaggio usciva dalla cupola bianca solo due volte a settimana per le attività di esplorazione extra veicolari (EVA), ma sempre chiusi dentro i venti chili di tuta spaziale. «Su Marte non c’è ossigeno né atmosfera, si vive con un terzo della gravità terrestre e le radiazioni solari ci brucerebbero in un’istante. Una piccola falla nella tuta, e in quindici secondi diventi polvere» spiega Tristan, con una smorfia rivolta al cielo.

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«I primi di noi che andranno lassù, non sopravviveranno»: Carmel Johnston, 27 anni del Montana, è il comandante dell’equipaggio e non fa giri di parole. Il viaggio di andata durerà sette mesi e una volta atterrati bisognerà costruire la base e trovare in fretta un rifugio sotto terra, per proteggersi dalle radiazioni, spiega. «E anche se si riuscirà a tornare sulla Terra, l’esposizione subita sarà comunque eccessiva e probabilmente letale. Ma la mia vita avrà avuto un senso».

Su Marte l’escursione termica giornaliera arriva a cento gradi, il vento soffia alla velocità del suono, il terreno è il deserto più ostile che l’uomo possa immaginare, e come sulle pendici di questo vulcano, le rocce sono taglienti come rasoi. Eppure la corsa per portare l’uomo su Marte continua da oltre mezzo secolo con diciassette miliardi di dollari investiti dagli USA nella ricerca spaziale solo nell’ultimo anno. «È un pianeta molto simile alla Terra, ci sono buone probabilità che ci sia vita. Inoltre è un luogo nel quale potremo sopravvivere se un giorno il nostro pianeta ci abbandonasse» spiega Kim Binsted, direttrice del progetto di ricerca Hi-Seas della NASA.

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Con tutta probabilità a mettere piede su Marte tra due anni saranno ancora dei robot, evoluzioni di Curiosity, il rover che dal 2012 calpesta le lave marziane. Ma secondo la Binsted nulla può sostituire l’uomo e la sua sensibilità: «Se un ricercatore davanti a una pietra interessante, pensa sia utile sezionarla, lo farà immediatamente. Dare a un robot gli strumenti per fare la stessa cosa, significa immaginare quell’azione almeno vent’anni prima».

«Cerchiamo un uomo che conosca la sopravvivenza, i valori della pace, e che non commetta errori. Perché lassù possiamo rinascere, o giocare la nostra ultima partita» dice Tristan, spiegando che l’essere umano deve cambiare molto per vivere su Marte. «Dovremo lasciare sulla Terra ogni certezza, ogni risorsa, ogni cosa alla quale ci siamo aggrappati fino ad oggi, a cominciare dagli affetti» ammette, senza nascondere la difficoltà. Il tempo luce che ci separa da Marte è di venti minuti, quanto anche un messaggio inviato dalla Terra impiega per arrivare lassù. Nel loro anno di simulazione gli astronauti della Hi-Seas hanno provato cosa significhi questo sfasamento temporale: quando nella Parigi di Cyprien colpiva il terrorismo, quando la morte si è presa la nonna di Sheyna Gifford, il medico della missione. O quando la fidanzata di Tristan, con un videomessaggio registrato nel soggiorno di casa, mentre il gatto si rotolava alle sue spalle, gli diceva che si era innamorata di un compagno di studi. «Se quando sei lontano dal mondo la nostalgia ti morde e fuori sibila il vento, in quei venti minuti rischi di impazzire» dice Tristan, spiegando che nella loro missione hanno testato nuovi strumenti virtuali sviluppati dalla NASA e dall’esercito americano per colmare la loro solitudine (e quella dei soldati in guerra).

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Ogni stazione spaziale su Marte sarà dotata di visori per la realtà virtuale e ciascun astronauta avrà un proprio avatar che vivrà sulla Terra. In questo mondo di fantasia potranno incontrare parenti e amici, andare in vacanza sulle spiagge dei Caraibi o festeggiare intorno a un tacchino arrosto il giorno del Ringraziamento. «Ogni movimento compiuto dagli avatar viene analizzato per diagnosticare la difficoltà che l’astronauta sta vivendo, e dalla Terra inviamo al suo visore delle immagini che lo guariranno» spiega Peter Roma, direttore dell’Unità di Biologia Applicata all’Università di Baltimora, «La realtà virtuale è l’unico modo che abbiamo per curare gli astronauti da ogni male della loro psiche».

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Questi sei astronauti, come quelli a cui toccherà l’onore e la responsabilità di portare l’umanità su Marte, sono spinti dallo stesso vento che nei secoli passati gonfiava le vele dei galeoni su cui viaggiavano pionieri e pirati, verso gli orizzonti ai limiti delle mappe. Hanno accettato di scambiare la vita per l’ignoto, certi che sia meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile, piuttosto che non partire. «Andare e superare i propri limiti, per tornare vittoriosi» scherza Tristan, mentre alla fine della missione raccoglie le sue cose dalla casa marziana. E tra hard disk e attrezzature porterà via anche Miss Mars, il girasole nato dal seme di quella storia d’amore ormai finita. È cresciuto di un palmo, ma per un fiore che si è nutrito solo di batteri senza mai conoscere il vento, non è poi così male. Fa qualche passo stringendolo tra le mani, sotto la cupola ormai vuota. Poi, chiudendosi alle spalle la porta di quella strana casa del cielo, lo posa lì davanti, rivolto alla Terra.

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Giulia Tamayo, l’avvocato delle donne.

Grazie a Giulia Tamayo il mondo ha saputo che il governo dell’ex-presidente Fujimori ha sterilizzato a forza un milione e mezzo di peruviane. E nell’attenzione di pochissimi giornalisti stranieri la giustizia ha trovato i suoi complici.

Giulia è forse la donna più straordinaria che io abbia incontrato. Un tumore, vissuto con dignità e forza incredibili, l’ha portata lontana da questa vita. Ma i suoi ideali, la sua giustizia e anche il suo sorriso, brillano ancora nella fierezza di tutte le donne che le sono state affianco nella lotta. E nei cuori di tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerla. 

 

Giugno 2012

Il telefono squillò una tarda notte di novembre. “Ce l’hai ancora le fotografie che avevi fatto in Perù? Tirale fuori, perché questa volta diciamo la verità”. Era la voce di Giulia Tamayo al telefono, piena come sempre di entusiasmo.

L’ultima volta che l’avevo incontrata, era a Madrid alcuni anni fa, quando quel foulard colorato a coprire il capo e la chemioterapia, la faceva sembrare un pirata. Anche in quei mesi cupi della sua vita, non si è mai arrestata nella guerra alle ingiustizie del mondo. Con i suoi modi diretti, la voce sempre dolce, quel fuoco interminabile di amore per gli altri, Giulia ora mi raccontava che il Governo Peruviano di Humala ha deciso di riaprire il caso delle sterilizzazioni forzate. “Ora, finalmente, possiamo dire la verità perché sia resa giustizia” mi disse.

Penso sia oltremodo presuntuoso credere che la fotografia possa cambiare il mondo. Ma almeno in questa storia ha sicuramente contributo a migliorarlo. Tra il 1995 e il 2000 in Perù, il Governo Fujimori sterilizzò con la forza, e nel silenzio, quasi un milione e mezzo di donne. Solo una voce si alzò contro questo crimine e fu quella dell’avvocato del popolo Giulia Tamayo, dal suo piccolo ufficio di Lima. Cercarono di abbatterla in tutti i modi, con qualsiasi violenza, attentato, meschinità. E forse ci sarebbero anche riusciti, se in qualche giornalista straniero non si fosse risvegliato il senso etico. Io fui il primo a chiamare Giulia, dopo aver letto un piccolo trafiletto sul quotidiano Spagnolo El Pais. “Vieni a vedere con i tuoi occhi” mi disse, e mi accolse in casa, con un sentito benvenuto, per più di un mese. La seguii in una lotta che sembrava a tutti senza speranza. Ma il profondo senso di giustizia di quella donna e le sue capacità professionali, riuscirono a inchiodare il Presidente Alberto Fujimori davanti al tribunale internazionale per i diritti umani. E sul tavolo delle Nazioni Unite, insieme alle migliaia di pagine di testimonianze raccolte negli anni da Giulia, c’erano anche le mie fotografie pubblicate sui giornali di mezza Europa.

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Non aver abbassato la testa, l’abitudine alla verità e alla libertà, le costò l’esilio. Scappò dal Perù una mattina di maggio del 2000, mentre il governo di Fujimori sferrava l’ultimo feroce colpo di coda sul suo popolo. L’ambasciata spagnola chiamò Giulia offrendole asilo, e pregandola di andarsene immediatamente, senza neppure prendere niente da casa. Così ce ne andammo anche noi da Lima, un paio di anni prima, io e alcuni colleghi della televisione portoghese SIC. La casa di Giulia, nella quale ero ospite, era circondata dai servizi segreti e tutto faceva pensare che presto avrebbero sequestrato a me e alla troupe televisiva il materiale raccolto, con non si sa quali metodi. Fu Giulia, data la situazione, a consigliarci di chiamare le nostre ambasciate e di farci accompagnare subito fuori dal Paese.

Oggi Giulia ha 53 anni, vive a Madrid con i suoi figli e con il marito Chema. O come dice lei, il suo complice. Cita spesso Gandhi e sorride sempre. Sottovoce dice che il suo paese è l’umanità, ma vorrebbe poter dire un Perù libero. Esulta per il movimento degli indignados e del 15M, “perché da tutta la vita aspettavo un movimento popolare veramente democratico”. Facebook e Twitter sono diventati i suoi strumenti di indagine, alla guida straordinaria delle equipe investigative di Amnesty International.

“Se la gente crede che può fare cose magiche, farà cose magiche. Abbiamo riempito librerie di testi sulla libertà e sulla giustizia, ma la fratellanza è qualcosa che si può solo provare. Il mio merito è solo quello di contagiare l’illusione che sia possibile. E investigare. Sono le uniche cose che so fare”.

Da quando ha lasciato il Perù ha vinto molte battaglie in Spagna, in Europa e nel mondo. Ha ricevuto la prima chiamata di Tony Miller che grazie a lei, dopo 20 anni, usciva vivo dal braccio della morte Texano.

Giulia Tamayo nella sua casa di Madrid.

“Buongiorno Giulia, anche se non ti conosco volevo dirti che ringraziavo il cielo ogni volta che in questi anni ho sentito pronunciare il tuo nome”.

Nonostante tutto però, Giulia non si da pace perché i colpevoli delle sterilizzazioni non sono mai stati puniti. Il precedente governo ha addirittura tentato di prescrivere il reato definendolo un “disservizio” del sistema sanitario. Quando le parole più giuste sarebbero crimine di lesa umanità, genocidio, crimini di guerra.

Giustizia e verità le deve a se stessa, a tutte le donne che con lei hanno lottato, e le deve soprattutto alla sua amica Maria Elena Moyano, che alla libertà ha dato la vita.

Nei suoi primi anni di attivismo, quando il Paese era martoriato dalla guerra terrorista di Sendero Luminoso, Giulia divenne amica e legale di Maria Elena, la principale leader popolare del Perù.

Era il febbraio del 1992, quando i Senderisti imponevano alle comunità Andine il coprifuoco. Maria Elena, quella stessa notte, uscì con altre donne per le strade deserte di Ayacucho, cantando “el miedo se acabò”; la paura è finita. La sera successiva, era il 14 febbraio, una edizione straordinaria del telegiornale annunciava l’assassinio di Maria Elena Moyano. Fatta saltare in aria con la dinamite davanti ai suoi figli.

Il terrore avvolgeva ogni uomo e ogni cosa, al punto che nessuno ebbe il coraggio di rendere omaggio al corpo di quella donna straordinaria. Sola, Giulia, si aggirava nel silenzio gelido dell’obitorio firmando per il riconoscimento di ciò che restava della sua amica. In un angolo, una donna con un bambino al seno. Una compañera coraggiosa pensò Giulia. Le si avvicinò e l’abbracciò con affetto. La donna le disse: “cagna femminista, ti ammazzeremo”. Il 20 febbraio spararono a Giulia, riuscendo però, solo a gambizzarla.

Giulia non ha mai dimenticato l’amicizia e il coraggio di Maria Elena, e la porta nel cuore ancora oggi, quando col marito Chema intorno al tavolo della loro casa nella periferia di Madrid, suona la chitarra e canta che “la verità non è mai triste, è solo che non ha rimedio”, stringendo forte gli occhi per non piangere, di nostalgia e d’amore.

Giulia era diventata l’avvocato di tutte le donne del Perù, denunciando senza paura qualsiasi violenza, di mariti, padri, generali o presidenti. Quando nel 1992 l’arrivo di Alberto Fujimori, segnò la fine delle stragi Senderiste, e si contavano le 69.280 vittime civili, la sensibilità di Giulia intuì che la guerra non era affatto conclusa, ma si erano solo spostati gli equilibri. E oggi la verità le da ragione.

L’incremento demografico globale, e le possibili conseguenze Malthusiane, portarono i governi di tutto il mondo a confrontarsi su questi temi. Un’esponente dell’ONU a dichiarò che “l’utero può essere più pericoloso della bomba atomica”. Quando nel 1995 a Pechino, alla Conferenza Mondiale delle Donne organizzata dalle Nazioni Unite, Alberto Fujimori tenne il suo discorso, venne accolto trionfalmente da tutti. Solo Giulia, seduta in prima fila, rabbrividì al vederlo sul palco, con in mano un mazzo di fiori offerto simbolicamente a tutte le donne. Fujimori era l’unico capo di stato uomo a prendere la parola durante la conferenza, e con orgoglio proclamava l’impegno del Perù nella lotta alla povertà e all’uguaglianza sociale lanciando una “strategia integrale di pianificazione familiare, che per la prima volta nella storia del Perù affronterà definitivamente la carenza di informazione e servizi, perché le donne dispongano con autonomia e libertà della propria vita”.

Il risultato di quella promessa fatta al mondo, fu quel milione e mezzo di donne sterilizzate contro la loro volontà, e tra queste un numero imprecisato di vittime per le gravi carenze sanitarie e igieniche nelle quali gli interventi chirurgici venivano condotti.

Il primo allarme arrivò a Giulia nel 1996 dalle sue amate comunità andine. Fu Ilaria, giovane leader femminista di Cuzco che le disse con vergogna “vengono i medici e se le portano, ci stanno facendo danno”. Poche settimane dopo Giulia raggiunge Ilaria nella piccola cittadina di Huancabamba, e comprende tutto. Il Governo aveva organizzato dei veri e propri festival. Cosi li chiamavano, portavano giochi, cibo, la banda e il grande striscione con scritto “Festival della legatura delle tube”.

“Poi un domani si possono slegare” dicevano i medici alle donne. Ma la scelta era obbligatoria per tutte. Nelle comunità più reticenti arrivava l’esercito, a bordo dei pesanti camion della fanteria. Montavano una tenda e rastrellavano le donne. Giovanissime, minorenni, madri, o appena sposate. Non faceva differenza. Non c’erano sconti per nessuno.

Grazie a un coraggioso passaparola clandestino, Giulia fu portata in ogni villaggio, città, comunità. Presto iniziarono a testimoniare anche medici e infermieri, uomini che non volevano essere complici di quel delitto. Giulia registrava, fotografava, intervistava. Piangeva, perché il 90% delle donne che incontrava aveva subito quell’atroce e disumana violenza.

Più Giulia indagava, più la morsa intorno alla sua vita si stringeva. Minacce, furti, violenze a lei e alle donne sue compagne. La casa distrutta. I telefoni sotto controllo. Mai dimenticherà il macabro sorriso dei militari, che stazionando davanti a casa sua giorno e notte, la seguivano con lo sguardo, quelle rare volte che trovava il tempo di uscire col piccolo figlio Sebastian per mano.

Grazie alla stampa internazionale, alle sue denunce alle Nazioni Unite, alla sua lucida strategia, Amnesty International lanciò un’azione internazionale urgente per proteggerla.

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“Fu per questa ragione che non mi fecero fuori” dice oggi Giulia con gratitudine. “Fu grazie all’attenzione che voi stranieri mi avevate dato”. L’8 marzo di quello stesso anno 2000 Amnesty International la invita a New York per ricevere il premio Ginetta Sagan, per lo straordinario lavoro compiuto nel rischio della propria vita.

Giulia approfittò di quell’occasione e portò con se anche i figli, per poi farli rifugiare in Spagna. Giulia e Chema invece, tornarono nella loro amata Lima, sconvolta da violente repressioni in quei giorni di elezioni. In quel clima insostenibile, le minacce per la loro vita gli sembrarono finali, e dovettero accettare anche loro la fuga. “Vengo da voi, ci riuniamo. E vi prometto che staremo insieme per sempre” disse Giulia ai figli, chiamandoli da una cabina telefonica dell’aeroporto.

Oggi, dodici anni dopo quel massacro, è diventata realtà ciò che Giulia aveva intuito e che allora non poteva essere detto di fronte all’urgenza di salvare vite umane. Oggi, con intere città senza bambini e senza più scuole, è chiara la volontà di voler sterminare un popolo. E se riportiamo su una mappa anche solo i 325.000 casi raccolti analiticamente nelle inchieste di Giulia, scopriamo che disegnano perfettamente le aree di forza del Senderismo, che coincidono con le aree ricche di materie prime, e con le rotte del narcotraffico. La “pianificazione familiare” del Governo Fujimori, altro non era che un piano strategico militare per favorire interessi personali, governativi e di guerra.

Ora Giulia è lontana dalla sua terra, lontana dal poter indicare la giusta via a chi sta riaprendo il caso, ma guarda a questa opportunità con la luce dei giusti nei suoi occhi. Si confronta tutti i giorni con le sue compañeras tra Lima e le Ande, gli dice che si deve e che si può, perché “quando tutta l’umanità si fa carico dell’accaduto, della dignità umana, anche la morte si arrende. O per lo meno, si emoziona.” In fondo questa è l’unica cosa che Giulia sa fare.

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