Photographer, Journalist, Videomaker

Alberto Giuliani

Climate Change North Pole

Climate Change: North Pole’s Jedi

Ny-Alesund Scientific Base.

Ny-Alesund is a small village in the Arctic Svalbard. Here fifty scientists from all over the world are studying the climate change. The only way to reach Ny-Alesund is the weekly flight from Longyearbien, the capital city of Svalbard. Most of this scientists are spending here an entire year. Only a few of them have been able to spend here more than a winter, in complete darkness, in total isolation.

From this outpost on the future of the environment, they are warning us that the ice melting already reached levels never touched before in our history. And the time we have to save our global biodiversity is about to expire.

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La nostra Africa

Eterno Peter Pan, che a ogni incontro romantico chiariva subito di non volere legami, Corrado era uno di quei tipi che si definiva fieramente single. Uno di quelli che arrivano al bar all’ora dell’aperitivo, con sneakers e colletto sollevato, facendo rombare il motore di un’auto d’epoca tirata a lucido. Gli amici, che per lui erano come una famiglia, lo chiamavano il barone, per la sua eleganza e perché ogni tanto volava sulle spiagge della sua Pesaro pilotando piccoli aerei da turismo. Se c’era Corrado c’era una storia da ascoltare, e facilmente si tirava fino all’alba. Ogni tanto qualcuno cercava di trovargli una fidanzata, e anche se finiva sempre alla stessa maniera, con la malcapitata che si innamorava e lui che scappava come uccel di bosco, gli amici non si arrendevano. “Ti voglio presentare un’amica. Domani a cena. Si è appena separata” gli aveva detto uno di loro e la sera seguente Corrado si ritrovò affacciato da un terrazzo a guardare la città, nella calura agostana, insieme a Federica. Alta, mora e con occhi da incanto, brillava di un fascino pieno di mistero e quella sera non aveva voglia di ridere con frottole da spaccone. Cercava piuttosto un rifugio, nel quale trascorrere una serata tranquilla, alla vigilia di una vacanza che l’avrebbe portata per qualche giorno nella sua amata Africa.

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Come spesso accade quando non ci si aspetta nulla, quell’incontro sorprese entrambi e con un sorriso complice si scambiarono il numero di telefono e la voglia di rivedersi. “Mi manchi già” le scrisse Corrado appena salito in macchina, dopo la cena. Le parole volarono nei loro messaggini per tutta la notte fino a sfiorare l’alba, quando Corrado offrendosi di accompagnarla all’aeroporto di Roma le scrisse “tra cinque minuti sono da te”. Con la sua macchina più bella, una Mercedes Pagoda del ’64, attraversarono l’Appennino e sui terreni impervi del cuore, assaporarono i piaceri della conquista.

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Davanti al corridoio degli imbarchi, si ritrovarono uno davanti all’altro, immobili in un imbarazzo che nasconde la paura di sbagliare. “Voglio regalarti una cosa” disse Federica affogando il braccio nella sua borsa. Tirò fuori di tutto, finché non trovò il libro La mia Africa. “Ecco, io l’ho letto mille volte. E’ per te” disse porgendogli il libro con un gesto deciso.

Si salutarono con un abbraccio, nel quale Corrado lasciò scivolare una carezza. Uno sguardo rivolto alle spalle, e ognuno andava per la sua strada. Bastarono pochi passi a Corrado per immaginare il ritorno a casa, con gli amici che si prendevano gioco di quella mattata. Si guardò indietro di nuovo, e trovò il vuoto di un bacio mai dato. Per la prima volta non era lui a guidare il gioco e incapace com’era di aspettare, cercò la via per rincorrere il destino. Chiese a un amico di portargli a metà strada il passaporto, e senza pensare a un bagaglio, comprò un biglietto per Nairobi, sul primo volo disponibile. Sapeva che Federica si sarebbe fermata a Watamu, prima di andare in un resort nel cuore della savana. Quelle erano le uniche coordinate di un viaggio che andava ben oltre la geografia.

All’aeroporto di Nairobi Corrado si finse un cliente del primo tour operator che incontrò e avvicinandosi al ragazzo che attendeva i turisti fuori degli arrivi, si presentò con fermezza.

 

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"Le pare che io venga dall’Italia per sbaglio?"” revealfx=”off”]

“Non trovo il suo nome” rispose il giovane, mentre con una mano teneva sollevato l’insegna della Condor Tour e con l’altra sfogliava la lista dei turisti. “Le pare che io venga dall’Italia per sbaglio?” rispose Corrado e per evitare discussioni, fu fatto salire sul bus insieme a un gruppo di vacanzieri asiatici. Giunto a Watamu Corrado scivolò via senza che nessuno se ne curasse e fermandosi in un piccolo hotel, per tre giorni cercò gli occhi di Federica nello sguardo di ogni straniero incrociato sul cammino. Sulle spiagge, tra la musica della notte e i vicoli del bazar, camminava cercando qualcosa che neppure conosceva ma a ogni passo senza meta, scopriva di non desiderare niente di meglio che continuare a camminare verso di lei.

Quel suo andare stava diventando un esercizio con se stesso tanto si era dimostrata vana la speranza di trovare Federica, fino alla mattina in cui, seduto a bere un caffè, il suo sguardo non cadde su una foto esposta nella vetrina di un’agenzia di viaggi. E il ricordo di lei si tuffò nel cuore. Un lodge nel mezzo della savana, una danza Maasai sotto il cielo cobalto; Campi Ya Kanzi era il nome del resort, e quella che stava guardando era la stessa immagine impressa sui voucher di Federica. Li aveva visti quando lei, per cercare il suo libro nella borsa, aveva tirato fuori ogni cosa. Entrò dentro quell’ufficio fatto di tanti depliant e poco spazio e alla ragazza seduta tra il totem di un leone e quello di una giraffa, chiese un taxi che lo portasse subito a quel resort.

Era ormai sera quando Corrado si presentò alla reception e una signorina in abbigliamento coloniale gli indicava un breve sentiero illuminato da fiaccole, tra arbusti profumati e piante di acacia. In fondo, sotto il tetto di paglia di una capanna senza pareti, Federica era assorta nel paesaggio e in chissà quali pensieri. Come una goccia che cade nelle acque chete di uno stagno, il rumore dei passi la fece sobbalzare nell’ardita speranza che potesse essere proprio lui. Il tempo di volgere lo sguardo e un sorriso aprì la porta dei sogni. Quando le emozioni ci sorprendono lontano dalle cose di ogni giorno, vivono di un respiro senza tempo e smettono di farci paura. Corrado e Federica costruirono con la fantasia un rifugio tra quelle steppe, nel quale far viver il loro amore per sempre.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”“Tu non sai distinguere il bisogno dal desiderio”” revealfx=”off”]

Ma i pochi giorni di vacanza che restavano a Federica corsero via veloci e l’ultima sera fu lei a chiedere a Corrado che la loro avventura rimanesse li, “tra l’erba alta, sotto le carezze del vento”. “Io ho bisogno di te” disse Corrado con tutta la sua franchezza. “Tu non sai distinguere il bisogno dal desiderio” rispose lei con una risata. “Lo scrive Karen Blixen parlando della sua Africa, ma credo che sia appropriato anche per la nostra” concluse, schioccando un bacio sulla guancia di Corrado.

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Fu mesto il ritorno, che li vide partire separati, per via delle loro diverse prenotazioni. E amaro il ricordo della fine, perché l’amore non aveva trovato il coraggio di vivere oltre la passione. Le serate al bar con gli amici dell’Avio Club, distraevano Corrado per il tempo di un sorso di vino, poi i suoi pensieri tornavano a Federica e si smarrivano tra le pagine del libro che lei gli aveva regalato e che ancora portavano il suo profumo. Passò l’estate ma non la voglia di lei e una domenica mattina di fine settembre, Corrado la invitò a fare un giro. Le coprì gli occhi e chiedendole di avere pazienza, la portò fino all’aeroporto di Fano. Accompagnandola nei movimenti ciechi, la fece salire a bordo di un aereo degli anni ‘30 e con gran fracasso, rollando su una pista d’erba, si alzò in volo. Quando Federica aprì gli occhi si trovava nel vento, tra cielo e mare, senza nulla a proteggerla da tanta bellezza. Corrado aveva comprato l’aereo col quale Meryl Streep e Robert Redford avevano volato nel film La mia Africa. “Ci porterà nella nostra savana, tutte le volte che vorremo” gridò dalla sua postazione di volo, alle spalle di Federica. Lei allungò una mano nel vuoto a cercare quella di Corrado e virando verso l’orizzonte, si persero nel blu e nell’amore.

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Biosfere: Il miracolo di un visionario

“Se entri in una scuola e chiedi ai bambini cosa vogliono fare da grandi, troverai chi risponde l’astronauta, chi il medico o chi il ranger. Ma questo non significa essere visionari. Visionario è chi ci crede, fino a giocarsi ogni cosa della vita”. Queste sono le parole di Tim Smit, un britannico di origini olandesi che un sogno ha trasformato in uno degli uomini più popolari d’Inghilterra. Un evangelista, lo definisce l’architetto Nicolas Grimshaw, perché la gente lo segue come un profeta, e la stampa lo acclama con entusiasmo.

Tim Smit ha cresciuto una foresta tropicale nel vento della Cornovaglia, l’ha coperta con un sistema di cupole enormi che posano le fondamenta sulla fiducia degli uomini, e l’ha chiamata Eden Project. Due milioni di piante chiuse in una struttura creata con materiali tracciati e sostenibili, autosufficiente dal punto di vista energetico e del consumo di acqua. Pavimenti ottenuti da lino e mais, rivestimenti creati dal riciclo di bottiglie di Heineken, e un sistema di passerelle aeree per godere la fastosità della foresta come fossimo aquile.

 

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“Ho creato le biosfere più grandi del mondo per testimoniare la bellezza della natura e proteggere la biodiversità del nostro Pianeta, ma soprattutto per dimostrare che nulla è impossibile” racconta Tim, passeggiando tra le palme della sua foresta che ogni anno accoglie un milione di visitatori. Laureato in archeologia e antropologia all’università di Londra, Tim vive la vita come un pioniere, guidato dall’istinto e baciato dal fato. Durante gli studi suonava in giro per locali con una rock band. “Fu uno dei più grandi insuccessi della storia della musica” dice scherzando, e cercando un modo per campare, trovò lavoro come assistente nei celebri studi di registrazione di Abbey Road. “Il mio capo diceva che di questi posti non bisogna perdere neppure un’istante” ricorda, e tra quelle sale che profumavano di Beatles e Pink Floyd, Tim componeva la sua musica di notte, dopo il lavoro, finché il destino non portò un suo brano alla voce di una cantante di grido e divenne un successo. Era il 1982 e la sua Midnight Blue arrivò in testa alle classifiche aprendogli il cammino come produttore discografico. “Intro, due versi, ritornello. La musica commerciale deve rispettare delle formule e uccide ogni espressione personale. Per questo ho iniziato a odiarla” dice, spiegando che dopo alcuni anni di successi si sentì esausto; per lui era giunto il

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”Non c’era nessuna ragione al mondo per farlo, perciò non esitai. Se si ricomincia, bisogna farlo con un foglio bianco” revealfx=”off”]

momento di cambiare. Dal cuore di Londra guidò fino in Cornovaglia e sotto la pioggia insistente di quelle falesie affacciate sull’Atlantico respirò aria nuova. Vide una casa che gli piaceva, ci passeggiò intorno un giorno intero, e il seguente la comprò spendendo tutti i suoi soldi. “Non c’era nessuna ragione al mondo per farlo, perciò non esitai. Se si ricomincia, bisogna farlo con un foglio bianco” racconta con l’ardore della sfida negli occhi. Tra quelle fredde colline Tim riscoprì la bellezza della natura, e provò disgusto nel vedere che in ogni piega della terra l’uomo aveva scavato voragini per estrarre caolino, e le aveva poi abbandonate inseguendo un’economia in bancarotta. Era la fine del vecchio millennio, a Kyoto si firmava il primo accordo sul clima, e Tim Smit sul ciglio di una miniera a cielo aperto comprendeva che quello era il suo appuntamento col destino. Su quella pietraia sterile avrebbe cresciuto una foresta tropicale, mostrando al mondo che la vita può rinascere contro ogni aspettativa.

 

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“E’ come in Peter Pan. Gli uomini hanno bisogno di una storia nella quale credere per poter volare. E la mia era talmente bella da convincere banche e abitanti a seguirmi nel mio progetto” racconta ancora Tim, che costruì attorno a se il consenso di burocrati e tecnici che lavorarono gratis perché quel sogno diventasse realtà.

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“Quando Tim si presentò da me, raccolsi la sfida proprio per la follia che rappresentava. Riportare la vita selvaggia in una miniera esausta, per di più nel clima della Cornovaglia. Era qualcosa di impensabile, e la struttura che Tim mi chiedeva di progettare per accogliere la sua foresta fu per me una sfida irrinunciabile” racconta l’architetto londinese Nicolas Grimshaw. Centinaia di collaboratori, sei studi che portano il suo nome da New York a Melbourne. Sir Grimshaw ha firmato l’architettura di musei, centri spaziali e aeroporti, plasmati con materiali trasparenti e segni futuristici. Ma quando si trovò davanti all’asprezza della miniera che Tim aveva individuato per la sua foresta, Grimshaw immaginò di coprirla con bolle di sapone, che quando si posano si adattano a ogni superficie unendosi tra loro, come in un gioco di bambini. Bolle gigantesche, fatte di esagoni e triangoli che si intersecano tra loro aggrappate a un’esile scheletro in acciaio. “La struttura è spinta più a esplodere verso l’esterno che a implodere, per questo le grandi sfere sono ancorate a terra, come tende da campeggio” spiega Sir Grimshaw, aggiungendo che le finestre poligonali sono realizzate con polimeri di tetrafluoroetilene (ETFE): il loro peso è appena l’1% di quello che sarebbe stato usando il vetro ma sono in grado di reggere il carico di un’auto. “25.000 metri quadrati coperti per un’altezza di 50 metri, che dentro ci può stare anche la Tower of London. In due anni di lavoro abbiamo costruito un’opera unica al mondo” conclude l’architetto con un sorriso.

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“Eden Project è un monumento alle persone che vogliono credere in qualcosa” spiega Tim Smit che oggi inizia i lavori di costruzione di un nuovo Eden in Cina, nella città di Quingdao. Sorgerà in un’area ambientalmente depressa dall’estrazione di sale e dagli allevamenti intensivi di gamberi. Tim assicura che non sarà una copia del primo Eden, ma che crescerà con lo stesso spirito. “Tutti in Cina sono consapevoli dei disastri ambientali commessi, ma i giovani chiedono un mondo diverso. Di questa musica che nasce dal basso, noi saremo i direttori d’orchestra” spiega Tim, che nonostante il progetto cinese sia un’opera storica del valore di cento milioni di sterline, sogna già di mettere in salvo sotto altre biosfere l’ecosistema antartico, sulle coste della Tasmania. “Proteggeremo la natura raccontando agli esseri umani la sua bellezza. E per non perdere la sfida, dobbiamo creare qualcosa di rock’n’roll” conclude Tim Smit, con l’orgoglio di chi, sul palco, raccoglie già gli applausi del pubblico.

Crioconservazione: Ti scongelo io, mamma.

Credevo che gli esseri immortali vivessero solo nella fantasia dell’uomo, tra paesaggi apocalittici e avventure intergalattiche. E non immaginavo neppure che un giorno i figli saranno più vecchi dei padri. Invece eccole li, Elaine e la piccola Alice, a sfidare il tempo mortale. Madre e figlia, che abbracciate sul divano della loro casa di Phoenix, in Arizona, hanno stravolto ogni mia ragionevole certezza.

 

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“L’età avrà importanza solo per la memoria. E quando Alice mi risveglierà, il tempo sarà sconfitto” racconta Elaine carezzando i capelli rossi come il fuoco della sua bambina di tre anni. Alice sfoglia un libro sul cosmo chiamando i pianeti per nome, come le sue bambole, circondata da principesse stellari e modellini di navicelle spaziali. Non è nata dalla passione di due innamorati, ma dalla consapevolezza di due amici, che sulla soglia dell’infertilità e della delusione, si sono cercati. Lui è un magnate delle missioni spaziali private americane e un fidato amico di Elaine dai tempi del college. Lei invece gira l’America sintetizzando i suoni delle stelle e trasformandoli in musica per le sue parole. Hanno molto in comune lei e il suo amico, e nessuna fretta di piacersi, perché entrambi hanno l’eternità davanti, e se adesso i loro corpi non si attraggono, “in futuro li cambieremo come più ci piacciono” afferma lei.

La promessa della loro immortalità, sta in un capannone di Scottsdale, nella periferia di Phoenix. Qui, dietro un vetro antiproiettile, sono conservati i corpi di chi ha scelto di non morire. Disposti a testa in giù a una temperatura di -196 gradi, dentro cilindri d’acciaio pieni di nitrogeno, centinaia di persone attendono il giorno in cui la scienza sarà capace di riportarli in vita. “Forse trenta, o al massimo cento anni, non molto di più” afferma Max More il fondatore di Alcor, la società di crioconservazione alla quale Elaine e la sua famiglia si sono iscritti.

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Sono tre le società tra Stati Uniti e Russia che applicano questa tecnologia nata negli anni ’70 dalle ricerche di Robert Ettinger, docente visionario di fisica e matematica della Wayne State University in Michigan. “L’uomo è fatto di materiale scadente” diceva ridendo, “dobbiamo solo trovare il modo di aggiustarlo e saremo eterni”. Con questa certezza ha fondato il Cryonic Institute di Detroit dove ha ibernato i primi pazienti della storia, compresi sua moglie, i suoi genitori e il suo cane, per poi finirci anche lui, congelato cinque anni fa. Oggi è suo figlio David Ettinger, famoso avvocato delle grandi cause Americane, che seduto con aria serafica in una saletta dell’Istituto, mi spiega con parole semplici l’efficacia della crionica: “La morte legale è solo il momento nel quale i medici interrompono le cure. Le nostre cellule mantengono la vita ancora per molto tempo. Se interveniamo subito congelando il processo di deterioramento, saremo in grado molto presto di invertire questo processo e tornare alla vita”.

Il mondo accademico è scettico davanti alla crioconservazione, perché ad oggi nessun essere vivente sottoposto a questi trattamenti è stato riportato in vita con successo. Ma le parole dei leader della crionica valicano ogni realtà medica e ricordano che fino a cinquant’anni fa era impensabile anche solo un trapianto di cuore, o la fecondazione artificiale, che già congela la vita degli ovuli secondo i principi della crioconservazione. “Nel caso di un corpo umano è sicuramente più complesso” ammette David Ettinger, “ma certamente se finite in cenere nessuna scienza potrà rimettervi insieme” conclude, accennando un sorriso di sfida che ricorda quello di suo padre.

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I pazienti congelati non sono considerati morti, ma semplicemente vite sospese. “Alla temperatura dell’azoto liquido, congeliamo ogni attività vitale dei nostri pazienti. Quando la scienza sarà in grado di riaccendere la vita, ciascuno di noi potrà decidere quando vivere in modalità on oppure off, in ogni momento e per sempre” sostiene Hillary, la ragazza che nell’Istituto si occupa delle macabre operazioni di congelamento. Ventiquattro anni, occhi blu e aria angelica, che stride nello spazio gelido della sua sala operatoria. Si è laureata in Funeral Management dopo aver perso la madre in un incidente, e da allora il suo sguardo scivola nel vuoto ad ogni silenzio. “Purtroppo allora non conoscevo la possibilità di attendere per una seconda vita, altrimenti avrei potuto sognare di rivederla, e cancellando l’idea di morte, avrei cancellato anche il dolore” mi spiega.

Fuggire è la fantasia che ha avvicinato anche Elaine alla crioconservazione. Erano gli anni di Nixon, in una piccola città della provincia americana che vedeva tornare i veterani dal Vietnam, recitare le preghiere prima della cena e i bambini abbassare lo sguardo davanti ai padri; Elain aveva già deciso che questo mondo non le piaceva, e perdeva le sue giornate a rincorrere le immagini della tv, che trasmetteva i successi delle missioni spaziali, il primo Shuttle e le Guerre Stellari. Una domenica all’alba della sua adolescenza, Elaine ascoltò l’intervista di un uomo che prometteva la vita eterna. Era Robert Ettinger, il padre della crionica, e le sue parole convinsero Elaine che anche lei avrebbe potuto rinascere.

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“L’immortalità ha reso questa mia vita più serena” dice e senza esitare immagina il tempo eterno che l’attende e che riempirà di viaggi, libri, mestieri diversi, e di ogni altra cosa questa vita non le abbia dato il tempo di fare. “Nessuno sa come sarà il futuro, ma io di questo passato vorrò salvare solo conoscenza e amore. Per questo ho chiesto che venga congelata solo la mia testa, e che il cervello venga reimpiantato su un corpo artificiale” spiega, mentre Alice fa volare una navicella spaziale ai suoi piedi simulando con le labbra il suono vuoto dello spazio. Madre e figlia scherzano spesso insieme, sul fatto che un giorno vivranno su un altro pianeta, senza età e senza paure, crescendo insieme un orto marziano e giocando con un cane robot. Disegnano con la fantasia i loro corpi artificiali, “ma i baci però, quelli, saranno sempre veri” si dicono poi sottovoce. Elaine e Alice passano insieme ogni momento della loro giornata, lontani dai nonni e dal padre, che vive dalla parte opposta del Paese e visita Alice appena un paio di volte l’anno. Attraversano questa vita come alieni pronti a viaggiare nel tempo, chiedendosi di ogni cosa se gli piaccia o meno, se se la porterebbero nel futuro oppure no. “L’idea dell’eternità rende tutto leggero, come un gioco nel quale ogni desiderio smette di essere vano” spiega Elaine, “e se poi qualcosa dovesse andare storto, mi sarò comunque divertita” conclude con una smorfia di angoscia, perché in fondo le incognite non sono poche. Da più di dieci anni, con sacrificio, Elaine mette da parte i soldi necessari per coprire le spese di crioconservazione. Novantamila dollari a testa, per scommettere su una nuova vita e sui progressi della scienza. Non sono però le conquiste mediche che mette in discussione, ma il fatto che ci si metta più del previsto, e nel buio dei ghiacci chimici, lei e sua figlia vengano separate. “Saremo tutti giovani e belli, ma io semplicemente non posso immaginare un’eternità senza mia figlia” dice Elaine chiudendo gli occhi sulle lacrime. Poco più in la, dall’angolo dei giochi stretto tra la luce della finestra e la libreria piena di titoli spaziali, Alice la osserva con gli occhi dell’amore. “Tesoro tu mi aspetti vero?” domanda Elaine. “Ti scongelo io mamma”.

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Tradimento: A un passo dalla felicità, a un passo dal peccato

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Gliela hanno appesa al collo con un sottile nastro rosso, come a un cane. Altrimenti potrebbe ferirsi, le avevano detto. Da allora Lucia passeggia fischiettando nei lunghi corridoi e nei cortili, con una mano sempre sul petto, come a chi viene meno il respiro, per paura di perdere anche il ricordo.

Le si legge in volto il sollievo che prova nell’accarezzare con le dita quella medaglietta dorata. E’ la serenità di chi è convinto che il temporale passerà. Ma certo, non può immaginare chi le abbia portato quel ciondolo.

Ovviamente è stato Victor, giurerebbe la povera Lucia. Tra i suoi mille impegni, i suoi viaggi, non l’ha mai dimenticata. Sono passati 221 giorni da quel pomeriggio, dall’ennesima crisi. Tanti quanti i girasoli che ha disegnato sulla parete affianco al letto.

Sono 221 giorni che Lucia non fa l’amore, che non va al cinema, che non beve una birra, che non vede i suoi amici. Sono 221 giorni di tutto, o quasi. Stesa con lo sguardo sbattuto contro quel muro, Lucia passa ore a ricordare l’amore, le carezze, le mani di lui che le pettinavano i lunghi capelli.  A Victor non importa se Lucia sia o sembri matta, la ama ugualmente, anche con la sua follia, come ama la campagna e il vino. La scelta del ricovero era stata una decisione che avevano preso insieme. Avevano preparato una valigia di pochi vestiti, e qualche libro. Avevano dimenticato quel ciondolo, che raramente lei si toglieva di dosso. Ma i medici assicuravano che pochi giorni di terapia sarebbero stati sufficienti.

Ora Lucia è stanca di quella vita, e di stare sola. E’ stanca persino di essere matta, e gioca ad essere lucida. Poi si stanca anche di quello. Per finire a ingoiare altre pasticche amare, che la aiutano a sopportare la realtà, l’abbandono e gli eccetera. Aspetta solo il giorno che verrà, per disegnare un altro girasole nel suo campo umido e grigiastro, ai piedi del letto.

Strofina il suo ciondolo, e peccato – si dice – che Victor sia venuto mentre lei dormiva. Capita spesso ultimamente. Lo ha detto tante volte agli infermieri, di svegliarla quando viene il signor Victor, di darle meno farmaci, che non ha bisogno di dormire tanto, che già si sente meglio e pronta per uscire.

Fuori invece sono cambiate molte cose. Victor è morto da un mese, per un infarto. E ha lasciato a sua moglie Irene un vuoto duro e amaro. Con la scomparsa del marito Irene pensava di aver toccato il fondo della disperazione, poi si accorse che ancora non aveva perso tutto, che c’era altro da perdere, che il fondo in realtà non ha fondo.

All’apertura del testamento, il notaio aveva elencato i beni della successione. C’era una casa di troppo, della quale Irene non aveva mai sentito parlare in vita sua.

Ci mise quasi tre settimane a farsene una ragione e fu lo stesso notaio che la accompagnò al numero 82 di Calle Arenales, in un assolato sabato pomeriggio. Le suggerì di suonare il campanello della signora Utin; lei aveva le chiavi dell’appartamento. Lui non l’avrebbe accompagnata perché quelle sono cose dell’intimità. E lo disse rivolgendo lo sguardo altrove, accendendosi una sigaretta.

Irene salì fino al terzo piano e alzando lo sguardo, sugli ultimi gradini, le sembrò di trovare qualcosa di noto nel volto di quella signora, che la stava aspettando stringendo in mano il mazzo di chiavi. In effetti si erano incontrate qualche volta, per caso, in coda per l’Opera, o in metropolitana, quando Irene usciva in compagnia del marito. Non si erano scambiate mai più di un saluto. Victor era un uomo conosciuto e salutava talmente tanta gente ogni volta che passeggiava per i marciapiedi del centro, che quella signora, nell’immaginario di Irene non aveva mai ricoperto un ruolo più importante di un buonasera.

Ma in quel momento non poteva ricordare lucidamente tutto questo, tanto era costretta nel dolore e nell’imbarazzo di quella situazione, e rivolse un saluto quasi grato alla donna che custodiva le chiavi del suo mistero.

La signora Utin porse quelle chiavi a Irene, che non volle accettarle. Non erano sue. E con lenta gentilezza, sotto voce, disse “la prego, apra lei” e seguì la signora verso la porta dell’appartamento. Con l’aria di chi, giunto alla resa si sta togliendo un peso, la signora Utin infilò la chiave nella serratura. “Facendo qualcosa che non avrebbe avuto ritorno”, aprì la porta e fece un passo indietro.

Il buio di quell’appartamento sapeva di chiuso. Sul fondo dell’oscurità, solo i contorni della tapparella abbassata, gonfi di luce del sole di marzo.

Irene si chinò e raccolse alcuni foglietti pubblicitari, spinti sotto la porta chissà quando. Li osservò, ma i suoi pensieri si avvitavano nel limbo delle possibilità. Se ne sarebbe potuta andare immediatamente, costruendo chissà quali congetture sulle ombre del dubbio.

Rimase a lungo immobile. Poi prese fiato, socchiuse gli occhi, e facendo scivolare la mano sulla carta da parati della casa, accese l’interruttore. La signora Utin, ancora sul ballatoio, abbassò lo sguardo, come si fa in segno di rispetto quando passa la morte.

“Se avesse bisogno di me, abito nell’appartamento qui di fronte”, disse. E si ritirò.

Irene entrò a passi lenti, quasi chiedendo permesso. Camminò al centro della stanza, come in equilibrio su una fune invisibile, sospesa nel vuoto di quell’appartamento sconosciuto, illuminato dalla luce piatta e lattiginosa di un lampadario bianco.

Si guardava intorno cercando la ragione di quella casa, ma senza avvicinarsi a nulla.

Osservò il vecchio divano di velluto arancione, e un cuscino a terra. Una vetrinetta bianca, piena di scartoffie malamente impilate. Una vecchia borsa di pelle marrone, su una sedia, e una sciarpa di lino. Un tappeto, un telefono grigio, una ciotola con delle chiavi. Una pianta di ficus, ormai secca, riversa su una parete.

E li, su quello stesso muro, appese con ordine, tredici fotografie che ritraevano una coppia in città diverse del mondo. Parigi, Venezia, San Francisco, New York, Montecarlo, Iguazù.

Quella coppia erano suo marito Victor e sua sorella Lucia.

Tra quelle, un’immagine ritraeva anche lei. L’aveva scattata Victor alle due sorelle davanti al Pan de Azucar. Ventisette anni prima, quando Lucia si separò dal marito e la portarono in vacanza a Rio de Janeiro.

Irene non credeva ai suoi occhi. Rimase senza fiato davanti a quella verità. Le gambe iniziarono a cederle, il fuoco nello stomaco e poi il ghiaccio della disperazione. Le si annebbiò la vista.

Indietreggiò, senza riuscire a distogliere lo sguardo da quel muro. Irene riprese a camminare per la stanza, sfiorando con la mano gli oggetti e i pochi arredi. Si sentiva morire, voleva morire.

Entrò nella cucina, fatta di pochi pensili color legno, un frigo con ancora una bottiglia di champagne. Una tazza sul piccolo tavolo di formica, e una confezione vuota di biscotti Manon. Una lavagnetta appesa al muro, su cui la calligrafia della sorella aveva scritto, con un pennarello blu, “torno presto!”. La ricevuta di un ristorante di Puerto Madero e un posacenere vuoto sul tavolo.

Esanime e senza più espressione in volto, Irene continuò quella visita tra i fantasmi della vita. Entrò in camera, lasciò scivolare lo sguardo sulla trapunta a fiori, il quadro sopra al letto con i gauchos di Molina Campos, un paio di scarpe da tango, da uomo, vicino a un comodino. Un grande girasole dipinto, sulla parete con lo specchio. Nell’armadio un lungo abito da sera, di seta rossa. E in un angolo, una chitarra.

Continuava a guardarsi intorno, spaesata, incredula.  Non sapeva neppure che Victor ballasse il tango, e che sua sorelle suonasse ancora la chitarra.

Impotente, rovistava nei cassetti, frugava nelle pieghe più intime del sospetto.

Infine entrò in bagno, con il ghigno di chi osserva il disastro, e non trova niente da salvare.

Come poteva non essersi accorta mai di nulla? Infiniti attimi di quotidianità lontana si rincorrevano nella sua mente. Litigi, ansie, fantasie, dubbi affogati nella fiducia.

Irene incrocia il suo stesso sguardo nello specchio di quel bagno. Nei suoi occhi nudi rivede quelli della sorella e del marito, abbracciati e innamorati. Abbassa il capo, le braccia, si arrende.

Vicino al lavandino ancora i trucchi di Lucia, e la boccetta di  Air du Temps, lo stesso suo profumo. Lo stupido pensiero delle cose che avevano in comune, senza neppure saperlo. Poco più in là, vicino al portagioie, un ciondolo d’oro con la catenina spezzata.

Una smorfia attraversò il sul suo viso nello scoprire i delfini colorati che vi erano dipinti sopra; l’animale preferito di Victor. E ancora un colpo al cuore, quello di grazia, nel leggere l’incisione sul retro: “a un passo dalla felicità, a un passo dal peccato”. Era una frase che Victor portava con se da sempre, e da chissà dove. L’aveva voluta incidere anche in un bracciale regalato a lei molti anni prima.

Irene non ebbe più la forza di andare avanti, le veniva il vomito. Spense la luce alle sue spalle e si buttò in strada.

Camminò tutta la notte, percorrendo le strade del centro come fossero le rovine della sua vita, con una sola domanda in testa: “perché?”.

La vita con Victor era sempre stata felice, quasi perfetta. Su trenta anni di matrimonio non ricordava un periodo di crisi, di afflizione, di noia. Victor era stato un marito premuroso, un uomo sul cui amore si sarebbe giocata la vita, per il quale avrebbe fatto qualsiasi cosa.

Invece poche ore erano bastate a sgretolare le convinzioni e i sentimenti di una vita intera. Perché non aveva avuto il coraggio di dirglielo? Chissà quanti viaggi di lavoro erano stati invece una fuga d’amore.

E sua sorella Lucia. Per quale ragione farle questo? Il suo matrimonio non aveva funzionato per colpa di Victor? E la lontananza che negli anni le aveva separate sempre più, anche questa doveva essere a causa del rapporto con Victor, e non per la sua malattia. Tutto era diventato una menzogna e la risposta a ogni domanda generava altre domande. Irene stava impazzendo, non riconosceva più le strade, la città, se stessa. Cominciava a sentirsi colpevole, stupida e sola. Mentre le strade della capitale si svuotavano e l’umidità della notte penetrava nelle ossa, Irene continuava a camminare, senza vedere la luce. Fino a che, nel cuore di quelle tenebre, maturò una decisione.

Tornò nell’appartamento di calle Arenales. Raccolse in due grandi sacchi tutti gli oggetti della casa. Ci infilò dentro il profumo, l’abito di seta, le scarpe da tango e la coperta a fiori. Quaderni, carte, lavagnetta e qualsiasi cosa le capitasse per le mani. Tirò giù dalla parete i quadretti con le fotografie e li gettò nel sacco.

Esausta si sedette sul divano, con le mani sul volto, circondata dal silenzio di quella notte eterna. Osservava la parete delle fotografie. Il tempo aveva lasciato il segno delle cornici sul muro. Davanti all’impossibilità di eliminare il passato, un fuoco di rabbia avvolse la ragione. Avrebbe voluto che tutto bruciasse. Lei compresa.

Riprese le fotografie, unica prova in fondo, del rapporto tra Victor e Lucia. Le osservò attentamente ad una ad una, cercando di ricostruirne gli anni, le occasioni, cercando bugie e risposte nei dettagli, negli abiti, nei gesti.

Ma tutto era troppo faticoso ormai, e senza alcun senso.

Perché Victor le aveva lasciato quel fardello? Perché Victor l’aveva lasciata sola?

Prese un coltello in cucina e iniziò a cancellare la verità. Grattò via dalle fotografie il volto del marito, e quello di sua sorella Lucia. Raschiò via i pezzi di corpi nudi, le mani che si sfioravano, i sorrisi. Cancellò se stessa da quella vacanza a Rio de Janeiro, che solo fino a poche ore prima ricordava come un momento felice. Ogni strappo nella carta era uno strappo nelle carni, e un sollievo al tempo stesso. Non si sarebbe mai fermata Irene, avrebbe cancellato tutto, anche la morte del marito se fosse stato possibile, e tutto sarebbe tornato come prima.

C’era una fotografia di Lucia nel cassetto del comò. Ritraeva la sorella il giorno dei suoi 15 anni. Loro madre aveva voluto fotografarla vicino al camino di casa, con l’abito bianco della festa e un rosario in mano. Anche quella foto doveva scomparire. Irene voleva solo che quel posto tornasse ad esserle anonimo e privo di significato come lo era fino a poche ore prima. Voleva riappropriarsi della sua verità, quella di sempre. Le strappò con veemenza il volto, il braccio, e gettò anche quel quadretto nel sacco nero con le altre fotografie.

Prima di uscire si ricordò del ciondolo con i delfini, lo prese e se lo infilò in tasca.

Raccolse i sacchi pieni di memorie da buttare, usci dalla casa e si tirò la porta alle spalle. Suonò il campanello della signora Utin, e le riconsegnò le chiavi.

Erano quasi le 8 del mattino, un tiepido sole filtrava tra i palazzi del centro. Irene abbandonò i sacchi sul marciapiede, vicino alla spazzatura. Salì su un taxi e si diresse all’ospedale psichiatrico Borda.

Per tutto il viaggio si chiese che cosa avrebbe detto alla sorella dopo tanto tempo e dopo tutta la violenza che le aveva procurato. Avrebbe voluto farle mille domande. Avrebbe voluto piangere. Avrebbe voluto ucciderla. Avrebbe voluto chiederle se è stata felice. Ma avrebbe anche dovuto dirle che Victor era morto, che adesso sarebbe stata per sempre sola.

Quando il taxi la lasciò nel cortile antistante l’ospedale, non ebbe la forza di fare nulla. Fermò un infermiere e gli consegnò il ciondolo, insieme ad una mancia, pregandolo di portarlo alla paziente Lucia Benedi. Era troppo tardi per capire o per spiegarsi. Irene, in fondo, voleva ancora una volta far solo finta di niente.

Quando trovai quelle fotografie, unite al resto delle cose di quella casa, tra i sacchi della spazzatura di Calle Arenales, non ebbi la prontezza di immaginare la storia che potessero nascondere. Raccolsi quei quadretti semplicemente perché affascinanti. Col tempo iniziai in maniera ossessionante a voler capire cosa fosse accaduto alle persone che vi erano ritratte.

Quasi un anno dopo, falliti i tentativi di indagine presso i portinai o i remiseros del quartiere, decisi di scrivere un annuncio e appenderlo a tutti gli alberi di quegli isolati. Questa azione non sortì un effetto immediato ma alcuni mesi dopo ricevetti una mail da una signora che si chiama Carmen Utin:

“ Il signor Victor era un uomo gentile, che ha saputo vivere con dignità la miserabile condizione umana dell’amare profondamente due donne … Victor e Lucia si sono incontrati in questo appartamento ogni sabato, e ogni pomeriggio di pioggia, che il Signore ha mandato in terra. Per 29 anni”.

Suicidio: La vita rinasce in 4 secondi.

Nessun uomo al mondo più di Kevin Hines può dire che quando tutto sembra finito, la vita è pronta a rinascere. In quattro secondi.

“Testa indietro, gambe dritte, e Dio mi salvi”. A queste tre cose cercava di pensare mentre volava nel vuoto, per ottanta metri, dal Golden Gate Bridge. Quattro secondi di caduta libera, poi l’impatto con l’acqua. Le ossa delle gambe si frantumano una dopo l’altra. Poi il torace e le braccia, in un istante. E giù, quaranta metri sotto le acque gelide del Pacifico.

 

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Kevin, diciannove anni, si era buttato per suicidarsi e aveva scelto il ponte più famoso della sua San Francisco, perché li vanno tutti quelli che vogliono farla finita. Quasi uno alla settimana nello scorso anno. Ma nel momento in cui Kevin ha abbandonato il suo corpo al vuoto, tutto è cambiato e si è aggrappato al cielo. “Appena mi sono buttato è come se il male fosse uscito dalla mia mente, e non volevo più morire” dice. Con le braccia spezzate si affannava cercando la superficie tra i flutti fangosi della Baia, travolto dalle sei correnti oceaniche che qui si scontrano. “Ancora sott’acqua mi sentii sfiorare da una cosa viva. Pensai a uno squalo, e maledissi il destino” racconta. Poi si rese conto che questo animale lo spingeva sempre più su, col muso, con la schiena, fino a tenerlo a galla con piccole spinte. Era un leone marino, che lo aiutò per dodici minuti, fino all’arrivo dei soccorsi. Questo fu per Kevin Hines il battesimo di una nuova vita.

A dire il vero, Kevin non sarebbe neppure il suo nome. Lui si chiama Giovanni Maria Ferralis ed è di origini sarde. Suo padre Martino, cagliaritano, emigrò a San Francisco negli anni 70’ e li conobbe Marcilla, una giovane messicana che presto divenne sua moglie. Erano emigrati per cercare una vita felice, e invece trovarono prima l’eroina. Vivevano spostandosi da un motel all’altro, scappando ai creditori e alla polizia. E lasciando il piccolo Giovanni da solo, chiuso in camera per giornate intere, nelle peggiori periferie della California. “Loro se ne andavano e io piangevo disperato, ma nessuno sembrava sentirmi. Finché un giorno, avevo poco più di due anni, bussarono alla mia porta. Era la polizia”. Giovanni fu portato in un orfanotrofio, e i genitori in prigione. “Trascorsi quasi tre anni in quella casa per senza padre, con la speranza che una famiglia vera mia accogliesse.

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Ci furono vari tentativi di adozione, ma dopo un po’ di tempo mi riportavano sempre indietro” racconta oggi. Tra tutte le persone che andavano li a cercare un figlio, Giovanni si era affezionato a un uomo di nome Patrick. E di quella strana amicizia qualcuno doveva averne parlato anche a Martino, il suo padre biologico. Perché un giorno, appena uscito di galera, lui si presentò da questo Patrick e lo supplicò di prendersi cura del figlio. Il giorno seguente a quell’incontro Martino fu assassinato in una strada di Mission District, e Patrick firmò la richiesta ufficiale di adozione, cambiando il nome di Giovanni per Kevin, nella speranza di aiutarlo a dimenticare il passato.

“Patrick è un buon uomo. E’ uno che si è fatto da solo, diventando un grande professionista della finanza. Ha voluto una famiglia, ed è riuscito a costruirsi anche quella. Finché tutto cominciò a cadere a pezzi, quel giorno dei miei diciassette anni”. Kevin stava giocando a football nella squadra della scuola quando all’improvviso si convinse che tutti giocavano contro di lui. Si ribellò, gridò sbattendo a terra un compagno. Era così furioso che l’allenatore lo fece accompagnare a casa. Ma non si calmava e la madre lo portò da un medico. “In quell’ambulatorio pensavo ci fossero altri due pazienti oltre a me. E io parlavo come tre persone diverse” ricorda oggi Kevin. La diagnosi fu severa: bipolarismo.

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Da quel giorno le crisi diventarono un’ossessione. Si sentiva braccato, paranoico, impaurito. “Su e giù, su e giù, su e giù. Il mio umore cambiava mille volte al giorno. Era come un’onda gigantesca che mi investiva nei momenti più inaspettati. Avevo smesso di dormire da due settimane. Parlavo da solo. Ero distrutto, sfinito”. Kevin pensava che quella vita non sarebbe mai cambiata, che sarebbe impazzito. Da solo, nella sua camera tappezzata di poster dei San Francisco 49ers, digitò una parola su Google: suicidio. Le voci che ne uscirono gli sembravano incitarlo alla fine, e una su tutte lo colpì: chi si butta dal Golden Gate Bridge muore al primo impatto con l’acqua. Quelle parole erano per Kevin una calling card, e quello stesso 24 settembre scrisse una lettera alle persone care. Chiese perdono ai genitori e gli disse che li amava. Disse al suo miglior amico di trovarsi un altro miglior amico, e alla sua fidanzata che lei non aveva nessuna colpa in quella decisione. Poi prese l’autobus e scese alla fermata del ponte. “Ho camminato su e giù per quaranta minuti, piangendo disperato” dice Kevin. “Speravo che qualcuno si accorgesse di me, che qualcuno mi aiutasse”. Una donna bellissima e con grandi occhiali da sole lo avvicinò: “Le dispiace farmi una foto” gli chiese. Lui gliene fece cinque, poi le restituì la macchina fotografica e si avvicinò alla balaustra. “Una voce dentro mi disse: salta ora”.

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Erano le undici del mattino quando il padre Patrick, nel suo ufficio all’ultimo piano della Millennium Tower, ricevette una telefonata. “Mr. Hines? Suo figlio si è buttato dal Golden Gate Bridge”. Così, non una parola in più né una in meno. Patrick si fece accompagnare dalla segretaria al Trauma General Hospital e trovò suo figlio in una camera delle emergenze, trafitto da mille tubi che gli uscivano dal corpo. “Perdonami papà” riuscì a dire Kevin. “No, sei tu che devi perdonare me” rispose lui scoppiando in lacrime. Kevin, che non aveva mai visto il padre piangere, si addormentò con quell’immagine in un coma farmacologico.

Ma la vita gli aveva riservato ben altre meraviglie. Uscito dall’ospedale, entrò in un programma di recupero che gli fece trascorrere molti mesi in una clinica psichiatrica del South San Francisco. “Era un posto infernale, pieno di dolore, di violenti, di grida, di suicidi cronici. Ma a quel posto devo molto. Ho visto sul volto degli altri le mie paure, e lentamente ho imparato a gestirle”. Kevin conosceva bene le dinamiche del male, ne riconosceva ogni istante, capiva quando quell’onda stava per arrivare, e ben presto iniziò a rendersi utile. Era diventato quasi un consulente per gli infermieri del suo reparto, e questo gli valeva qualche privilegio: andare a messa con il padre, vestirsi con abiti normali anziché il pigiama bianco dei pazienti, e a lui era dato l’incarico di fare gli annunci al megafono. Un giorno d’estate, proprio mentre stava per annunciare l’ora del pranzo, Kevin si sentì picchiettare sulla spalla. “Mi voltai. Era una ragazza bellissima e mi innamorai. All’istante” racconta. “Scusi, lei è un infermiere” gli chiese lei. “No, sono un volontario” rispose lui senza esitare. Si chiamava Margaret ed era la cugina di Kirk, un giovane paziente arrivato da un paio di settimane. In tutto quel tempo non aveva detto neppure una parola. Droga, molta droga. Se ne stava seduto sulla sua sedia a rotelle, nell’ultima stanza del reparto, a guardare il mare. Kevin accompagnò Margaret lungo il corridoio fino alla stanza di Kirk ma quando furono sulla porta e Kirk li vide insieme esclamò: “Hei, ma quello è un pazzo che ha saltato dal ponte, non parlare con lui”.

Margaret andò a trovare tutti i giorni il cugino Kirk, e non mancò mai di salutare anche Kevin. I tre diventarono buoni amici, e quando furono fuori di li, le loro chiacchierate si trasferirono dalle panche di legno dell’ospedale alla tavola domenicale della mamma di Margaret. Fu il giorno del ringraziamento di otto anni fa che Kevin si fece avanti, invitando Margaret a cena fuori.

“Era la prima volta che uscivamo soli, e io ho combinato un disastro” dice Kevin sorridendo. Aveva indossato la sua camicia bianca più bella e l’aveva portata all’Original Joe, il miglior ristorante italiano di North Beach. Kevin aveva ordinato spaghetti all’aragosta, anche se non ne aveva mai vista una. “Pensavo che l’aragosta venisse servita in polpette, invece me la portarono tutta intera sopra una montagna di spaghetti”. Iniziò ad armeggiare nel tentativo di aprirla, sotto lo sguardo incuriosito di Margaret. Ma solo dopo aver macchiato tutta la camicia e la tovaglia con il sugo, riuscì a toglierne il guscio. Decise di spruzzarci del limone sopra, ma dal limone uscì un getto che andò dritto nell’occhio di Margaret. Lei gridò, iniziò a lacrimare, rigandosi il volto di mascara. “Era ridicolo, come mi muovessi combinavo un guaio, e tutti ci guardavano. Quando le ho ribaltato il burro sul decolleté abbiamo pensato che forse era meglio tornare a casa”.  Qualche giorno dopo Margaret e Kevin si ritrovarono nuovamente a cena della mamma di lei. Sul finir della serata andarono sul tetto di casa a guardare le stelle, e li, sotto il cielo di San Francisco, si scambiarono il primo bacio.

Si sono sposati sette anni fa, e da allora non si sono mai separati un solo giorno. Margaret conosce ogni angolo delle emozioni di Kevin, e sa come aiutarlo quando la malattia si affaccia all’orizzonte. Gli prende la mano e la stringe forte. “Questo è vero Kevin, queste nostre mani insieme” gli dice. E lui capisce che tutto il resto che la sua mente vede è solo un’orribile fantasia.

“In un giorno della mia lunga degenza in ospedale, si affacciò sulla porta della camera un prete, mingherlino, con un rosario in mano e il vangelo in una tasca. Mi chiese perché fossi li. Sono saltato dal Golden Gate gli dissi. Si, e io sono il Papa, mi rispose lui andandosene”. Pochi istanti dopo Kevin lo vide rientrare, pieno di scuse e di mortificazione. Si chiamava Padre George. “Mi accarezzò, pregò per me, e mi fece promettere che una volta fuori di li, avrei raccontato al mondo la mia storia” racconta Kevin, che oggi ha trasformato quell’impegno in una missione. Porta la sua testimonianza nelle scuole, nelle università, nelle aziende, dalla Silicon Valley a New York. “Perché chi è in difficoltà ha bisogno di una voce amica, e non è vero che chi si vuol suicidare prima o poi lo farà comunque. Il 96% di chi viene salvato nell’atto del suicidio, non ci prova più. Ci si uccide perché si è arrivati all’apice della solitudine, e perché ci si presenta l’occasione” dice Kevin. Per questa ragione, attraverso la sua testimonianza, ha raccolto in sette anni i soldi necessari per far installare una rete di protezione sul Golden Gate Bridge. Settantasei milioni di dollari, che finalmente nel 2015 metteranno fine a decine di gesti disperati. Quarantasei solo nel 2014, che portano il Golden Gate in testa alla macabra classifica dei posti più scelti al mondo per togliersi la vita.

Un anno dopo il suo tentato suicidio, Kevin volle ritornare al ponte, e chiese al padre di accompagnarlo. Raccolsero un fiore viola da un’aiuola e camminarono lentamente. Padre e figlio, tenendosi per mano, fino al luogo del salto. Piansero e pregarono insieme. Poi Kevin gettò quel fiore e lo osservò cadere, ondeggiando tra le carezze del vento. Quando si posò sull’acqua, un leone marino emerse.

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L’amore, un prete e una suora

“Avanti sorella, faccia presto” gridava Padre Oscar Bosisio con quanto fiato avesse in gola. Suor Fanny, immersa fino alle ginocchia nel fango, guadava le acque torbide del fiume Mansoa, nel cuore della Guinea Bissau, sorretta dalle mani di qualche donna del villaggio. Nel cielo terso dei tropici e sotto i fischi delle bombe, sventolava alta la bandiera bianca di Oscar, che si arrendeva alla guerra e al destino.

Giunta alla riva, nell’abbraccio fraterno di quel prete, suor Fanny si tolse il velo celeste del noviziato e tra le vie disastrate della guerra, disse: “Padre, non capisco perché strillasse tanto, ma si ricordi che d’ora in avanti io sono l’unico medico della città e lei l’unico prete. Credo che dovremmo aiutarci”.

Fanny Rankin aveva studiato medicina a Cuba, il suo paese natale. Era la studente migliore della facoltà e nel nome di quella Revolucion che portava nel cuore e che cantava per le vie di L’Havana a passo militare, aveva partecipato in gioventù a molte missioni governative, qua e la nella metà di mondo oltre il muro di Berlino. “La solidarietà marxista-leninista dipingeva un mondo perfetto, ma ciò che quel dogma generava era miseria, proibizione, incapacità di trovare risposte alle domande fondamentali della vita. Chi sono e dove sto andando”. Con queste parole oggi Fanny racconta l’oppressione di quei pensieri ai quali non trovava risposte, fino a quando la sua Revolucion non la portò per la prima volta in Guinea Bissau. “Mi avevano mandato per curare una popolazione ridotta alla fame, ma non avevo né medicine né cibo” racconta. Davanti a quella frustrazione, in una sera di lacrime, una suora clarissa le si avvicinò: “non resta che la speranza della preghiera” le aveva detto. Fanny, che dell’ateismo ne aveva fatto un credo, si ritrovò a sollevare le mani al cielo e a invocare l’aiuto di Dio. Nelle parole di quella suora aveva trovato il conforto della carità e un’amore che per tutta la vita aveva cercato. “Nella fede trovai l’equilibrio tra tutte le cose. La ragione del mio essere al mondo e l’impegno nell’aiutare gli altri” racconta. Mentre i compagni cubani salivano su un aereo per tornare in patria, Fanny scappò dal comunismo e si rifugiò tra le mura del convento di Bissau e i libri della Facoltà di Teologia di Roma.

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“Ogni fede diventa una gabbia nelle mani imperfette dell’uomo” racconta Fanny, che nell’agosto del 1998, quando scoppiò la guerra in Guinea Bissau, scappò anche dal suo Dio che la voleva chiusa in un convento a pregare, per tornare a sporcarsi le mani d’amore. Mentre tutti fuggivano dalla ferocia africana della guerra civile, Fanny guadava il fiume controcorrente per accogliere la richiesta di aiuto di quel Padre Missionario a cui ora non importava più quale divisa si vestisse, davanti alla morte non ci sono ideologie.

Quando Padre Oscar portò Fanny nella sua parrocchia, nel centro della capitale, ad aspettarli c’erano 13.000 persone, malati, feriti e affamati. “Qui non esiste più niente. Adesso che lei è arrivata, questa chiesa diventerà l’ospedale” le aveva detto lui. Nella biblioteca sistemarono i vecchi, la sagrestia divenne la sala parto, e la chiesa si trasformò nel reparto pediatrico. In un’ammirazione reciproca che cresceva ogni giorno, Fanny e Padre Oscar assistevano tutti, compresi i soldati del Presidente e i miliziani ribelli. Ma le medicine scarseggiavano mentre le prime epidemie iniziavano a diffondersi tra i feriti. “Una sola fiala di Valium e tre bambini con le convulsioni. Dovevo decidere ogni giorno chi viveva e chi doveva morire” racconta Fanny con il dolore ancora negli occhi. Alle mani giunte di una statua della Madonna venivano appese le flebo, mentre sotto una croce spezzata dall’artiglieria Padre Oscar tendeva le braccia ai centinaia di bambini abbandonati e malnutriti. Alberi e arbusti intorno alla parrocchia si spogliarono di ogni foglia, strappate dalla fame di migliaia di persone che le facevano bollire pur di avere qualcosa da mettere sotto i denti.

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“Eppure quella guerra è stata una maternità per la mia vita” spiega oggi Fanny. Non le servivano più le dottrine di Marx come le parole di Cristo; sotto le bombe che non fanno distinzioni, chiunque fu al suo fianco divenne per lei un fratello. E finalmente Fanny si scoprì libera di amare.

Una sera di novembre, nel silenzio della città affogata in una tregua, Fanny e Padre Oscar si ritrovarono seduti ai piedi del cristo mutilato, sul sagrato della chiesa. I loro corpi si sfioravano e i loro sguardi ormai non potevano più fuggire i sentimenti. “In guerra non c’è tempo per pensare all’amore. Ma ora, cosa facciamo?” aveva detto Fanny. “Sono un prete”, aveva risposto lui abbassando lo sguardo, come chi fugge la propria immagine riflessa in una stanza di specchi. “Domani tornerò a Roma” aveva poi aggiunto.

Dopo la partenza di Oscar, ci furono quasi sei mesi di silenzio, riempiti dalle centinaia di pazienti che ogni giorno Fanny visitava nella parrocchia e nei villaggi circostanti. La pace dei soldati sembrava reggere, ma nel cuore di Oscar era scoppiata una guerra inattesa. Lui che nella sua missione di fede, intrapresa all’età di tredici anni, aveva affrontato ogni disperazione umana nell’Africa nera, ora si sentiva impotente davanti alla forza delle emozioni e alle domande che la ragione gli imponeva. “Il Signore mi aveva messo davanti l’amore, e la chiesa mi chiedeva di negarlo, come nelle mie omelie dovevo negare l’uso del profilattico, quando tra le mie braccia morivano centinaia di donne e bambini malati di AIDS”. Chiedendo perdono, Oscar lasciò la croce che portava al collo sulla scrivania del Pontificio Istituto Missioni Estere di Roma, e con l’amore di Cristo nel cuore, tornò da Fanny nella sua Bissau.

“Ci amiamo incondizionatamente, compensando ogni giorno i vuoti dell’altro, finalmente senza sciocchi tabù” ammette Fanny mentre la sua mano cerca le carezze di Oscar.

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Insieme, con l’aiuto dell’ospedale Sacco di Milano e l’eredità di un amico prete, costruirono il primo centro per malati di AIDS del Paese che ancora oggi cura ottomila pazienti all’anno, tra donne e bambini. Mano nella mano, fino nelle remote regioni del Sonaco e della Bula , Fanny e Oscar hanno portato il loro aiuto vivendo la pienezza del loro amore, che nel gennaio del 2007 gli diede un figlio che chiamarono Alessandro. Con quell’angelo biondo dagli occhi celesti infagottato sulla schiena, come ogni donna africana, Fanny continuò la sua missione fino alla notte in cui il Paese cadde sotto la scure di un nuovo conflitto. Senza alcun bagaglio e col dolore nel cuore, Fanny e Oscar lasciarono la loro gente, per portare in salvo il piccolo Alessandro che aveva appena compiuto due anni. Lo stringeva forte a se Fanny, cantando una nenia in creolo, mentre la loro auto zigzagava tra le bombe e i posti di blocco. Raggiunsero il Senegal, e da lì l’Italia.

“Avremmo atteso di capire gli sviluppi militari, ci saremmo organizzati e saremmo tornati, perché quella gente aveva bisogno di noi, e noi di loro”.

Ma il destino voleva il loro amore sul fronte di un’altra guerra, che avrebbe stravolto ogni piano, per sempre. L’angoscia vissuta da Alessandro nella fuga, aveva scatenato in lui un forte stato di malessere. Nel calore della loro casa in Italia, lui stava seduto in un angolo, il capo rivolto al pavimento, incapace di pronunciare qualsiasi parola. Autismo fu la diagnosi dei medici. “Sapevo bene cosa significasse” dice Fanny, “e fu più doloroso della guerra” aggiunge. La ricerca delle cure migliori per il loro bambino, li ha portati fino a Miami, in una casetta dell’impeccabile provincia americana, col prato verde, le staccionate dipinte di bianco e una piscina nel backyard. Qui Fanny e Oscar vivono le loro giornate, scandite dagli orari delle terapie e dalla gioia di ogni piccola conquista di Alessandro. Ma la sera, appena lui si addormenta, loro si siedono davanti a una webcam e tenendosi ancora per mano, coordinano i medici nei loro centri sanitari sparsi per tutta la Guinea Bissau. “Alessandro oggi è la nostra missione, la nostra Africa di ogni giorno” spiega Fanny, “ma ogni suo sorriso è per me una rinascita” aggiunge, col tono di una madre che non ha paura.

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Chele*, il più grande malaffare del sud.

Ho incontrato Susana una sera d’autunno, alla confiteria Costa Rio, al 673 dell’avenida San Martin.

E’ una donna alta e corpulenta. Ha i capelli tinti castano-arancio. I lineamenti appena indigeni. Difficile darle un’età a prima vista. Il suo corpo ingombrante zoppica, e un bastone di legno scuro accompagna i suoi passi mentre mi viene incontro.

Mi avevano parlato di lei in città, della sua storia, e avevo impiegato molto tempo e molte telefonate per convincerla a incontrarmi.

Lei ha scelto il luogo del nostro appuntamento. Io le ho promesso che avrei raccontato questa confessione, ma lo avrei fatto lontano da li.

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“Solo una volta ho indossato un vestito da sposa. E fu per uno spogliarello”. Così dice Susana, senza che le sue parole tradiscano rimorso. Senza un’ombra di rancore. Mentre si accomoda a un tavolo della confiteria, quello vicino alla vetrina che da sulla strada.

E’ nata nella periferia di Tucuman nel 1954. Susana non è il suo vero nome. Maria Jimena, si chiamava. Però quel nome durò poco tempo, cosi come la sua vera madre. Maria Jimena fu scambiata per un televisore quando ancora non aveva un anno. Da quel momento, per il mondo, lei divenne Maria Flor. Questo era il nome che la nuova madre sognava per sua figlia ma, dato che di figli lei non poteva averne, decise di comprarla.

Non era la prima volta che, su nel nord, un bambino venisse ceduto in cambio di pochi spiccioli, o di un oggetto. Lo si fa per strapparlo alla miseria e dargli la possibilità di una vita migliore. Lo si regala talvolta, con un carico di dolore che solo la speranza e la sopravvivenza possono alleggerire.

Il 7 giugno del 1955 Maria Flor viene accolta dalle braccia della nuova madre in una coperta di cotone a fiori. La stessa stoffa che per anni adornò le finestre della sua camera, e che la donna aveva comprato al mercato di San Telmo, giù nella capitale.

Viaggiare a Buenos Aires era sufficiente da quelle parti per essere considerate delle persone agiate.

La mamma di Maria Jimena aveva osservato a lungo quella donna, prima di consegnarle la sua piccola. Aveva ben notato che vestiva abiti alla moda, sapeva leggere e scrivere, conosceva le persone che contavano e che, in fondo, un lavoro ce l’aveva. Secondario era ai suoi occhi il fatto che quella donna, per mestiere, facesse la puttana.

Nonostante la vita avesse riservato a Maria Flor un ambiente miserabile, la Susana di oggi ricorda quegli anni e quella matrigna, che mai chiama per nome, con estrema tenerezza e gratitudine. Ricorda gli anni giovani della sua vita come si ricordano tutte le infanzie. Con il sorriso della nostalgia stampato sulle labbra.

“Mi hanno insegnato a lottare e ad amare ogni giorno” dice.

E lo fa chiudendo la mano in un pugno nervoso e deciso, irrigidendo il braccio, come a dimostrare la sua forza.

Susana si accende una sigaretta, di quelle sottili. Sembra ridicola tra le sue grosse dita. Ma lo fa con un’ eleganza fuori dal comune , di chi nei gesti ha conservato tutto il garbo della seduzione.

“Ero bellissima da giovane, snella e bionda, prosperosa, la princesa mi chiamavano. L’età e le malattie mi hanno un po’ rovinato il corpo, ma non lo spirito”. E scoppia in una profonda risata, strozzata dai colpi di tosse, che di tanto in tanto le fanno drizzare la schiena.

La matrigna di Maria Flor aveva un compagno. Si chiamava Ruben e stava scontando una pena in carcere per rapina. Sin dal suo primo giorno di prigione, per tutti i martedì che Dio ha mandato in terra, la sua donna andò a trovarlo portandogli un piatto di humitas, ben raccolte nelle foglie tostate di mais, che preparava con l’aiuto di Flor la sera anteriore.

Sin dalle prime ore della mattina, le due si mettevano in fila all’ombra dei cedri insieme a decine di altre donne, aspettando di essere chiamate per il colloquio settimanale.

Un torrido martedì di novembre del 1970, il destino volle che Maria Flor andasse sola a consegnare il cestino di humitas a Ruben, perché la matrigna non si sentiva bene.

Quando dalla porta del carcere chiamarono il suo nome, Maria Flor lasciò la fila dell’attesa e attraversò il grande cortile di cemento e pietre intorno al quale si incrociano i bracci penitenziari zeppi di celle.

Camminava veloce e con lo sguardo rivolto verso il basso, per ripararsi dal sole e dal silenzio angosciante di quello spazio.

“Bionda!”, all’improviso, gridarono. Quella parola rimbalzò nell’aria bollente, resa ancor più soffocante dalla solitudine di Flor.

“Ehi, bionda!? A te!”. Maria Flor si guardò intorno. E in alto, verso il cielo. Solo due braccia, uscivano oltre le inferriate dall’ombra della finestra di una cella. “Bionda vienimi a trovare giovedì. Chiedi di Ruben Diaz. All’ora dei colloqui!”

“Maledetto quel giorno” dice Susana.

Si ferma un attimo, mentre incrocia lo sguardo di una coppia di giovani che passano tenendosi per mano sulla strada, al di la del vetro.

I 16 anni che bruciavano nel suo corpo, il fascino del mistero e il torbido della miseria. La voglia di essere grande e l’assenza di un padre.

Maria Flor quel giovedì andò all’appuntamento e consegnò il cuore e anima a quell’uomo, al di là del tavolo dei colloqui.

Per quanto ne sapesse poteva essere il peggior assassino della terra. Ma per ciò che i suoi occhi vedevano, e per quel nodo che le stringeva in petto, era l’uomo più bello del mondo.

Ruben uscì di galera due mesi dopo. Aveva 35 anni allora. E trovò Maria Flor ad aspettarlo.

Che grande fortuna Maria Flor. Un uomo che si prendesse cura di te. Non un ragazzo della strada, uno qualunque. Ma un uomo vero, maturo. Un duro.

Ruben aveva i capelli bianchi. Per questo tutti lo chiamavano, sempre con rispetto, “cabeza de ajo” (testa d’aglio).

Dimostrava molto meno della sua età. Era un tipo elegante. Sempre con la giacca e la cravatta, su una camicia ben stirata. Ostico all’apparenza. Eppure per Maria Flor era l’essere più dolce che avesse mai incontrato. Ogni parola di Ruben era per lei un saggio ordine, da seguire fino alla fine.

Susana estrae da una tasca interna alla sua giacca di lanina nera una piccola fotografia, dai colori sbiaditi. Lo fa con timore. Le sue mani accarezzano la foto come per rimuovere la polvere del tempo, poi me la porge come si porge una cosa preziosa.

La porta sempre con se, la conserva all’altezza del petto, vicino al cuore.

“Questo è Ruben” dice, indicando l’uomo ritratto.

Lui, in primo piano, guarda dritto in macchina con un accenno di sorriso. Indossa un pantalone beige a zampa d’elefante e una camicia verde pisello slacciata per metà, i becchi del colletto lunghissimi. Una sigaretta in mano. Una cintura con una grande fibbia d’argento. Alle sue spalle Susana, di tre quarti, distratta, un po’ sfocata. Con un vestito di cotone bianco, i capelli lunghi, e i piedi nudi sulla terra. Sul fondo le cascate dell’Iguazù e una piccola capanna di legno col tetto celeste. Sono all’angolo di una strada sterrata che si perde fuori dall’inquadratura, in una calda giornata d’estate, con le ombre corte, e nere.

“Qui eravamo in vacanza a Iguazù. Ci andammo appena lasciata Tucuman. La nostra prima vacanza. E l’unica. Mi diceva che un giorno saremmo stati così ricchi che avremmo vissuto in vacanza. Io stupida, ci credevo. Ero giovane e innamorata. Le parole di Ruben mi potevano portare ovunque”.

E anche se, una dopo l’altra, quelle parole hanno portato con se dolore e sacrificio, lo sguardo di Susana ancora vacilla, e la parola trema, davanti a quella fotografia che li ritrae.

Ruben era finito a Tucuman per un malaffare. Una bisca andata male, che lo ha portato in prigione. E aveva giurato a se stesso che se ne sarebbe andato il prima possibile. Voleva tornare nella sua Capitale. Voleva tornare ad essere il timbero (lunfardo, significa giocatore) della notte porteña, quello che tutti i giocatori d’azzardo porteñi chiamavano “cabeza de ajo”.

Maria Flor si lascia convincere in fretta. Per i suoi 16 anni senza radici, Ruben aveva progettato un futuro da ballerina nella Capitale.

I giorni della vacanza d’amore sfuggono veloci e poche settimane dopo la scarcerazione, Ruben e Flor salgono sul bus che li avrebbe portati fino all’Obelisco de la Nacion. Il cuore di Buenos Aires.

Quante fantasie, quanti abbracci, quanti sogni in quel viaggio. Quell’autubus scalcagnato, che sobbalzava cigolante ad ogni minima buca, era per Maria Flor la carrozza più bella. Il mondo che neppure osava sognare era tutto li. Nell’avventura, nel viaggio, nell’amore per il suo principe che le sedeva affianco.

Susana non la prese male quando Ruben le disse che per la nuova vita, lei avrebbe dovuto cambiare nome. Serviva un nome più consono, più all’altezza dell’arte, più sognatore. Proprio così disse. Più sognatore.

“Susana” gli sembrava perfetto. Suona bene, disse. E fu così, attraversando di notte i campi del Chaco, che Ruben fece nascere Susana e fece morire per sempre Maria Flor. Senza che lei neppure se ne accorgesse, per la seconda volta, la sua vita veniva plasmata dal piacere di altri. Nello stesso istante, tacitamente, Ruben aveva vestito l’abito del caffiolo (parola lunfarda per indicare colui che vive della prostituzione della compagna).

Il primo locale dove Susana si esibì si chiamava Exotica. Si trovava nel pieno centro di Buenos Aires, in calle Corrientes, a pochi passi dalla Casa Rosada e da Puerto Madero.

Ruben le aveva comprato un vestito anni 30, e si era fatto prestare una lunga collana di perle finte e lunghi guanti di raso viola.

Susana ancora ricorda l’emozione dei primi passi su quel palco. Non provava vergogna, solo timore di sbagliare. Di non piacere a Ruben. Mentalmente cercava di ricordare le prove fatte in camera, mentre Ruben steso sul letto, gambe accavallate, dispensava consigli. E lei ballava, si dimenava cercando di tingere di sensualità quel suo fare ancora acerbo, ma che tanto sarebbe piaciuto ai clienti. Poi Ruben le diceva brava, battendo in alto le mani, e stringendo tra le labbra la sigaretta accesa. E, sempre, finivano col fare l’amore.

Sul palco sarebbe stato identico, gli aveva detto Ruben. Io sarò li a guardarti. E quando finisci il tuo show decine di mani ti applaudiranno. Tu corri da me, in camerino, e faremo l’amore.

“ Che tonta” dice Susana, contraendo le labbra e battendosi un pugno sul capo. “Testona”.

Ruben però non si era sbagliato. Susana era bravissima, e il pubblico la adorava. Forse non aveva l’esperienza delle altre. Ma in quel corpo giovane e morbido che si muoveva sul palco, c’era qualcosa di sincero che eccitava gli spettatori.

“Era l’amore” dice Susana. “Ballavo per amore del mio uomo”. E i miei occhi lo gridavano forte. “Ogni passo, ogni sospiro, ogni sguardo, erano per lui”.

Non le importava di trascurare il suo corpo, di venderlo o mortificarlo. D’altronde quel corpo non si sapeva neppure più a che nome rispondesse. Se non a quello di Ruben.

Il pubblico la amava, le gridava “hermosa”, “divina”, le gettavano fiori e pesos sul palco. E lei imparò presto a ricambiare l’amore delle platee.

Le offerte di lavoro si moltiplicavano di giorno in giorno. Il locali notturni della Capitale facevano a gara per averla.

All’inizio della primavera del 1973 Ruben le organizza una vera tournee. Santa Fe, Rio Negro, Neuquen, Bahia Blanca, Cordoba. Poi in Uruguay e in Paraguay. Sempre tutto esaurito. E il camerino stracolmo di fiori, lettere di ammiratori e regali.

Ruben sapeva perfettamente come dominare e proteggere Susana. Tu sei una diva, le diceva. Non devi mai concederti a nessuno. Lasciali credere ciò che vogliono, non dire mai di no, ma non metterti mai nella condizione di dover dire di si.

“Una sera un gruppo di Colombiani si innamorarono di me. Cominciarono a seguirmi in tutte le serate. Mi facevano arrivare in camerino regali preziosi. Orologi, collane, gioielli. Mi volevano portare in tournee in Colombia. Arrivarono perfino a offrire a Ruben di comprarmi. Ma Ruben ha sempre rimandato indietro tutti i loro regali, fino all’ultimo. I Colombiani sono pericolosi, diceva. Sono narcotrafficanti senza scrupoli. Ruben era cosi preoccupato della loro insistenza che decise di interrompere gli spettacoli per qualche tempo, fino a che non sparirono dalla circolazione.”

Erano anni d’oro. Susana e Ruben vivevano in luoghi lussuosi. Avevano a disposizione auto e autisti, i migliori ristoranti offerti dagli ammiratori. Con due mesi di lavoro si comprarono un hotel nella capitale. In diciassette giorni un’auto. Erano ricchi.

“Ruben perse tutto al gioco. Ma per noi, tutto era un gioco e non ci preoccupavamo. La ruota della fortuna girava, alla grande”

Una vita che quella Maria Flor di Tucuman non avrebbe neppure potuto immaginare, tantomeno Maria Jimena. Servita, riverita, col suo uomo che le faceva la valigia ogni volta, e chi la riconosceva le facevano il baciamano.

Eppure a Susana iniziava ad andare stretta. Non per il lavoro che facesse, che tutto sommato le scivolava addosso senza troppo fastidio. Ma perché aveva voglia di fermarsi un po’, di tornare a sognare abbracciata al suo Ruben. Sentiva il bisogno di ritrovare l’amore. Aveva voglia di avere un figlio.

E pochi mesi dopo rimase incinta.

“Stavamo bene, non ci mancava nulla. Champagne ogni sera. Inviti, cene, feste, eravamo sempre ospiti di persone importanti, politici e generali. Però cominciava a mancarmi la mia vita. Avevo voglia di un po’ di tenerezza e di mettere delle radici.”

Susana partorì il 12 novembre del 1979, alle 4,30 del mattino, nell’ospedale Italiano di Buenos Aires. Al figlio, un maschietto di appena tre chili e cento grammi diedero il nome di Miguel.

“ricordo gli istanti in cui lo allattai per la prima volta. Avrei voluto che non finissero mai”.

Per Susana era ora di uscire dal giro, tanto più che la gravidanza le aveva lasciato un corpo materno che non andava più bene per il raffinato pubblico Bonarense. Ruben, che al principio rifiutava l’idea di essere padre, si sentì enormemente fiero di suo figlio sin dal primo giorno in cui lo vide, e lo sollevò in alto, al cielo.

Promise a Miguel e Susana una vita nuova.

Presto avrebbero lasciato Buenos Aires.

In quegli anni di tormentata politica in Argentina, il sud offriva un buon rifugio e delle buone occasioni, lontani dai giochi di potere e dal sangue della dittatura che macchiava le strade della capitale.

Nel marzo del 1980, Ruben e Susana, col piccolo Miguel in braccio, scendevano dal treno che li aveva portati a Rio Gallegos, nella punta più a sud del continente americano.

Ruben non aveva scelto a caso il posto dove stabilirsi.

Rio Gallegos nasceva come base militare, avamposto dell’isola di Terra del Fuoco e retrovia delle isole Malvinas. Si era poi sviluppata con le vicine miniere di carbone del Turbio. E in questi anni era terra di approdo di tutti i ricchi stranieri che qui venivano a investire nelle sconfinate terre patagoniche. Il mercato della lana tirava e ogni giorno sbarcavano uomini in doppio petto dall’Inghilterra, dalla Scozia, dalla Spagna. Pionieri carichi di denaro, vicini al regime, in cerca di avventura. Rio Gallegos era una città fatta di soli uomini, rudi come il vento e la solitudine di queste latitudini. Uomini che quando non facevano affari, affollavano le rumorose taverne della città. Si ubriacavano di aguardiente e non di rado, facevano fischiare i coltelli.

Qui Ruben ritrovò alcuni amici degli anni lontani. Con loro ricominciò a lavorare col gioco d’azzardo, le bische clandestine e anche qui divenne per tutti “cabeza de ajo”.

Ottenne presto la notorietà che cercava e i suoi tavoli verdi, sul retro del caffè “los petroleros”, erano sempre affollati. Ovviamente non disdegnava di giocare lui stesso se considerava i suoi avversari all’altezza, e questo faceva si che le economie familiari fossero altalenanti, tra serate di grandi vittorie e insonni nottate di debiti.

Susana però era contenta, continuava di tanto in tanto a fare qualche spettacolo nei nights di Rio Gallegos. Certo, al pubblico sofisticato delle notti Bonarensi si era sostituita una platea fatta per di rozzi militari, minatori e gauchos.

“Gli apprezzamenti non saranno stati eleganti, ma ero sempre la donna di Cabeza de Ajo. Questo era sufficiente per frenare gli entusiasmi ed essere rispettata. Mi chiamavano la Signora” ricorda Susana con orgoglio.

“In quegli anni arrivarono moltissime ragazze per fare la vita a Rio Gallegos. Era un posto protetto, lontano dagli affetti, pieno di lavoro e ben pagato. Solitamente andavano a vivere giù, vicino al porto. Dividevano l’affitto di una casa e ricevevano i clienti a qualsiasi ora. Chiamavano le amiche, le compaesane del nord e affittavano una casa vicina. Così a poco a poco si è formato un quartiere che ancora oggi si chiama “las casitas”. Negli anni gli affari sono aumentati tanto che la città ha deciso di isolarlo e ora è dietro la prima pompa di benzina YPF, quando arrivi in città dalla Ruta 3, li c’è una strada sterrata che porta all’antenna radio… da li inizi a intravedere le prime luci rosse…”.

A Rio Gallego le estati sono corte e sempre ventose. Gli inverni freddi e silenziosi. Ma è in questi mesi che Cabeza de Ajo concludeva le serate migliori. E proprio per la notte più lunga del 1982, il solstizio d’inverno, aveva organizzato la bisca del secolo, come la chiamava lui. La sua più grande scommessa personale. Voleva rimanesse nella storia e ci riuscì.

Parteciparono i più grandi proprietari terrieri di Patagonia. Vennero da Buenos Aires, dal Cile e dall’Uruguay. Professionisti del gioco, alti gradi dell’esercito, politici e uomini d’affari. Inglesi, Croati, Irlandesi, Spagnoli. Tutti intorno ai 100 tavoli di panno verde che Ruben aveva allestito al Club Britannico.

Il gioco sarebbe cominciato alle 16,30, al calar del sole, e sarebbe  terminato solo alle 9,30 della mattina seguente. L’ora dell’alba.

“Ruben non volle che lo seguissi quella notte. Io lo avevo sconsigliato, stavamo bene e non volevo che ci giocassimo il futuro in quel modo. Passai tutta la notte in piedi, alla finestra, con Miguel che dormiva sul divano al mio fianco. Alle 5 del pomeriggio seguente non era ancora tornato. Pensavo al peggio. Poi invece lo vedo arrivare, sulla sua Ford falcon celeste. Scende, cammina a passo spedito verso casa. Cercavo di interpretare il suo volto senza espressione che si illuminava di arancio sotto ogni lampione della strada. Non sapevo cosa pensare. Entra, e si chiude la porta alle spalle. Mi abbraccia e mi dice che avevamo incassato 32 milioni di pesos. Una fortuna.

Siamo ricchi, pensai. La fine di qualsiasi problema. La vita nuova che ci aveva promesso, era arrivata. Lo abbracciai, baciai, felice come nel risveglio da un incubo. Ma durò solo un istante. Fino a quando Ruben mi disse che quei soldi non li avremmo tenuti noi. Li avremmo dati a un giovane. Nestor Kirchner si chiama. Mi sembrava la cosa più assurda che avessi mai sentito. Potevamo dimenticarci del passato, della vita di notte, dei debiti. E invece avremmo regalato il nostro futuro a uno sconosciuto. Dovetti aggrapparmi con tutto l’amore che provavo per Ruben alla fiducia che non gli avevo mai fatto mancare.

E comunque, anche questa volta, non potevo scegliere.”

Nestor aveva 34 anni, era di Rio Gallego e si era sposato pochi anni prima con Cristina, una sua compagna di studi. Entrambi avevano un passato di impegno politico, carcere e lotta rivoluzionaria. Peronisti.

Ruben aveva sentito parlare di Nestor da molti amici importanti. Glielo avevano presentato quella notte, tra i tavoli da gioco, in un aria spessa di fumo di sigarette e secco odore di whisky. Nestor aveva un progetto politico ambizioso e aveva le carte per realizzarlo. Ma per percorrere la sua scalata aveva bisogno di appoggi. Di soldi.

In quella notte australe, mentre tutti si giocavano tutto, mentre il Paese si giocava le ultime vite del suo misero esercito sulle isole Malvinas, Ruben decise di credere a quell’uomo. Gli promise l’incasso della serata, a patto che quel Nestor gli avesse dato la gestione dei casinò della Provincia, e magari del Paese, appena avesse potuto farlo.

Su quella parola spesa, Nestor ricevette l’incasso della serata per finanziare la sua carriera politica.

Anche se la ricchezza di Susana non durò neppure il tempo di un sogno, la gloria di quella storica notte consacrò lei e il suo uomo per lungo tempo. In tutta la città “la Señora e Cabeza de Ajo” erano salutati e accolti come illustri ospiti. Susana passeggiava per le vie del centro a braccetto di Ruben con una gioia che non aveva mai provato prima. La sua vita era piena di fortune, pensava.

“Il mondo mi crollò addosso la notte del 29 novembre 1982, quando Ruben fu assassinato sulla porta di una bisca.

Stava giocando a dadi con una coppia di inglesi. Si accorse che i dadi erano truccati, col piombo. Lasciò il tavolo insultandoli. I due lo inseguirono fino in strada, gli spararono, lo pugnalarono e nessuno li vide più. Ruben morì dissanguato in un angolo buio di strada.”

Cabeza de Ajo non ebbe il tempo di vedere che non si era sbagliato scommettendo sui giovani Kirchner. Nestor di li a poco divenne prima intendente della città, poi governatore della provincia fino ad essere eletto nel 2003 Presidente della Nazione. E ad accompagnarlo ci fu sempre la moglie Cristina, che lo successe alla Presidenza del Paese dal 2007 sino ad oggi.

“Mi ritrovai sola, in cinta e presto scoprii anche di dover pagare un sacco di debiti di gioco che Ruben aveva lasciato. Dovevo ricominciare a lavorare. Ma conoscevo solo un mestiere, e da quello ricominciai.” Dice Susana con la fierezza di chi ha passato ogni cosa.

Susana vendette l’unico fazzoletto di terra che le rimaneva e comprò una casita in quel quartiere di bordelli vicino al porto. La chiamò Venus. Si procurò alcune ragazze appena arrivate in città che in cambio di vitto, alloggio e una buona percentuale sulle prestazioni, soddisfacevano i clienti.

Susana conosceva così bene il mestiere e quella vita, che fu da subito considerata da tutte la miglior dueña. Anche qui cominciarono a chiamarla come in città, la Señora. Aveva per tutte una parola di conforto e nello stesso tempo il carattere fermo per guidare le ragazze o intimorire gli avventori troppo molesti. Susana ha servito bicchieri di ginebra dietro il bancone del Venus per infinite notti, mentre il piccolo Miguel dormiva in compagnia di una anziana donna di fiducia. All’alba tornava a casa, e faceva finta di essersi appena svegliata. Accompagnava Miguel all’asilo, e poi a scuola. Quella doppia vita sarebbe rimasta un mistero, almeno nella formalità delle conversazioni tra una madre e un figlio.

“Piangevo, eccome. Ma lo facevo di nascosto, perché la Señora non aveva bisogno di nessuno. Non ero felice.”

Nelle quattro stanze del Venus sono arrivate a starci più di venti ragazze nei periodi più caldi di lavoro. Di li sono passate minorenni, o ragazze in cinta. Ma loro non le ha mai fatte prostituire. Le metteva con la pancia sotto il bancone del bar a servire da bere.

Al massimo qualche ballo se il juke box cantava la musica adatta.

“Insegnavo alle ragazze tutti i trucchi del mestiere. Prima si paga e poi si va in camera. Se quando la ragazza mi porta i soldi, bussa sul bancone, io sapevo che dovevo mandare a chiamarla prima che passasse il tempo pagato.

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Chi voleva avere a che fare con me doveva stare alle mie regole. E tutti mi rispettavano. Una notte due stranieri ubriachi hanno avuto da ridire perché pretendevano una ragazza che io non volevo dargli. Li ho sbattuti fuori. Loro hanno tirato fuori un coltello. Allora dalle altre casitas sono uscite tutte le ragazze e hanno iniziato a tirargli dei sassi. Sono scappati e non si sono più fatti vivi. Mi volevano bene le ragazze, e se qualcuna aveva un problema anche con altre padrone, veniva da me e io le aiutavo. Erano tutte povere disgraziate che per inseguire l’amore erano finite per venderlo. Venivano quasi tutte dal nord, dalle province povere, dalle periferie. Alcune portavano le sorelle, altre studentesse che venivano a farsi una stagione per pagarsi gli studi. Madri sole che lasciavano i figli ai nonni e mandavano soldi alla famiglia ogni settimana. Ragazze finite nei guai che dovevano scappare dal mondo. Tutte venivano a rifugiarsi qua al sud, dove il mondo finisce. Di tutto è passato, e di questo tutto sono stata sempre la Señora, la loro amica. Fino a qualche mese fa, quando Miguel ha trovato lavoro all’ufficio del Ministero della Salute. Il primo giorno che è tornato a casa mi ha detto: “ mamma, in ufficio tutti sanno che lavoro fai…” Non l’ho lasciato finire la frase e gli ho detto che ci avevo già pensato e che giusto quel giorno avevo venduto la casita. E così feci. Il pomeriggio stesso vendetti Venus agli attuali proprietari.”

Susana si mise così a cercare un nuovo lavoro che potesse mantenere i pochi piaceri che le giornate della desolata Rio Gallego potessero dargli. Il fumo, un bicchierino ogni tanto, e il bingo tutte le sere che il portafogli glielo permettesse.

Ironia della sorte, Susana ha trovato lavoro nella cucina del Vescovado. La diocesi di Rio Gallego è una delle più importanti di Patagonia e capita spesso che ci siano ospiti di passaggio. Preti di lontane parrocchie o visite pastorali. Durante il suo primo giorno di lavoro, insieme alla perpetua della cattedrale, avevano preparato un pranzo per la visita del parroco di Rio Grande. Ormai al termine, tocca a Susanna servire il dolce. Dispone i flan di riso in un vassoio e si prepara alla sua prima uscita nella mensa cardinalizia. Ma non appena si affaccia nella sala da pranzo le si gela il sangue. L’ospite di riguardo della giornata, il prete di Rio Grande, lei lo conosceva fin troppo bene. Era stato più volte suo cliente a Venus.

“Che vergogna” dice Susana ridendo sguaiatamente, tenendo una mano davanti alla bocca, quasi per pudore.

“mentre servivo il budino di riso a testa bassa cercando di non farmi riconoscere, avevo in mente le immagini di lui nelle notti di bagordi, e tutti i vizi che più gli piacevano”. E raccontando ciò, Susana con una gesto mima le prestazioni più gradite dal bizzarro cliente.

“Non mi vergogno di nulla” riprende Susana, ora con fare serio. “Ho vissuto meglio che potevo la vita che mi è stata data. Se potessi tornare indietro non rifarei molte cose, ma l’amore, l’inesperienza, l’incoscienza si pagano. E io credo di aver saldato con onore tutti i debiti. Miei e di Ruben. Oggi sono nonna, ho un nipotino di 4 anni, figlio di Miguel. Si chiama Ruben, come il nonno. E’ la gioia della mia vita. Mi fa sorridere quando viene in camera mia. Sul comodino ho una scatola scura e lucida, sulla quale c’è scritto Ruben “Cabeza de Ajo”. Sono le sue ceneri, ma il piccolo non lo può capire e tutte le volte vuole aprirla perché pensa sia un regalo per lui”.

 

*Chele: in Lunfardo significa latte infelice.

Desaparecidos

“mi sa dire come lo hanno assassinato?”
“asfissiato, con una busta di plastica”. Dopo quelle parole solo il silenzio, senza fine come la morte.

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Quando il poeta Javier Sicilia riceve questa telefonata nel cuore della notte, si trova nelle Filippine per ricevere un premio. Mentre nel suo Messico il figlio Juanelo, 24 anni, viene sequestrato e ucciso brutalmente insieme ad altri sei ragazzi. Vittima innocente di una guerra che negli ultimi anni ha seppellito 160.000 morti, che ha costretto a migrare 250.000 persone e che cerca almeno 40.000 desaparecidos.

Affogato in un vuoto indescrivibile, sul volo che lo riporta in Messico, Sicilia compone un poema per il figlio, che termina con la parola silenzio. Poi mette un punto, e giura che non scriverà mai più, “perché di fronte a simili barbarie e alle menzogne di chi le copre, l’uomo non merita più la parola; il silenzio è molto più dignitoso”. Il giorno stesso del funerale, Sicilia annuncia che avrebbe marciato fino alla capitale, per vedere in faccia il Presidente della Repubblica Felipe Calderon. Lui è responsabile di tutte quelle morti, e lui deve una risposta al Paese intero.

Portando alta la bandiera della nazione, partono a piedi dalla città di Cuernavaca poche decine di amici, ma a mano a mano che il corteo si avvicina alla capitale, altri si uniscono a loro. All’arrivo nella piazza del Zocalo, ai piedi del Palazzo Presidenziale, si contano almeno duecentomila persone. Sono le famiglie dei desaparecidos che quel 5 maggio 2011 hanno vinto la paura.

“Signor Presidente, le chiedo un minuto di silenzio per i suoi morti” sono le prime parole che Javier Sicilia dice a Felipe Calderon. Poi si toglie il crocefisso che porta al collo fin da bambino, e glielo porge insieme a una lettera. Non è la lettera di un padre, ma quella di tutti i padri della nazione che cercano nella disperazione i propri figli.

Parole durissime, che accusano con la più profonda indignazione il governo e la classe politica di corruzione, violenza, crudeltà, crimini verso l’umanità. E che conclude con una frase che diventa il grido di tutte le vittime: “estamos hasta la madre”. “Non ne possiamo più”.

In tutto il paese iniziano a sorgere movimenti spontanei di protesta. I parenti dei desaparecidos si incontrarono per la prima volta riconoscendosi, condividendo il proprio dolore e scoprendo di non essere più soli.

“Quando ti fanno sparire un figlio hai già fatto i conti con il peggio. Non hai più paura di nulla. Se ti ammazzano bene, se non ti ammazzano meglio” dice Sicilia col suo fare stanco e gentile. Ha gli occhi di chi non ha più lacrime da piangere ma non si arrende alla vita. Porta al polso l’orologio del figlio, perché “mi sono rimaste solo le cose che lui ha toccato” e per ricordarsi ogni giorno che il tempo non si è fermato.

“Impossibile immaginare il domani” dice scandendo bene le parole Celia Salinas. Le hanno portato via la figlia Jessica una sera di sei mesi fa. Aveva 28 anni ed era incinta di 39 settimane. “Maximiliano, si sarebbe chiamato il bambino”. Mi mostra la foto, orgogliosa, della figlia che si accarezza il pancione. Poi mi porta al piano superiore della casa per mostrarmi quella che sarebbe stata la stanza del nipotino. Colorata e con i cassetti pieni di vestiti profumati e ben riposti. Prende in mano delle scarpine di raso celeste e dice sorridendo “quando torneranno queste non gli andranno già più”. Poi mi guarda e inizia piangere. “Non vedo l’ora che la mia altra figlia si sposi. Così almeno potrò morire”.

Non c’è destino peggiore del non aver destino. Questa è la condizione delle migliaia di persone in Messico a cui hanno fatto scomparire con la forza un familiare. Non c’è pace e non c’è lutto per loro, perché non hanno neppure un pezzo di corpo sul quale piangere. E’ come se all’improvviso se li fosse mangiati la terra. Resta il ricordo e il dolore indescrivibile di queste madri. Il loro sguardo che insegue ogni persona, ogni cosa, alla ricerca del proprio figlio. Ognuno fa come può, aggrappandosi ciecamente alla speranza, per sopravvivere.

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Melchor Flores da ormai tre anni continua a servire la colazione, il pranzo e la cena al figlio Hernandez. Come se ancora fosse seduto li con loro, a quella tavola nella quale ha mangiato ogni giorno per 25 anni.

Maria Nuñez gira per i quartieri della città di Torreon, terra del feroce gruppo narcos Los Zetas, gridando il nome del marito Alfredo “cosi se lo tengono nascosto in qualche casa, almeno sa che non ho smesso di cercarlo”.

“Io so che sono viva perché so che respiro” dice Iris Rivera che gira il Paese intero con la foto del figlio Jose, scomparso il giorno del suo ventunesimo compleanno. Domanda in ogni strada e dorme nelle parrocchie che incontra sul suo cammino. Non si da pace, e a nulla serve ricordarle che forse vale la pena vivere per i vivi e per le sue altre due figlie che ha lasciato.

German Jaime ad una riunione di familiari di desaparecidos, d’improvviso si scopre a ridere per la prima volta dopo due anni dalla scomparsa del figlio. Con un gesto secco si porta la mano a coprirsi la bocca come vergognandosi, perde lo sguardo nel vuoto e scoppia a piangere. “Come si fa a ridere se non sai più niente di tuo figlio?”

“Se è morto sarà stanco” dice Araceli Rodriguez, madre di un giovane poliziotto scomparso, “perché non ha un posto dove riposare”. “E se non è morto avrà fame? Freddo? Sete? Lo staranno torturando?”.

Ogni giorno queste famiglie si fanno mille domande, e finiscono sempre nella stessa risposta. Il vuoto.

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Si calcola che per ogni caso di scomparsa denunciato, ce ne siano 25 taciuti. Per paura di finire come Marisela Ortiz o le altre decine di madri assassinate per aver cercato i responsabili del loro dolore.  E’ un suggerimento che tra una minaccia e l’altra arriva spesso a queste madri: “non cercare i colpevoli, limitati a cercare tuo figlio”. Perché cercare i colpevoli qui significa non soltanto scontrarsi con gli interessi dei narcos ma significa soprattutto muoversi nella fitta rete che li lega alle istituzioni, alla polizia, all’esercito. In Messico tanto i narcos quanto la polizia adottano la tortura come metodo di dissuasione, entrambi hanno “carceri” clandestine, usano le armi e la paura, rinchiudono i loro prigionieri con un cappuccio in testa in case che chiamano “di sicurezza”. I narcos e la polizia vivono entrambi dello stesso malaffare.

Sei anni fa il governo di Felipe Calderon, dichiarando guerra al narcotraffico, colpì i vertici dei cartelli della droga. Non aveva in mente alcuna strategia che non fosse quella della propaganda. Il risultato fu che i cartelli di narcos, formatisi nelle migliori accademie militari e armati come un vero esercito, si moltiplicarono come teste dell’Idra avvicinandosi a qualsiasi cosa portasse profitto. Prostituzione, sicariato, estorsione, vendita di organi e di esseri umani. Tutto questo però non può accadere senza la collusione delle istituzioni. Corrotte in modo sfacciato e spaventoso anche sotto il governo del nuovo presidente Enrique Peña Nieto.

“Il vostro potere oggi serve solo per amministrare disgrazia” scrive Javier Sicilia nella sua lettera al Presidente. “il popolo messicano ha perso fiducia in voi, nella polizia, nell’esercito. Non ne possiamo più della vostra violenza, perdita di onore, crudeltà. Ci chiedete che la morte impunita dei nostri figli diventi solo un dato statistico al quale ci dobbiamo abituare”

E’ proprio nelle mani della polizia che spesso spariscono le persone, i documenti, le vite. Perfino negli uffici del governo è scomparso un ragazzo di appena 17 anni. Mariano era stato sequestrato, la polizia lo aveva ritrovato, legato e picchiato, in un furgone. Lo consegna agli uffici locali del governo perché venga interrogato e riconsegnato ai familiari. Da qui Mariano chiama la madre. Il tempo di andare a prenderlo, mezz’ora, e già qualcuno se lo era portato via per sempre. “Sarà scappato con qualche bella ragazza” le è stato detto.

“Menzogne, come quando hanno assassinato con gli elettrodi il ventenne Jethro Lopez. Hanno sostenuto che il ragazzo si era sentito male durante l’interrogatorio e loro hanno tentato di rianimarlo. Con due cavi elettrici. Perfino il medico della polizia si rifiutò di firmare il certificato di morte” raccontano Jose Martinez e Juliana Quintanilla, sindacalisti della vecchia guardia e difensori dei diritti umani. Nel loro piccolo ufficio nella periferia di Morelos raccolgono ogni giorno nuove testimonianze di desaparecidos. Riempiono migliaia di fogli, incrociano informazioni, cercano di aiutare i parenti delle vittime in una delle città più violente del Messico. “Tutto questo un giorno arriverà davanti alla Corte Penale Internazionale” dicono senza celare la loro rabbia.

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La cosa più assurda di tutta questa storia è che dietro i numeri di morte terrificanti che ridisegnano ogni giorno i confini del Messico, non c’è alcuna strategia, ragione politica, manovra militare. Non ci sono i campi sotterranei dove i narcos costringono ai lavori forzati i desaparecidos, come vorrebbero i familiari delle vittime. Ci sono invece le fosse comuni, come quelle di Guerrero e Sinaloa, con i loro 24 mila corpi ammassati dentro. Non ci sono luoghi di indottrinamento dove i narcos convincono i desaparecidos a unirsi a loro, come pensa Antonio Mena, padre della bella Rocio . Ma ci sono i pozzi di acido dove vengono sciolti i corpi dopo averli privati degli organi. Non c’è neppure lo Stato fondato sui diritti dell’uomo, come recita il primo articolo della costituzione Messicana, ma c’è uno stato criminale che non può spiegare come mai manchino decine di migliaia di suoi figli, giovani e innocenti.

Il Messico sta crescendo una generazione nella paura e nel sangue. Ma forse, nei suoi conti d’oro, non ha considerato l’amore di queste madri e questi padri. Che, abbracciandosi oggi per la prima volta in spoglie stanze di periferia, piangono e lottano insieme per ottenere pace e giustizia e ridare dignità a questo Messico . “Questa è forse la vera poesia” dice Javier Sicilia, con un sospiro di rassegnazione, abbassando lo sguardo.

 

NEXTONOTHING

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1 – Aspettare è irritante. Ma le aree di transito degli aeroporti hanno un non so che di rassicurante: la gente che le popola si muove annoiata, si cerca di far passare il tempo in un tutto che si sposta lentamente. In questo purgatorio la mia tazza di caffè americano e il mio sandwich imbottito sembrano interminabili. L’ambiente che mi circonda è piacevole. È terribilmente familiare nel suo essere un non-luogo. La quiete interiore del sentirmi in transito è scossa dalla musica della radio del bar – finora inosservata – sintonizzata su una stazione locale. La musica country è così fuori luogo, qui. Suona la stessa canzone che suonava quella notte a casa dei genitori di Kim.

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Sono passati mesi da quella notte, nascosta nella memoria. Ancora una volta ubriachi marci, danzavano sulle note di quella musica di benjos e chitarre, dopo anni di indifferenza, violenza, miseria: il ritorno di Kimberly a casa, i suoi occhi lucidi e i nostri baci, la gioia di suo padre che la assicurava a me, Kimberly, per strapparla da quei luoghi lontani e dall’uomo che la picchiava. Piangevamo tutti in quella cucina, a lavar via gli anni di dolore e gli errori passati.

Fuori intanto è l’ora dell’alba, il vento spazza la strada di sabbia. La musica della vecchia radio accompagna il rumore della terra che cammina, il mare che naviga, il cielo che vola.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”il rumore della terra che cammina, il mare che naviga, il cielo che vola” revealfx=”off”]

Quella notte Kimberly sembrava aver accarezzato una gioia vera, ubriaca e dolorosa come un nervo scoperto. La follia del sogno, del matrimonio, della felicità non poteva sopravvivere all’intimità della notte: il giorno portò via tutto tra gli insulti; portò via per sempre lei e me dal mondo. Quella canzone ora suonava per altri ubriachi e per altri distratti.

2 – Un piccolo bimotore della Calm Air porta da Winnipeg a Churchill. Appena una trentina di posti mezzi pieni. Il volo CP2597 dura tre ore. Era agosto e le avevo promesso che sarei tornato presto: sono passati 7 anni.
Nella banalità vuota delle sue giornate il volo delle 18 porta me.
Ero stato un tempo molto atteso. Oggi sono forse dimenticato, comunque di troppo. Dovevo arrivare, pur aspettandomi una delusione. “Devo aver sbagliato volo” – penso – “non c’è neppure un eschimese”.

3 – La pianura raggiunge l’orizzonte freddo e secco sul cielo. Il vento gelido accarezza la terra, gonfia i cappucci e le giacche di chi è in attesa all’arrivo sulla pista, auto accese e il riscaldamento al massimo. Nessuno mi aspetta, nessuno sa che sono sul volo delle 18. Recupero il bagaglio e mi fermo nel piazzale dell’aeroporto. Ora è vuoto. Voglio restare qui – appoggiato alle enormi gabbie che servono per gli orsi polari – a guardare il vento, a sentire la luce lunare che invade gli occhi e riporta in superficie gioie e timori sepolti chissà dove. Deve essere passato molto tempo prima che io abbia chiamato l’albergo del paese per comunicargli che un ospite inaspettato era all’aeroporto.

4 – Questi posti sono fatti di luce e di nulla. Per questo somigliano al paradiso.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”Questi posti sono fatti di luce e di nulla. Per questo somigliano al paradiso” revealfx=”off”]

5 – Kimberly fa l’infermiera, adesso. Ho provato a entrare dalla porta che mette in comunicazione il City Centre con l’ospedale. È chiusa. Ho girato a lungo, in tondo, per tornare alla panchina dove 7 anni fa l’avevo incontrata per la prima volta. Un mare vischioso di emozioni miste a un’irrefrenabile gioia curiosa. La potenza del vuoto intorno a me, miglia e miglia di semplice e insostituibile nulla mi fanno girare la testa. Sono in preda all’euforia. Ho camminato rapidamente intorno al centro fino all’ingresso esterno dell’ospedale. Sono quattro o cinque, col loro camice bordeaux a maniche corte, fumano e chiacchierano mentre mi avvicino alle loro spalle. Come un pendolo in stallo, riconosco gli occhiali tondi, i capelli mossi, il fisico esile della Kimberly che avevo lasciato tanti anni fa. Si volta – come chiamata dal grido di una farfalla – “Eccomi”. Mi sento annegare in un fiume di ricordi, emozioni, sentimenti, imbarazzi: la lingua è paralizzata. Mi chiede cosa diavolo ci faccia qui. Spegne la sua sigaretta, con naturalezza; io ne accendo un’altra.

6 – I fotografi sono samurai che inseguono la luce. La luce ieri portava in cielo. Verde, un po’ acida, come un tornado, alta attraversava il cielo – mai troppo nero. Il rumore di un clacson richiama la mia attenzione: Kim guida un pick-up con Scott accanto, il suo uomo. Si fermano, sono già ubriachi e mi invitano per la mia prima birra. Vado via con loro: comprano del fumo e andiamo a casa.
La casa dell’autista del tundra-buggy – chissà mai che fine ha fatto – ha lo stesso odore di sette anni fa, quando mi avevano ospitato qui. Ora tocca al vino – tanto vino – fino alla mattina dopo. Schott è uscito da poco di galera, ha già una famiglia a Winnipeg e tratta Kimberly con disprezzo. Come può Kim vivere con quell’uomo che incarna tutto quello che ha sempre disprezzato? Come può ridere di Fred Flintstone e Burney Rubble in questo orribile fumetto porno? Maschera malamente l’ imbarazzo di mostrarmi la sua vita senza più alcuna dignità; le menzogne raccontate a se stessi e agli altri traspaiono nella violenza dei gesti.

7 – Mangio due uova al giorno e bevo una decina di birre. Kim dice che tolgono la fame e aiutano a dimenticare.

8 – “Non ti ho mai dimenticato. Non ho mai passato un solo giorno di questi anni senza amarti. Ogni giorno che passava mi ripetevo che non saresti più tornato”.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”Non ti ho mai dimenticato. Non ho mai passato un solo giorno di questi anni senza amarti. Ogni giorno che passava mi ripetevo che non saresti più tornato” revealfx=”off”]

9 – Sento gli occhi bruciare e gli zigomi che si allontanano. Non posso dimenticare le ventiquattro ore trascorse: l’inutile appuntamento per la pesca, le parole scambiate a piccoli passi, la spasmodica ricerca di Kim, la mattina alla marina, il tuffo nelle acque gelate e nere come la pece della Baia, il freddo e il calore nel cuore, l’hotel Seaport, la birra a fiumi tra pool e slot-machine fino all’ultimo giro prima della chiusura. Confessioni e lacrime delle violenze subite dal suo uomo, consegnate all’eternità di quella gelida notte boreale.
Freddo: lei nel mio letto, noi due ubriachi in un abbraccio senza tempo. E poi l’incontro di Jennifer e Vincent, il giovane spagnolo, gli amanti della stessa notte deserta. Di nuovo in hotel, a far l’amore fino alla mattina con la tv accesa sul canale delle previsioni del tempo locale, per suo vezzo — fuori il vento a 167 km/h.

Sono le 5: dopo una notte di gesti e di carezze irrompono le parole. “Torno a casa”. Sono le 5. Ventiquattro ore prima mi hanno svegliato per andare a pesca con George, lui non è mai passato a prendermi. Io ho sempre odiato la pesca. C’è un baratro tra la notte e il giorno. È iniziato un giorno che non è mai esistito. Rimangono una macchina fotografica bagnata e i miei occhi umidi.

10 – Grondante sangue, spugna di rancori e odori ammuffiti dal tempo. Le notti del nord continuano a girare alte nel cielo, verdi tra le stelle.

11 – Scott l’ha picchiata di nuovo. I lividi sul suo corpo, la fuga e l’assordante silenzio che avvolge questo posto mi fanno girare la testa. Il vuoto deforma la percezione della realtà, delle distanze, delle dimensioni, delle azioni. Il comportamento insicuro di Kim mi confonde. Trovo mille scuse che la giustifichino, ma non ha più alcun senso che io resti qui. Tra due mesi avrà il suo passaporto. Ci rincontreremo lontano da questo inferno. Davvero.

12 – Passando sopra Toronto vedi solo l’ordine rasato della maglia urbana. Con le luci giallo-arancio disposte in linee rette che si intersecano a formare una graticola rovente. L’ordine ritrova il caos all’improvviso. La città sembra aver subito un incidente proprio nel suo centro, le lamiere si sono contorte sputando fuori il cuore. La quiete di Montreal: nei suoi cieli mi accoglie la luna che mi corre affianco riflessa sul fiume, come una magica beluga che emerge e si rituffa nelle acque nere della notte; apre la strada, poi scompare per riemergere a poppa, come un cargo in un oceano in tempesta.

13 – “Il sogno è quel pensiero che non si è avuto nel momento in cui era necessario”

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”Kim ha deciso che la sua fuga sarebbe stata lì dove vola l’oceano fatto vapore” revealfx=”off”]

14 – Kim ha deciso che la sua fuga sarebbe stata lì dove vola l’oceano fatto vapore dalle mille rocce tonde che tutte insieme gridano e ridono trasportate dalla risacca delle onde cavalcanti il mare.
Vuelo 1641 con destino Ushuaia, por favor presentarse a la puerta de embarque numero 4.

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Senza identità

Era salita e scesa per le scale del palazzo una ventina di volte. Nervosa, prima di suonare il campanello di quello studio dentistico nel cuore di Prati, a Roma. Barbara si era vestita elegante, truccata come per il giorno più bello. Sicuramente fuori luogo agli occhi delle altre persone, ma lei voleva colpirlo. Attese il suo turno per un tempo che le sembrò infinito. Seduta nella sala d’aspetto assieme a una manciata di altri pazienti, tra i giornali strappati dall’uso svogliato dell’attesa. Poi, finalmente, il dottor Michele Tripodi la accolse. Si presentò porgendole la mano e lei, ricambiando il gesto gli disse: “vorrei parlarle in privato prima della visita”. Il dottore la accompagnò nel suo studio. Seduto alla scrivania, osservava divertito quella bella ragazza che continuava a camminare da un lato all’altro della stanza, sguardo rivolto in basso. Barbara si fermò, e guardando negli occhi il dottore, fu per lei come vedersi allo specchio. “Forse non le interesserà, ma io sono sua figlia” disse, con gli occhi prima delle lacrime. “Prego, si accomodi” rispose lui, indicandole la poltrona.

Barbara è nata a Pesaro, concepita per errore il giorno in cui Michele diceva addio per sempre ad Anna. Si erano conosciuti sulle note di Ziggy Stardust durante una festa, una sera che Anna era scappata dalla finestra del collegio nel quale viveva. Da quella notte Michele, un giovane studente calabrese, divenne per lei il mondo intero. La loro fu una storia di pochi mesi, di quelle che si consumano da giovani, belli e onnipotenti, sotto i cieli umidi di stelle cadenti. Quel loro incontro si perderebbe negli angoli della memoria, se nel ventre di Anna non fosse rimasta la vita.

Barbara non ricorda nulla della sua infanzia, se non il sogno ricorrente di alte gambe di uomini, che affollavano il suo buio di bambina, senza mai mostrarsi in volto. Quando lei era ancora piccola, sua madre trovò un marito vero e Barbara, che non ricordava altro uomo all’infuori di lui, lo chiamò papà. Forse per questo Giuseppe Piperno, cosi si chiamava quell’uomo, decise di riconoscere la bambina come figlia naturale. Da quel giorno fu per tutti Barbara Piperno. Scomparvero i brutti sogni e la vita sembrava felice. Fino all’arrivo di un fratellino. Con lui, la storia d’amore tra i genitori iniziò a lacerarsi. Anna era sempre più distratta, assente. Tra litigi e silenzi. Troppe volte Barbara la chiamava, mamma, e lei non rispondeva. Spesso il padre se ne andava con il suo vero figlio e lasciava la piccola Barbara lì, in piedi sull’uscio di casa a piangere, e a domandarsi perché papà non volesse anche lei. Poi un giorno quell’uomo non tornò più, e quel vuoto si popolò di nuovi incubi.

Barbara fu affidata alle cure dei nonni materni e di una tata. Ogni giorno passava dalle classi di scuola a quelle del conservatorio, dove studiava flauto. Si rifugiò nei libri e nella musica, per dimenticare pensieri e lacrime. Fino a che, una sera dei suoi tredici anni, rientrando a casa, trovò la tata ad aspettarla in cucina. Nel pallore della luce neon, le consegnò una piccola scatola di cartone, dai disegni geometrici. La fece scivolare sulla tovaglia di plastica a fiori, fino alle mani riluttanti di Barbara. “Non devi soffrire più” le disse. “Giuseppe Piperno non è il tuo vero padre. Qui dentro troverai la verità”.  “Guardavo dentro la scatola, senza cercare niente. C’era la foto di un ragazzo sui vent’anni, e quella di un bambino. Qualche lettera. Quelle cose erano per me imprendibili. Ero troppo piccola per capire”. Barbara ripose la scatola in un cassetto, e con essa tutte le sue domande. Era l’adolescenza, voleva solo fuggire.

Fu per caso che, un pomeriggio nell’estate dei suoi diciassette anni, tra i libri del nonno, ritrovò quella scatola. “Non so come fosse finita li, ma feci un respiro profondo e la riaprii”. Quelle lettere parlavano d’amore, tra sua madre e Michele, allora studente di medicina. In una di queste Barbara trovò un numero di telefono. “Passarono mesi e infinite insicurezze, prima di decidermi a chiamare. Ma avevo bisogno di capire”.

Doveva mettere ordine a quella sua vita fatta di mancanze, di sete d’amore, di caos. Barbara cercava se stessa e avrebbe dovuto fare tutto da se. Così prese il telefono e con mano tremante compose il numero: “Mi chiamo Elsa e sono una ex-compagna di medicina di Michele” mentì. All’altro capo, da un paesino della Calabria, la zia dell’uomo. “Non vive più qui, e ha lasciato medicina per studiare odontoiatria. Ha uno studio dentistico a Roma. Le do il numero, gli farà piacere ritrovare una compagna di studi”.

Quindi la telefonata allo studio Tripodi. Alla segretaria che le rispose disse che le faceva male un dente, e si fece dare un appuntamento col dottore. Ai nonni invece, disse che andava a Roma per il concorso dell’orchestra sinfonica della Rai.

Barbara trascorse tutto il pomeriggio nello studio del padre (che lei chiama solo Michele). Parlarono a lungo, anche se lui andava e veniva tra una visita e l’altra.  “E’ un gran affabulatore, vive per piacere agli altri, gode delle sue belle auto e delle sue molte donne. Si è sposato, ha vari figli, ma non mi ha mai presentato nessuno della sua nuova famiglia” racconta Barbara. “Si divertiva a portarmi in giro, ristoranti e hotel di lusso. Gli piaceva farmi spesso regali, e anche giocare sull’ambiguità dell’essere accompagnato da una bella e giovane donna”. Passarono gli anni, frequentandosi di tanto in tanto. Barbara che sperava di trovare in lui un briciolo di sentimento paterno. E Michele che, barcamenandosi in una vita fatta di bugie e promesse non mantenute, cercava di dimostrare affetto, a modo suo. Finché una sera, mentre Barbara scaldava il flauto prima di un concerto, le squillò il telefono. Era la voce di un uomo sconosciuto: “tuo padre è in ospedale. Meningite. E’ in coma”. Barbara si precipitò a Roma, ai piedi del letto di suo padre Michele; che anche se non è quello che lei avrebbe voluto, spera in fondo che un giorno la chiami figlia.

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Nell’anticamera dell’ospedale c’era molta gente ad attendere in silenzio. Troppa, da far girare la testa. Erano genitori, mogli, figli, amanti. Erano le tante vite di quell’uomo. Si svelavano le menzogne e i volti senza che si udisse neppure una parola.

“Fu imbarazzante. L’unica a salutarmi fu sua sorella”. Non si fermò molto in quella situazione Barbara. Non aveva più nulla da attendere, più nulla in cui sperare da quell’uomo che era suo padre. Tornò a Pesaro e cercò ancora una volta di dimenticarsi di tutto. Si impose di guardare avanti, solo al domani, ai suoi affetti, alla musica. Forse ce l’avrebbe fatta se una mattina i carabinieri , suonando alla sua porta, non l’avessero ributtata tra le tempeste del passato. “Lei è citata in tribunale, perché il signor Piperno non la riconosce più come sua figlia” diceva la lettera che le recapitavano. “Sosteneva di essere stato ingannato da mia madre, che gli avrebbe fatto credere che io fossi davvero sua figlia. Lui, che arrivò nella mia vita quando avevo già tre anni” racconta Barbara. Lei vinse il primo grado, ma lui ricorse in giudizio. E per quelle capriole della burocrazia e della vita, Barbara perse il ricorso: ora le veniva tolto anche il cognome. Si doveva chiamare Barbara Miscio le dissero, come la madre. Per lei tutto questo non aveva nessun significato, solo rabbia. Tra le tempeste del suo inconscio e dei cambiamenti, in quegli stessi giorni, si fece vivo Michele, il padre naturale, guarito dalla malattia. Chiamava da una spiaggia calabra, e con stridente gioia annunciava a Barbara che l’avrebbe riconosciuta come figlia. Arrivava con trent’anni di ritardo. Barbara accolse la paternità, ma rifiutò anche quel cognome.

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Oggi Barbara ha un’identità diversa in ogni documento, e nell’anima. Ogni mattina si domanda “chi sarò oggi?”. Non sa cosa vorrebbe essere. Vorrebbe solo riuscire a ignorare il passato. Quando si guarda allo specchio cerca nei suoi tratti scuri e decisi un dettaglio che le indichi la via. “Non ho radici ma per tutti sono Piperno. Vorrei che almeno gli altri continuassero a riconoscermi”. Per questo ha supplicato il prefetto della sua città di aiutarla a recuperare quel cognome. Affiggeranno un annuncio in Prefettura, nel quale si dichiara che d’ufficio diventerà Piperno. Dovranno passare trenta giorni e nessuna opposizione, e Barbara tornerà al punto di partenza di tutta questa storia. Ma questa volta prenderà il suo flauto, e cercherà la strada che la porti il più lontano possibile.

Si chiama Escobar

Buenos Aires, 13 agosto 1995

Erano giorni strani, un po’ depressi e piovosi. Avevo cenato in un self-service all’angolo con la 9 de Julio. Un posto economico, con i tavolini di formica rossa anni 70, le sedie sbeccate e piene di briciole. Il portatovaglioli senza tovaglioli e il barattolo del ketchup color rosa pallido. Poi, finita l’ultima empanada, avevo percorso la strada a ritroso fino al Ritz Hotel. Pochi isolati affondati nel buio della notte porteña. Come al solito, sul riflesso bagnato dell’insegna luminosa del mio hotel, il piccolo Juanito mi aspettava con un pacchetto di Derby Light in mano. Il suo sorriso fatto di pochi denti scuri mi domandava se domani sera sarei ancora stato lì. Feci cenno di si con la testa e lasciando cadere due monetine da 1 peso nella sua mano tesa, gli augurai una buona notte. Quell’incontro puntuale, tutte le sere, mi rassicurava.

Ritirai la chiave della mia camera dal grasso portiere notturno e salii le scale fino al primo piano. La mia camera era la 111, con l’ 1 centrale scollato e appoggiato al primo.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”La mia camera era la 111, con l’ 1 centrale scollato e appoggiato al primo.” revealfx=”off”]

Meccanicamente mi spogliai e mi infilai a letto. Fissai per un po’ il ventilatore coperto di polvere sul tavolino della mia stanza, poi mi misi a scrivere sul mio diario di quei giorni confusi e pieni di incontri. Stavo giusto scrivendo di quando mi avevano puntato addosso una pistola a Ciudad Oculta, che sento bussare. Non aspettavo nessuno e solitamente se arrivavano visite per me, il portiere mi avvisava gridando dal piano inferiore il numero della mia stanza. Riabbassai lo sguardo sul mio taccuino, sicuro che stessero bussando alla porta accanto. Ma un istante dopo, tre colpi scossero il silenzio con più insistenza e fecero traballare il piccolo asciugamano appeso al chiodo sul retro della porta della mia stanza. Scesi dal letto, mi infilai i pantaloni e andai a vedere chi mai potesse cercarmi a quell’ora.

Aprii la porta e mi trovai davanti una ragazza. Esitai un attimo prima di rivolgerle un saluto che doveva suonare pieno di contraddizioni e domande. “ Ciao, mi chiamo Gabriela e sto qui alla stanza 116… sono sola, ti va di venire un po’ da me? “.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”sono sola, ti va di venire un po’ da me?” revealfx=”off”]

Nell’istante in cui il mio viso diventò dello stesso colore della fòrmica anni 70, le mie gambe vennero trafitte da un fulmine nervoso e stanco che le fece vacillare. E’ il primo effetto che mi fanno tutte le ragazze belle. Le dissi che dovevo pensarci! Richiusi la porta anche un po’ scocciato di una simile sfacciata proposta. Ma pensare a cosa? Che risposta idiota! Mi tuffai sul letto divertito dalle sorprese del mondo, e pochi istanti dopo stavo bussando alla porta socchiusa della camera 116.

Sulla sinistra un letto a due piazze sul quale la ragazza stava distesa e al suo fianco un letto singolo. In entrambe i letti le coperte erano tese e profumate come se fossero appena stati rifatti. Con evidente imbrazzo salutai di nuovo la ragazza, richiusi la porta alle mie spalle sbirciando se qualcuno mi avesse visto entrare. Farfugliando qualcosa passai ai piedi del suo letto e andai a sedermi sulla punta dell’altro cercando di non sgualcire le coperte.  Nessuno di noi si scusò per l’intrusione nella vita altrui e dopo pochi attimi di silenzio, lei iniziò a raccontarsi.

Si chiamava Gabriela Maria Escobar, 21 anni, veniva da una cittadina del nord, vicino alle cascate dell’Iguazù e al confine Brasil-Paraguayano. Era a Buenos Aires da pochi giorni per venire a trovare il fratello più grande. Fino a quel giorno con lei c’era la sorella minore che però era tornata a casa per non assentarsi troppo da scuola e per non preoccupare la madre che non sapeva nulla di ciò che stava accadendo. Questo spiegava la presenza del letto sul quale ero seduto. Il fratello da 6 anni faceva il narcotrafficante e questa volta lo avevano beccato. Lo avevano portato al carcere di Mercedes, alla periferia di Buenos Aires. Era l’unico maschio rimasto in famiglia. Il padre era stato ucciso durante una sparatoria e il fratello maggiore era morto annegato dopo aver tratto in salvo lei e il fratello dal naufragio della barca di famiglia. La notizia dell’arresto del figlio sarebbe stata troppo dura perché la madre potesse sopportarla. Così le due figlie si sono fatte carico della situazione e l’avrebbero mantenuta segreta almeno fino a che non fosse stato certo il suo destino. La sua voce era fredda e sbatteva sulle pareti bianche della stanza, graffiate dalle ombre nere del calore dei termosifoni di ghisa. La sua lucidità nel raccontare questi fatti raccontava di una vita dura, la luce dei suoi occhi testimoniava forza e tenerezza. Ma io non ero cosi sicuro di volermi lasciar investire da un fiume di emozioni in piena. Neppure se provenivano da un’ affascinante sconosciuta distesa su un letto d’albergo nel cuore della notte.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”la luce degli occhi di Gabriela si trasformò in lacrime” revealfx=”off”]

Ma mentre pensavo a quelle cose, la luce degli occhi di Gabriela si trasformò in lacrime. I singhiozzi spezzarono le sue parole fino a renderle incomprensibili. Io che nel frattempo mi ero lentamente rilassato e accomodato sul mio spigolo di letto, sbalordito dai racconti della ragazza, fui riportato d’improvviso alla realtà. Mi guardai lì, seduto nella camera di una sconosciuta che stava piangendo un destino crudele. Le mie parole di circostanza sembravano non raggiungere neppure Gabriela che si era voltata e mi dava le spalle. Continuavo a chiedermi che cosa c’entrassi io in tutto ciò e che cosa mi trattenesse ancora lì. A braccia conserte e con un’espressione da finto compianto in volto, aspettavo il momento per salutare e tornarmene dritto a letto. Ma ancora una volta il comportamento di Gabriela mi sorprese. Rivolgendosi bruscamente a me, domanda: “ ti da fastidio se mi spoglio?”. Pensando di togliere entrambi dall’imbarazzo le proposi di lasciarla sola, ma Gabriela si stava già togliendo la maglia di lanina color ocra.  Posò i piedi a terra e alzandosi dal letto si tolse anche la canottiera.  Si diresse ai piedi del suo letto senza neppure rivolgermi lo sguardo e tolse il reggiseno. Quando si carezzò i seni mi domandai se io a quel punto dovessi fare qualcosa. Poi infilò una maglietta sgualcita col logo della birra Quilmes. Mi sorrise, si tolse i pantaloni e tornò verso di me. Immagino che il mio sguardo puntasse dritto alla fuga delle mattonelle di graniglia del pavimento, mentre nervoso attendevo che Gabriela mi saltasse addosso. Invece deviò e si infilò sotto le coperte del suo letto.

Tirai un sospiro. Non era nè sollievo, nè dispiacere nè ansia, solo un segnale che ero ancora vivo. Guardai l’orologio, le 3. Dissi che me ne sarei andato a letto e lei mi propose di dormire lì, nel letto della sorella. Non solo non sono mai stato brillante in  queste situazioni, ma questa volta qualcosa mi diceva che facevo bene a dubitare della circostanza. Quindi rifiutai. Mi informai però sui suoi programmi per il giorno seguente. Come al solito alle 6.30 avrebbe preso il bus diretto a Mercedes per andare a trovare il fratello. Ma prima avrebbe cambiato hotel. Esattamente dirimpetto al Ritz c’è un’altra pensione che costa un paio di dollari in meno. Mi propose di trasferirmi con lei. Le spiegai che non potevo perché il mio recapito di lavoro era qui, ma l’avrei accompagnata volentieri la mattina seguente e magari avremmo fatto colazione assieme. Mi avvicinai alla porta, le spensi la luce e mentre nel buio si smarriva il suo gracias, chiusi dolcemente la porta.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”le spensi la luce e mentre nel buio si smarriva il suo gracias, chiusi dolcemente la porta” revealfx=”off”]

Tre ore dopo suonava la sveglia.

Scivolai fuori dalle coperte cercando invano di non svegliarmi. Mi sciacquai la faccia e uscii. Incontrai Gabriela sulle scale, con un grande borsone celeste che non avevo visto nella sua camera. Eravamo in ritardo entrambi all’appuntamento e non c’era tempo per fare colazione. Le portai il bagaglio dall’altra parte della strada fino alla porta della Pension Tropical. Gabriela avrebbe lasciato i bagagli nel nuovo hotel e sarebbe scappata al Retiro per non perdere il bus. Ci demmo appuntamento al Tropical per le 12.30, quando sarebbe stata di ritorno da Mercedes e avremmo avuto tempo di chiacchierare un po’. Tornai in camera assaporando le ore di sonno che mi separavano dal mezzogiorno. Questa storia cominciava ad intrigarmi, Gabriela era certamente strana ma aveva un bel corpo. Mi riaddormentai sereno.

Con una puntualità tutta europea e un po’ fuori luogo, alle 12,30 pregavo l’anziano portiere della pensione Tropical di avvisare la señorita Gabriela Escobar della mia presenza.  Nonostante la pensione avesse pochissime stanze e ancor meno ospiti, il portiere non tradì alcun dubbio e non esitò a consultare più volte il registro degli ospiti. Alle sue spalle un gatto rosso si rotolava sul tavolino del telefono. “Non c’è nessuno con questo nome, ragazzo!” sentenziò il portiere. Impossibile. Gli feci notare che io stesso avevo accompagnato la ragazza la mattina stessa, verso le 6.15 circa. Cercai di descrivere Gabriela, alta, capelli scuri lisci e lunghi, formosa, con una giacca verde e dei jeans blu appena un po’ consumati sotto le ginocchia. Con un sorriso paterno mi disse che lui era sempre stato su quello sgabello e questa mattina non era arrivato nessun nuovo cliente, tantomeno una bella ragazza. Ma certo, Gabriela accortasi del tremendo ritardo ha portato il bagaglio con sè a Mercedes e si registrerà in hotel al suo ritorno. Mi sembrava una giustificazione plausibile, anche se quando l’ho salutata era già con un piede dentro l’hotel. Come mai l’anziano portiere non si era accorto di lei? Comunque sollevato per aver risolto in maniera logica il mistero, mi congedai dal portiere avvisandolo che sarei tornato più tardi e pregandolo di avvisare la ragazza al suo arrivo che poteva trovarmi al Ritz.

Passai il pomeriggio riordinando gli appunti, le idee e fumando. Il canale televisivo Cronica mostrava le immagini dell’ennesimo omicidio nella periferia bonarense. Le telecamere indugiavano sul rivolo di sangue di un corpo riverso sull’asfalto mentre il cronista farneticava fantasie spacciate per verità sulla dinamica dell’assassinio.  Un uomo gridava mentre la mano di un passante copriva l’obiettivo della telecamera. Poi le previsioni del tempo. Sole su tutto il Paese. E nuove immagini di sangue, questa volta da un incidente stradale sulla General Paz. E’ un canale televisivo grottesco, il mio preferito. Questa realtà schizofrenica mi portò alle 18. Non era arrivata nessuna telefonata per me così decisi di andare a trovare Gabriela. Aprii la finestra nella speranza che il fumo dolciastro delle Derby se ne andasse. Fuori aveva ricominciato a piovere. Attraversai la strada balzando tra una pozzanghera e l’altra. Mi strofinai la testa come per asciugarne i capelli, spinsi con forza la porta di vetro nero della pensione Tropical. L’anziano concierge non si era mosso di un centimetro da quando me ne ero andato; sempre sul suo sgabello, sempre col gatto alle sue spalle. Lo salutai e chiesi di Gabriela Maria Escobar.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”Cominciavo a sentirmi un idiota e la cosa iniziava a indispettirmi un po’.” revealfx=”off”]

Abbassando lo sguardo sul registro e scuotendo il capo dopo un istante mi ripetè che non c’era nessuno con quel nome. La mia delusione era evidente. Tornai ancora una volta sui miei passi, ringraziandolo e dicendogli che magari sarei tornato l’indomani, nel frattempo se fosse arrivata… Cominciavo a sentirmi un idiota e la cosa iniziava a indispettirmi un po’. Io stesso l’avevo accompagnata quella mattina. E che bisogno c’era di darmi un appuntamento se voleva andarsene? Mi venne un dubbio. Mi affrettai a domandare al portiere del mio hotel quale fosse il nome reale della ragazza che alloggiava nella 116. Forse mi aveva dato un nome inventato!

Non fu facile estorcere la scheda di registrazione della ragazza ma il giovane ciccione alla fine fu comprensivo e mi aiutò. Gabriela Maria Escobar, 21 anni, passaporto paraguayano e residente a Puerto Rico, Misiones – Argentina. Non aveva inventato nulla. Vedere i suoi dati scritti nero su bianco mi scosse un pò. Come se tutto ciò che era accaduto diventasse più pesante e drammaticamente reale. Ripensai alla notte passata, ai suoi racconti e mi assalì un senso di colpa per la goffaggine con la quale mi ero comportato e che certo non l’aveva confortata. Ma cosa voleva da me, sesso? O solo sfogarsi? O forse entrambi… ma perché proprio io?

Vagabondai fino a tardi per le strade della città tra il Congresso e la Casa Rosada, mangiando un carlito jamon y queso. Mi infilai al Tortoni a bere un tea di boldo e ascoltare un po’ di tango. Attesi Juanito sulla porta del mio hotel, indossava delle scarpe da ginnastica bianche. Gli domandai dove le avesse trovate e mi accesi una sigaretta. Invidiavo la sua serenità sbruffona e la dignità nell’indossare quegli stracci che portava come preziosi broccati. Chiacchierammo un po’. Compassionevoli frasi fatte e luoghi comuni che si perdevano nel silenzio del buio metropolitano. Soffocai il mozzicone della mia sigaretta con la punta della scarpa e mi congedai dal piccolo Juanito, stanco come solo una giornata vuota può stancare. Mi infilai a letto e dormii profondamente.

Nel cuore della notte il vecchio telefono della mia camera trilla affaticato e mi sveglia. Sollevo la cornetta, rispondo. “Sono Gabriela…”.

Una luce rossa fangosa proveniente dalla strada inondava la mia camera. Era l’insegna luminosa della Coca Cola che aveva ripreso a funzionare al di là della strada.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”“Gabriela!? …dove sei finita?” “Non ti preoccupare, sto bene. Volevo solo risentire la tua voce e ringraziarti per ieri notte.” revealfx=”off”]

“Gabriela!? …dove sei finita?” “Non ti preoccupare, sto bene. Volevo solo risentire la tua voce e ringraziarti per ieri notte. Ti prego di dimenticare me, il fatto che ci siamo conosciuti e anche questa telefonata. Non mi cercare più, è meglio… ” Continuavo a domandarle dove fosse, a dirle che avrei potuto raggiungerla. Ma Gabriela aveva riattaccato.

Riagganciai la cornetta e rimasi immobile, con una mano sul telefono e lo sguardo perso nel rosso vischioso di quella notte. Chissa quando l’insegna della Coca Cola aveva ricominciato a funzionare?

Per molto tempo mi domandai che cosa volesse e chi fosse stata realmente quella ragazza. Finchè un giorno sfogliando un famoso giornale scandalistico latinoamericano, la rividi con un bimbo di appena due anni in braccio. Gabriela Maria Escobar, nipote di Pablo Emilio Escobar Gaviria, figlia di Victoria Escobar, arrestata per omicidio e detenzione di stupefacenti il 20 aprile 1998.

Mio padre

“ Lo que el arbol tiene de florido vive de lo que tiene sepultado “

Rio Gallego, 7 gennaio 2006

“ Ci sono cose che non ho mai detto a mio padre. Ed è per questo che ogni volta che penso a lui torno ad un’infanzia di vento interminabile. Mi vedo camminare con lui mano nella mano, per le strade di un paesino che ora ricostruisco attraverso le cartoline di un’altra epoca, o attraverso le sue lettere nelle quali domandava dei miei studi e della salute della mamma. Ricordo le sue parole di addio che sempre ho pensato fosse temporaneo, il suo modo di intendere la vita con quel tenero rigore degli uomini. Quando penso a lui, penso alle notti d’inverno trascorse nella sua assenza, quando nel vetro appannato della cucina scrivevo il mio nome a lettere grandi, le lasciavo gocciolare e mi perdevo, guardandoci attraverso, nella strada che lui percorreva come un viaggiatore per andare al lavoro e che portava dritta al mare. Ricordo le mattine all’alba quando la voce del suo ritorno mi svegliava. Ogni 15 giorni quando mio padre lavorava nella miniera di carbone di Rio Turbio. Saltavo giù dal letto e a piedi nudi correvo fino alla soglia di casa, perché mi vedesse ancora prima che riuscisse a posare le borse di cuoio duro, colore del caffè. La mamma smetteva di tessere, gli andava incontro e lo baciava. Io la imitavo. Ricordo i suoi baci, dall’aroma di tabacco nero e mate. Ricordo le sere, quando vicino alla cucina economica lui mi carezzava la testa e senza dire una parola, riempiva la sua vecchia pipa di tabacco profumato. Sapevo che poi avrebbe iniziato a raccontare. Storie.

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Storie di uomini sconosciuti e di mari lontani. Forse reali o magari inventate. Non era importante perchè quelle notti di respiri leggeri seguivano i giorni violenti di malattia della mamma. Raccontava di capitani ed eroi nello stretto di Magellano, di tempeste e di danze indigene, di ragazze con le gonne a fiori e matrimoni felici, di driadi e tritoni marini.  Quei racconti erano il nostro modo di comunicare e valevano più di mille parole quando lui era lontano. Il più delle volte dovevo affrontare sola la furia delle crisi di nervi della mamma, mentre lui scavava il ventre nero della terra per trasformare il carbone in pane. La mamma mi picchiava quando la depressione diventava più forte di lei. Allora, da quelle parti, credevano che quei raptus fossero segni di una stregoneria nera e li curavano con galli sgozzati e amuleti magici. Una volta, con papà, la portammo dalla “Dama del colmillo”. E’ una delle maghe più conosciute di tutta la provincia di Santa Cruz. Il viaggio fu infinito ma quando vedemmo la mamma svenire all’interno del circolo di conchiglie e pietre, mentre la Dama continuava a danzarle intorno brandendo un gallo per le zampe, pensammo veramente che il demonio avesse lasciato il suo corpo. Invece appena il giorno dopo, mentre mio padre stava lasciando la città per altri 15 giorni, la mamma si chiuse di nuovo in sé e ricominciarono le crisi. All’inizio scappavo, gridavo, piangevo e chiedevo perché. Alla fine, sola nel mio dolore e nell’incomprensione alzavo le braccia a proteggere il viso. Allora i racconti di mio papà si trasformavano nel suo abbraccio affettuoso e quei mari immaginati, impetuosi, che confondevano i destini degli uomini, lavavano via il dolore e mi portavano a momenti più felici.”

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La porta della sala si schiuse per un colpo di vento e una sottile lama di luce ferì il buio, dove solo brillavano le braci nel camino ormai spento. Nell’altra stanza Claudia stava ancora guardando la televisione con la piccola Maria che come ogni notte non voleva dormire. Mi alzai e richiusi la porta. Lo feci in fretta perchè faceva freddo lontano dal fuoco e perché non volevo distrarre Silvana da quella confessione. Nevica ancora, dissi guardando fuori dalla finestra che stava alle nostre spalle. Tornai sul tappeto, vicino a lei, sotto la coperta che ci univa. Guardammo per un po’ le braci scintillare, in silenzio. Poi Silvana riprese a raccontare.

“Una notte come questa sognai mio padre e il giorno seguente ricevemmo un telegramma. Nel sogno percorrevamo su un’auto rossa una strada, tra piante di calafate e di junquillo. Sorridevamo e lui mi carezzava la testa ogni tanto mentre cercava di accendere la radio che non voleva funzionare. Il telegramma raccontava di un incidente in miniera nel quale papà era rimasto gravemente ferito. Si sollecitava la presenza di un familiare.

Da quel momento la mamma non disse più una parola. Ricominciò a tessere e non mi rivolse più lo sguardo. Neppure un saluto quando quella sera, ripercorrendo i passi che papà aveva fatto infinite volte, andai a prendere l’autobus per la miniera. Scendendo per quella strada, ricordo che mi voltai per vedere se la mamma mi stesse guardando dalla finestra della cucina come nelle mattine d’inverno quando andavo a scuola. Scorsi solo un gesto di saluto della vicina di casa che si sarebbe presa cura di lei nei giorni della mia assenza. Sulla neve rimanevano le impronte dei miei passi come giorni prima vi rimasero quelle di mio padre.

Arrivai agli uffici della mina 1 la mattina all’alba assieme a decine di uomini che avrebbero dato il cambio a chi sotto terra aveva terminato il proprio turno. Anche papà avrebbe ripreso il bus verso casa quella sera, e la mattina seguente io avrei aspettato il suo bacio, in camicia da notte e in punta di piedi, sulla pietra fredda dell’ingresso di casa. Andai agli uffici sanitari e mi presentai. Mi chiesero quanti anni avevo. 16 risposi, anche se li avrei compiuti due mesi dopo. Mi chiesero se c’era mia madre. Dissi che non poteva venire.

Un braccio della miniera era crollato all’improvviso e aveva sepolto un piccolo gruppo di minatori. Inutili i soccorsi perché il posto era irraggiungibile a causa di un’infiltrazione d’acqua che aveva allagato il tunnel e reso impossibili i soccorsi. Tempo dopo appresi che l’amministrazione della miniera aveva atteso una settimana prima di avvisare i familiari, nel tentativo di riportare in superficie i corpi. Una gentile signora mi riconsegnò gli effetti personali di mio padre. Le due sacche di cuoio, i vestiti, alcuni giornali e una piccola radio di plastica rossa. Un sacchetto di tabacco da pipa e qualche sigaretta senza filtro. C’era anche una busta di carta gialla con dei soldi, e una pagina del quotidiano di Santa Cruz che annunciava l’arrivo della tournèe di Fito Paez. Si chiamava “El amor después del amor”. L’articolo riportava il prezzo del biglietto di 50 pesos e la data unica del concerto il 18 Ottobre. Il giorno del mio compleanno.

Raccolsi tutte queste cose senza neanche una lacrima. Sapevo cosa avrei dovuto fare. Presi il primo autobus diretto verso la costa e di lì continuai fino alla fine del continente. Arrivai a Cabo Virgenes un pomeriggio alle 4. Ricordo lo sguardo perplesso dell’autista quando scesi dall’autobus nel mezzo del niente. Ero contenta di restare sola con le acque dello stretto di Magellano che mi riempivano gli occhi e il cuore. E che vedevo per la prima volta.

Mi avvicinai alla riva camminando sulla terra soffice e umida. Portavo sulle spalle le borse di papà, e la leggera consapevolezza che ciò che stavo per fare lo avrebbe fatto felice. Percorsi il molo di Cabo Virgenes fino al fondo. Gettai alle onde tutte le sue cose. Vidi le due borse di cuoio danzare in balia delle onde come se dovessero galleggiare per sempre. Poi anche loro sprofondarono nelle acque fredde dello stretto, per raggiungere quegli eroi che mio padre cantava, che io sognavo, e tra i quali oggi, forse, c’era anche lui. Camminai per molte ore, piangendo. Con i soldi del mio regalo di compleanno finanziai la mia fuga dalla realtà. Andai prima a Ushuaia poi a Porvenir, perché offrivano un lavoro da impiegata al porto. Pochi mesi dopo decisi di andare a Buenos Aires, ma la città non fa per me e dopo un anno nel quale lavorai come cameriera e poi come commessa in un Pharmacity decisi che era arrivato il momento di tornare al sud. Di rivedere mia mamma e di mettere in ordine il passato. Fu nel viaggio verso Rio Gallego che conobbi Guillermo, il padre dei miei figli.”

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Il colore del vento

Tierra del Fuego, 12 ottobre 1996

“Non credo che ci rivedremo” e mentre il vento freddo mi faceva lacrimare gli occhi, Yeremy mi diede un bacio, vergognoso e profondo.

Osservavo il piccolo tender arancione, con la punta di metallo, allontanarsi dallo scafo nero della Micalvi. La bandiera della nave frustata dal vento. Il mortaio di poppa rivolto verso il cielo. Osservavo lei, così piccola in quel mare scuro e severo. Costretto, nel pensiero e nella vista, dalle lingue di ghiaccio che si tuffavano in mare. Protetto dai fiordi alti, pareti infernali e scure e pungenti che delimitavano un corridoio sicuro nelle acque di Beagle, osservavo l’isoletta sul fondo del canale. Il faro rosso e bianco sembrava volersi tuffare, così proteso dalla punta della scogliera. Sulla riva antistante, una grande croce di ferro si ergeva dritta, tra la spuma della risacca e le rocce bianche di guano. Mentre il gommone a motore solcava a fatica le onde brune cercando di conquistare la riva, la mia mano tesa al cielo con un gesto che sentivo infantile, salutava la giovane Yeremy. Avrei voluto gridarle che il mondo stava dalla parte opposta.

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Yeremy l’avevo conosciuta il giorno prima. Eravamo gli unici due civili a viaggiare sulla nave d’appoggio Micalvi della Forza Navale. Ad onore del vero con noi c’era anche un medico, che vestiva un pesante cappotto nero, un cappello di feltro scuro e una sciarpa di lana rossa fatta in casa. Non so se lavorasse per l’esercito o fosse un civile, ma la cosa ha poca rilevanza poiché il dottor Zibì, questo il suo nome, come raggiunse la coperta della nave si chiuse nella sua cabina e ne usciva solamente per riempire il suo thermos di acqua calda.

Yeremy Morales invece aveva 14 anni, figlia di un errore e di una madre che per donarle la vita aveva perso la sua. Era bella, solare, piena di energie e ottimismo. E non voleva andare a vivere con lo zio nella base militare di Puerto Harris.

Quando la nave salpò da Puerto Williams la sera prima, il molo era pieno di persone. Erano i parenti dei marinai che affidavano i loro figli al mare per 6 mesi d’inverno. Tra tutti c’era un signore magro che portava degli occhiali grandi e scuri, nonostante la luce fredda dell’imbrunire australe non avesse la forza di disegnare neppure le ombre delle cose.

Quell’uomo abbracciava una ragazza. Quell’uomo stava piangendo. Lei si abbandonava al suo abbraccio con una rassegnazione che tradiva la supplica di non lasciarla andare. Il rispetto per l’intimità di quel gesto mi spinse ad abbassare lo sguardo.

La Micalvi lasciò la baia di Puerto Williams con due fischi di sirena. Le persone sul molo si facevano sempre più piccole, a mano a mano che la nave prendeva il largo. In poco tempo quelle figure umane si persero nella penombra del villaggio tanto che non era più possibile distinguere neppure quell’uomo che, solo e immobile, era rimasto in piedi là dove il molo finisce. Il blu della notte inghiottì presto anche la scia della nostra nave che ora sembrava muoversi sospesa tra cielo e mare.

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La navigazione avveniva al buio poiché le acque della nostra rotta erano acque militari, contese da sempre tra Argentina e Cile. Il cielo era terso e ricco di stelle. Il vento si era placato. Se fuori era freddo e buio, sottocoperta viveva un mondo rumoroso, festoso e accogliente. Furono i giochi dei soldati e della giovane cuoca che mi fecero avvicinare a Yeremy, e fu il mal di mare che ci fece passare la notte più fuori che dentro. Coperti da un poncho militare ascoltavamo il ruggito delle onde che ci sorprendevano nell’oscurità ora a dritta e ora a poppa, in un caos primordiale e feroce. Era uno spettacolo irresistibile, un gioco pericoloso e allettante quello di riuscire ad arrivare nella parte più alta della nave senza farsi sorprendere da un’onda. Dall’alto del ponte, prigionieri di una libertà infinita, gridavamo al buio i nostri sogni. Giocavamo a dare un colore al vento e dopo una farneticante discussione concordammo che se il vento avesse un colore, questo sarebbe il rosso. Non esisteva più ghiaccio, sale, vertigine che non fosse parte insostituibile di quella notte. Fradici d’acqua salmastra, ebbri di giocosa follia,  desistemmo solo quando un marinaio ci venne a chiamare per avvisarci che entravamo nel Pacifico e che il mare si sarebbe fatto ancora più duro. Rientrammo, ma il caldo torrido della coperta, le mappe appese ai muri con le rotte e i continenti, i giovani soldati che giocavano al truco in cambusa, erano lontani dal nostro stato d’animo. Preferivamo il mondo immaginato, ritagliato tra le stelle. Preferivamo la ricerca della complicità dell’altro, vivevamo la felicità di quella grande menzogna che è il primo incontro sapendo che sarebbe stato anche l’unico. Così di tanto in tanto aprivamo il portellone che si affacciava sul nulla e stavamo li, tra il reale e l’immaginario. Ci afferravamo a vicenda, guardavamo quei muri d’acqua alti tre volte la nave che si issavano dritti a poppa e che dopo un istante crollavano con uno schianto tremendo che sembrava dovesse spaccare lo scafo, e trascinare tutto e tutti nella sua spumeggiante ritirata.

Poi Yeremy cominciò a vomitare e neppure io mi sentivo molto bene. Per alcune ore il mare fu tremendo, tanto che era impossibile persino stare stesi sulla branda della cabina senza esserne sbalzati fuori. Solo alle 11 della mattina seguente raggiungemmo delle acque più miti, tornando a navigare protetti da una miriade di isole e rocce emerse. Il sole splendeva alto nel cielo e il vento batteva implacabile la terra. Sibilava forte correndo tra sagole e stragli, si insinuava tra gli alberi bandiera e i pani degli indios, carezzava i muschi e si richiudeva in un vortice trascinando con se tutti i rumori. Poi solo il silenzio. Un istante, non di più. Ma abbastanza da desiderare che quel viaggio non finisse mai.

 

Yeremy dormì tutto il pomeriggio e quando il marinaio bussò alla porta della sua cabina per avvisarla che presto saremmo arrivati a Puerto Harris, dovette farlo con insistenza. Mentre la nave penetrava agile tra le gole di ghiaccio del canyon di Harris, io e Yeremy seguivamo dal ponte più alto l’avvicinarsi dell’isola, il saluto lontano dei soldati su al faro, le nubi correre nel cielo, i nostri nasi farsi rossi, gli occhi lacrimare. Consegnavamo le nostre poche parole all’eternità di un momento, respirando tutto ciò che avrebbe potuto essere, tutto ciò che abbiamo sognato e tutto ciò che non avremmo mai fatto. Io rimasi a guardare, mentre Yeremy si calava sul gommone già carico di provviste. Osservavo stupefatto la sua serenità e il destino che le camminava affianco. Mi dicevo che la felicità non dipende da quello che la vita ti dà. Mi chiedevo se anche un pezzetto di me sarebbe restato con lei su quella minuscola isola, mi domandavo se non sarebbe stato giusto tentare di dissuaderla. Che cosa avrebbe fatto in quell’avamposto del mondo sola con dei soldati? Respiravo profondamente.

Respiravo la vita e la fine. E quando i motori della nave tornarono a rompere le onde, lei si voltò, stava salendo il dirupo che portava al molo. Mi cercò, mi salutò gettandomi un bacio posato sulla mano e consegnato al vento come una preghiera.

La nave riprese il largo, mentre il giorno tramontava e il faro si accendeva. Costeggiando il versante di levante dell’isola, dove le rocce si facevano più rotonde e i caiquenes vanno a riposare, si potevano vedere le basse baracche della guarnigione, nere contro il sole che svaniva. Dai comignoli il fumo si perdeva rapido nel vento. D’oro si faceva il cielo. La distanza e il tempo avrebbe presto fatto scomparire quelle terre e le sue genti nel buio della notte. Già l’isola si faceva sempre più piccola all’orizzonte. Mi piaceva rimanere sul ponte, solo, sapere che mi avrebbero visto triste.

Poi balenò una luce vermiglia in cielo, la quale vinse qualunque mio sentimento.

Osservai l’isola ormai lontana. Scorsi solo la luce del faro che intermittente, affogava e riemergeva tra le onde del gelido mare.

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Rossija Hotel

The Rossija Hotel has been demolished in 2008 following the project of Luzhkov, the mayor of  Moscow. In a huge demolition plan Moscow lost The Inturist Hotel and the Moscwa hotel (famous to be the historic image of the Stolychnaya vodka) too.

The demolition of the Rossija will left 240.000 squared meters free just behind the Red Square. A huge shopping centre, casinos and 7 skyscrapers will be built soon.

The Rossija Hotel has been built in 1967 by Breznev end it has been the only hotel accepting foreign guests for all the communist era. That’s why all the employers were spy from the KGB. More than 3.200 rooms, 50 restaurantes and bar, more than 1000 employee.

[aesop_gallery id=”266″ revealfx=”off”]

Omicidio

Il dott. Fernando Aviles è uno degli psicanalisti più stimati di Rosario.

Da lui ho imparato le mie poche nozioni di psicologia. Spesso mi faceva assistere alle sue preziose consulenze individuali. Mi presentava come il dottor Giuliani, “dell’Italia” diceva. E portava i suoi pazienti a confidarmi tradimenti e nevrosi.

Lo faceva per noia, non ne poteva più di ascoltare i fatti degli altri e se continuava a farlo era solo per i 300 pesos che dopo 45 minuti esatti scivolavano sul tavolo assieme ad un sentito “grazie dottore”.

Non era per la stessa ragione invece che due volte a settimana riceveva i pazienti indigenti nel consultorio pubblico del ministero della salute.  Diceva che lo faceva per prestigio ma ho sempre pensato che in fondo, in quell’inconscio che lui tanto bene esamina, provasse rimorso e una certa nostalgia.

 

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”Diceva che lo faceva per prestigio ma ho sempre pensato che in fondo, in quell’inconscio che lui tanto bene esamina, provasse rimorso e una certa nostalgia.” revealfx=”off”]

Aveva passato quaranta anni della sua vita cercando di aiutare i bambini di strada delle villa miseria, fino a che una sera di ottobre decise di non volerne più sapere perché tanto erano “tutti delle merde e il  mondo non cambierà mai”.

Era successo qualcosa che lo aveva ferito profondamente. Aveva deciso di chiudere la porta alla miseria e lo fece con la fermezza che da sempre lo contraddistingue.

Comunque stiano le cose non mi stupì troppo che, quando una ragazza e sua madre bussarono alla porta del consultorio pubblico, Fernando si alzò e mi lasciò solo con le pazienti, presentandomi nuovamente come “il dottor Giuliani dell’Italia”.

La grassa donna doveva avere una quarantina d’anni mal portati. Vestiva il puzzo della villa miseria e sotto il braccio portava una grossa busta gialla dell’ospedale Provinciale. La figlia al contrario trasmetteva una certa dignità e una strana bellezza. Se non fosse stato per un rossetto troppo rosso e un sorriso disordinato si sarebbe potuto pensare che venisse da un quartiere bene del centro.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”La figlia al contrario trasmetteva una certa dignità e una strana bellezza.” revealfx=”off”]

La madre estrae dalla busta delle radiografie, me le porge e mi prega di guardarle con attenzione.

Secondo lei avrei dovuto vederne una terribile malformazione alla colonna vertebrale della sua piccola, che non le permette di dormire, che le dà continui dolori e che l’avrebbe presto portata alla paralisi. Io nonostante cercassi di osservarle con attenzione rivolgendole contro la luce al neon del soffitto, non ci capivo proprio un bel niente. Così recitavo una faccia compassionevole e preoccupata, osservavo la figlia, che peraltro sembrava del tutto disinteressata alla conversazione. Annuivo pensieroso ai pronostici drammatici della donna e non potei esimermi dal mentire alle sue suppliche, promettendole di parlare del suo caso a qualche medico influente dell’ospedale. Con imbarazzo, appena la madre me ne diede l’opportunità, troncai la discussione e chiesi quale ragione le aveva portate fin lì.

I professori di scuola avevano richiesto un colloquio con lo psicologo perché il rendimento scolastico e la condotta della figlia erano pessimi.

 

[aesop_parallax img=”http://www.albertogiuliani.com/wp-content/uploads/2017/01/GIA200519-07-copy.jpg” parallaxbg=”on” caption=”Doctor Aviles seated in his public counseling at the local Health Ministry Office” captionposition=”bottom-right” lightbox=”off” floater=”on” floaterposition=”left” floaterdirection=”none”]

Sapevo bene che né alla ragazza né alla madre importava nulla della scuola. Né ai professori importava della ragazza. Tutti eravamo vittime di un sistema pensato per scaricare le responsabilità e con essi i sensi di colpa di una vita fatta di sopravvivenze quotidiane. L’unica cosa che avrei dovuto fare era ascoltare per qualche  minuto le ragioni della ragazza, dirle di impegnarsi di più d’ora in avanti, prendere il prestampato della scuola, compilarlo, apporci rumorosamente un timbro, una firma illeggibile e rispedire le due donne a casa. Così saremmo stati tutti contenti. Ma quella ragazza aveva un che d’intrigante. Arrogante e tenera nello stesso tempo. Chiesi alla madre di accomodarsi fuori e di lasciarmi solo con la figlia.

Quando si chiuse la porta, la ragazza stava ferma in mezzo alla stanza, sotto la luce del neon che le scivolava sui capelli neri, lunghi e lisci. Il rossetto vivace, un giubbotto bianco e corto. Le mani infilate nelle tasche posteriori dei jeans. Le dissi di sedersi, indicandole l’unica sedia che si trovava nella stanza oltre alla mia. Si avvicinò alla scrivania slacciandosi il giubbotto e lasciando intravedere una volgare scollatura. Si accomodò di fronte a me con uno sguardo di sfida che non seppi sostenere. Abbassai lo sguardo e le chiesi come si chiamasse.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”Si faccio uso di droghe. Poxiran, pasticche e marijuana. Si, anche alcolici se sono con gli amici.” revealfx=”off”]

Eluana Rios. 14 anni. Scuola numero 3. Si faccio uso di droghe. Poxiran, pasticche e marijuana. Si, anche alcolici se sono con gli amici.

Avevo esaurito le mie domande sconcertato da una bruciante sincerità. Avevo annotato queste poche informazioni su di un foglio bianco come avevo visto fare mille volte a Fernando. Avrei continuato con altre domande banali come se fosse fidanzata, quanti fossero in famiglia e cose di questo tipo. Ma esitai un attimo, lasciai scivolare pigramente il mio sguardo sul vuoto noioso della scrivania, sulle fessure delle vecchie pareti di legno, sulla cassettiera metallica buttata in angolo. Guardai l’apparecchio telefonico col lucchetto sul disco dei numeri, pensai che quella stanza non aveva finestre e mentre stavo per domandarle del suo rapporto coi genitori Eluana disse: “vuoi che ti racconto di quando abbiamo ammazzato un tipo?”.

Nel pronunciare quelle parole le sue labbra rosse si schiusero a uno strano sorriso mostrando i denti neri di miseria e spaccati dalla follia.

“aveva piovuto per giorni e le strade di Villa Norte sembrava non sapessero più dove portare i fiumi di fango che si erano formati. Io mi ero fermata a dormire a casa di Adel, il mio fidanzato. Quella mattina aveva ricevuto una telefonata dal suo socio. Adel spaccia per vivere e assieme a Mariano riforniscono praticamente tutto il quartiere. Pasta base, crack, marjuana… e poi… insomma un po’ di tutto. Però sono tipi tranquilli, e sanno farsi rispettare anche dalla polizia locale che li aiuta a coprire gli affari in cambio di una parte dei profitti.

Mariano ha un chiosco di bibite e sigarette e da alcuni giorni, proprio lì vicino, c’era un tizio non del quartiere che veniva a spacciare. Più volte Adel e Mariano gli avevano detto di andarsene, ma lui puntuale dopo qualche giorno tornava. Quella mattina Adel riattaccò il telefono e si vestì di corsa. Non si accese neppure la solita sigaretta prima di uscire in strada tanta era la fretta di andare. Anche io mi alzai e gli corsi dietro. Il tipo era di nuovo all’angolo del chiosco e questa volta bisognava dargli una lezione. Adel non è un tipo cattivo ma questa storia gli aveva fatto perdere la pazienza. Camminava veloce, io quasi correvo per stargli dietro. Adel è uno timido, e credo sia per questo che nel cammino si calò una pasticca. Comunque lì ho capito che le cose si sarebbero messe male. Faceva già caldissimo per strada e dovevamo zigzagare le pozzanghere”

Facendo una breve pausa, Eluana avvicina a se un foglio bianco e con la penna inizia a tracciare delle linee.

“ Questo è l’ingrasso di Villa Norte, qui abita il mio fidanzato” segnando una piccola x su un lato di un quadrato “ e qui c’è il chiosco di Mariano” segnando questa volta con un cerchio deciso l’incrocio di due vicoli. Con una linea incerta e leggera, Eluana segna invece il cammino che stavano facendo.

“Già da lontano Adel aveva visto il tipo e mi aveva detto di aspettarlo lì perchè non voleva essere visto con la fidanzata. Io mi siedo su un muretto perché avevo il fiatone e mi veniva da vomitare. Faceva caldo e poi ancora mi tornavano su le merde e la birra della sera prima. Mentre Adel entrava nel chiosco, Mariano stava sul retro a far finta di sistemare delle cassette vuote delle bibite. Come mi vede mi saluta, esce dal cancelletto del retro ma non viene verso di me. Fa il giro e va a chiudere le inferriate del chiosco. Stava per succedere qualcosa, e mentre ancora non avevo deciso se restarmene lì a reggermi lo stomaco o andare verso Mariano, sento un colpo, secco. Vedo il tizio scivolare sul muro alle sue spalle fino a sedersi e poi distendersi sul fango della calle Poblet. Mi alzo e corro verso Adel, mentre le grida del tizio corrono verso di me. Nella mia mente si fa vuoto tutto intorno. Adel afferra il tizio per un braccio e lo trascina dentro il chiosco di Mariano. Il sangue della ferita al ginocchio segnava con precisione la strada. Seguii Adel nell’oscurità del chiosco chiuso come in un giorno di festa. Solo allora lo guardai negli occhi.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”left” size=”1″ quote=”Mi porse una corda e mi chiese di aiutarlo. Io lo feci e insieme legammo i polsi della nostra rovina.” revealfx=”off”]

Riconobbi la dolcezza di sempre, il nostro amore e la lucidità dei suoi gesti. Adel stava facendo ciò che andava fatto, anche se era crudele, lui non poteva sbagliare e la vita qui non è facile. Mi porse una corda e mi chiese di aiutarlo. Io lo feci e insieme legammo i polsi della nostra rovina. Abbassai lo sguardo e ai miei piedi giaceva immobile e silenzioso il corpo magro di quel ragazzo. Gli occhi chiari, la fronte sbucciata e i capelli sudati. Ma i suoi lineamenti mi erano sconosciuti. Sembrava che il buio avesse inghiottito i corpi e il sangue. Insieme alla luce erano spariti i guai, le angosce, la miseria. In quel chiosco c’eravamo solo io, il mio amore e una questione da sbrigare. Era qualcosa di intimo. Quel buio era più cieco delle notti d’amore, più profondo dei nostri sentimenti. Non avevo più paura della mia vita in quel momento. E’ per questo che il colpo che Adel ha sparato alla testa del tipo è suonato alle mie orecchie come il rumore di un libro che si chiude. In quel buio abbracciai Adel, e fu un abbraccio sincero e infinito. Non una parola né dentro né fuori. Riconoscevo il suo sorriso soddisfatto solamente accarezzandogli il viso. La mia fronte grondava sudore, faceva caldissimo lì dentro. Mi diressi alla porta, la spalancai. La luce mi accecò, mi costrinse a riabbassare lo sguardo e a seguirla fino alla macchia di sangue che ci bagnava i piedi, e che si faceva sempre più grande a mano a mano che aprivo la porta. Fuori, tutto era ancora fango e miseria. Cercai Adel, alle mie spalle. Era l’orrore, la morte.

La polizia lo portò via con discrezione. Lui non sorrideva più, né aveva lo sguardo di un giusto. Io fui mandata via perché sono ancora minorenne. Adel deve scontare 9 anni. Mariano nessuno. Io voltai l’angolo e finalmente vomitai.

Il chiosco di Mariano riaprì pochi giorni dopo e lui sempre dietro quella grata, col broncio di sempre, come se nulla fosse mai accaduto. Uno di quei giorni decisi di passare a trovarlo. All’uscita dalla scuola, lungo la tangenziale Kennedy, incontrai un ragazzo che tentava di riaccendere la propria moto. Ma era cosi ubriaco che a mala pena riusciva a reggersi in piedi. Così lo aiutai e gli chiesi in cambio un passaggio per quelle poche centinaia di metri che mi separavano da Villa Norte. Anche lui andava da quelle parti. Mi misi io alla guida della moto e lo feci salire dietro. Non si capiva niente di quello che diceva perché era troppo bevuto però compresi che stava andando a rendere giustizia a chi pochi giorni prima aveva ammazzato il fratello. Mi si gelò il sangue. Già potevamo vedere il chiosco di Mariano sulla curva della strada che ci passava sotto. Fermai la moto, io ero arrivata. Non volevo più saperne niente. Sarei tornata sui miei passi dritto fino a casa.

Il ragazzo proseguì zigzagando sulla linea gialla della tangenziale. Presto dal chiosco di Mariano si alzò una densa colonna di fumo nero, che da lontano si confondeva con quelle dei mucchi di spazzatura che poco più giù nella discarica stavano bruciando. Del chiosco rimase solo cenere in pochi minuti”

La penna aveva disegnato i suoi racconti sul foglio. Un’insieme scomposto di linee che si incrociavano e si confondevano. Un groviglio di fatalità e destini che si rincorrevano come topi in gabbia. Ripercorrevo mentalmente quelle strade fatte di spazzatura e fango. Di cani randagi che si contendono un pezzo di miseria.

[aesop_quote type=”block” background=”#282828″ text=”#FFFFFF” align=”right” size=”1″ quote=”La sua età era sospesa tra chi era troppo giovane per essere donna e chi è ormai troppo vecchia per essere bambina.” revealfx=”off”]

La sua età era sospesa tra chi era troppo giovane per essere donna e chi è ormai troppo vecchia per essere bambina. Le sue parole erano di chi già aveva vissuto tutto, di chi aveva provato sulla propria pelle la miseria delle passioni umane e la violenza dell’amore.  Per un attimo anche io, come lei, avrei voluto che aprendo la porta il sole avesse lavato via il sangue dalla strada, che non esistessero più vittime e carnefici. Ma i peccati sono il mondo. E io come potevo esprimere un giudizio? Uccidere è riprovevole, disumano. Ma le bestie forse non uccidono per sopravvivere? E se è vero che l’uomo ha la ragione, dovrebbe avere anche la dignità della giustizia, della libertà e dell’infanzia.

Riprese a disegnare. Un cuore questa volta. Poi una freccia. Le parole e i simboli del suo Newell’s. Una dedica. Io compilo il modello della scuola, ci metto il timbro perché tutti possiamo essere contenti. Mi porge il foglio, mi sorride e mi dice grazie, dottore.

 

#7 Malacarne – Married to the Mob

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#5 Malacarne – Married to the Mob

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#4 Malacarne – Married to the Mob

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The Godfather of Bogotá

“If you want me out of here, you’ll have to kill me. But before I die, I’ll shoot first.” Salvatore grips his gun and stares right into the eyes of three FARC guerilleros (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Revolutionary Armed Forces of Colombia), who stand before him, their hands shaking. The year is 1992 and Salvatore has just made a momentous discovery: the enemy is also afraid. Salvatore Mancuso Gomez is the founder of the AUC (Autodefensas Unidas de Colombia – United Self-Defence Forces of Colombia), an army of eighteen thousand far-right paramilitaries, formed in the mid-1990s in response to the burgeoning violence of the FARC. Salvatore Mancuso’s father hailed from Sapri in the Italian province of Salerno. In September 1956, he relocated to Colombia, settling in Montería in the northern province of Cordoba, where he would try his luck. Born in 1964, Salvatore was the second of his six sons. On completing his studies in farming administration, Salvatore went on to gain a Master’s Degree from the University of Pittsburgh in Pennsylvania, USA and – in 1982 already – became a national motocross champion. He also started a family and worked as a cattle-breeder in Montería. Until he decided to take up arms in order to protect himself from the FARC. An escalation from nought to a hundred: in 1995, he writes to defence minister Fernando Botero, demanding greater security for the Montería region, completely controlled by the guerilleros as they plunder, murder and extort protection money. This is his last act as a regular citizen before creating the ACCU (Autodefensas Campesinas de Córdoba y Urabá (Peasant Self-Defense Forces of Córdoba and Urabá) soon after – and the notorious AUC in 1997, made up largely of rich, well-educated sons of Colombian upper middle-class families, who have channelled their rage into an ideology. The first warrant for the arrest of Mancuso, one of 23 served on him to date, was issued in the year 1996. Both Italy and the USA have requested his extradition. Over a period of ten years, Mancuso is thought to have shifted some thirty thousand tons of cocaine and may have in excess of ten thousand deaths on his conscience. His annual turnover is approximately seven billion dollars, as he admitted himself in a hearing.

After the demise of Escobar’s Medellín Cartel and the end of the Cali Cartel thereafter, the cocaine business fell into the hands of those actually running the territory, i.e. the FARC and the AUC. Income from the drug trade was initially invested in weapons and financing armies, but in time the two fanatical groups put ideology on the back burner and focussed on cocaine as their core business. The most reliable customer of choice is the Calabrian ‘Ndrangheta: “There has been a relationship of trust between the cocaine producers and the ‘Ndrangheta for many years. It enables the Calabrians to negotiate favourable prices and delivery dates. The organizations have grown so close that the “Narcos” now just have to give their word to the Calabrians when it comes to deliveries”, says prosecutor Mario Spagnuolo, who has worked for the Catanzaro Anti-Mafia Bureau for many years.

But how did Salvatore Mancuso come by his ‘Ndrangheta connections?

Close to home. Montería is a small town in northern Colombia, situated on the banks of the River Sinú. It has a population of a mere three hundred and fifty thousand, albeit with a murder count of seventy per month. In this small, poor town, five out of ten restaurants are Italian. The Italian community lives (unobtrusively) in the wealthiest districts, mindful of tradition and staying in touch with Italy. Mancuso is a legend in Montería. Everyone on the street has a Mancuso story to tell. Like the one about tons of dollars sealed up and buried in the middle of a wood with the aid of a GPS navigation system. Or during the 2006 World Cup Finals, when Mancuso made an appearance at the Piccola Italia restaurant to support the Italian team, where the chef was the very same man who had cooked for him and his military staff during the years he spent in hiding.

Mancuso and the Montería police have a special relationship. Indeed, they are so close, that the narco-paramilitary paid for the law enforcement forces’ helicopters, which he, in turn, was able to borrow, sprayed with different paint. Although this may be an apocryphal story, drummed up to feed the myth of the “godfather”.

Mancuso gave himself up to the police in 2007 and was detained in a kind of prison hotel, built especially for him. He did so on the basis of the so-called “Justice and Peace Law”, promoted by President Alvaro Uribe Vélez, in which the AUC would be afforded remission if they turned in their weapons voluntarily. Hoping to preclude his extradition, Mancuso exerted his influence on one third of Congress, all people who were in some way connected to him, whose position he could effectively compromise. It was Mancuso’s dream to live in Italy (using his official Italian passport) and manage the fortune he had amassed in the previous decade. He hoped for freedom, but his plans were hindered by pressure from Bogotá’s greatest sponsor, the only one Uribe could not say “no” to without recourse to a mountain of dollar bills. The financier of the Colombian government is the USA. Hence Salvatore Mancuso was deported to America on 13 May, 2008.

Text by Andrea Amato, author of L’Impero della Cocaina (Newton Compton Editore)

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#3 Malacarne – Married to the Mob

Married to the Mafia

A woman’s life in a criminal country is complicated in the extreme. Impenetrable rules, brazen customs, inseparable bonds. Where the Mafia governs, women are subordinated to a rigid, immovable code of conduct, requiring them to perform a perilous balancing act between tradition and progressiveness, between moralistic constraints and illimitable coolness in business affairs. They can order a man’s execution, but under no circumstances may they leave or betray their own husband. They can invest in whichever enterprise or trade they choose, but they must not wear any make-up whilst their spouse is behind bars. During Mafia trials, the womenfolk can commonly be seen huddled together  in the gallery blowing kisses or waving to the accused in the steel cage of the dock. These are the wives, even if they look more like their mothers. Dressing up, wearing make-up and nail varnish while their husbands are doing time means they are thinking of someone else. Dying one’s hair is tantamount to admitting to an affair. Without the husband, a wife’s existence means nothing, she is nothing more than a lifeless object. A thing halved. No sooner is the husband incarcerated, than the wife demonstratively neglects her appearance. It is a sign of fidelity, at least amongst the clans of the Campanian hinterland, parts of the ‘Ndrangheta and some Cosa Nostra families. If, on the other hand, she is neatly dolled up to the nines, then her man must be free and not far away. He gives the orders and the way she looks is an expression of his power. Often, however, the most inconspicuous, unkempt wives of bosses in jail are the very women who hold the most sway as they deputize for their absent husbands. In a criminal country, all women share a similar fate, regardless of whether their lives have taken a tragic course, or they have managed to lead a tolerably normal life. Man and wife have invariably known each other since childhood, marrying between the ages of twenty and twenty-five. What better guarantee can there be of virginity than to wed the woman one has known since she was a young girl? It is acceptable for a man to have playmates, so long as they are not Italian – a condition imposed by their wives in recent years: Russian, Polish, Romanian, Moldavian women are considered inferior and incapable of having or raising a family. A relationship with an Italian woman or, worse still, one from the same village, would undermine everything and must be punished accordingly. Sexuality is a defining element of education for both men and women living in the Mafia system. “Never beneath a woman”, as they say.

 

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Allowing the woman to get on top during sex suggests a man easily dominated in everyday life. “Oral sex, never” is another maxim. For a man to be indulged is one thing, but to perform oral sex on a woman is a “canine” taboo. “Never become anyone’s dog” is an old saying still observed even by the younger generation of followers. The laws are even stricter outside of Italy. Take the influential Jamaican Yardie Mafia, for example, active not only in Kingston, but also in many districts of London and New York. Oral sex and anal sex are completely forbidden, as is touching a woman’s anus. These are considered dirty practices (homosexuality is punishable by death in the Jamaican Mafia). Sex has to be dynamic, masculine and, above all, clean. No kissing. A real man knows, he needs his tongue to drink and will not use it for anything less. Clan members are positively obsessed with proving their masculinity and the strict code of sexual conduct serves as a ritual demonstration of their power. It is adhered to in almost every realm of the ‘Ndrangheta, Camorra, the Mafia and the Sacra Corona Unita and is unquestionably more than a mere reflection of a chauvinistic culture. Little else demonstrates so clearly the iron rules of allegiance, hierarchy, power and territorial dominance. This authority presides over life and death, predicated on killing or being killed. Woe betide anyone who believes the rules do not apply to him. Regulating people’s sex lives plays a fundamental role, with even a spot of flirting dictated by marking out one’s turf. Getting to know a woman more intimately runs the risk of breaching enemy territory. In 1994, Antonio Magliulo of Casal di Principe, dared to get involved with a girl who was engaged to one member of the Caselesi clan and sister-in-law to another. Magliulo showered her with gifts and, sensing that she was not so enamoured with her future husband, felt no inclination to back off. He was just crazy about this much younger woman and courted her as was the custom where he came from, with Baci Perugina pralines on Valentines Day and a fox stole at Christmas. He would wait outside her workplace for her of an evening. One hot summer’s day, a few members of the Casalesi clan summoned him to the ‘la Scogliera’ lido in Castelvolturno. They did not even wait to hear him out.

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Maurizio Lavoro, Giuseppe Cecoro and Guido Emilio raked a club spiked with nails over his skull, tied him up and stuffed his mouth and nose with sand. The more he swallowed, in an attempt to breathe, the more they forced into him. He asphyxiated as the sand and saliva hardened like cement in his throat. Executed for making advances to a girl who was related by blood to a leading figure and was already promised to another. To flirt, to date, to spend a night together, these are risky, stressful undertakings, weighed down with responsibility. Valentino Galati was nineteen years old when he disappeared on 26 December 2006 in Filadelfia – not the American Quaker town, but a settlement founded by Freemasons in the province of Vibo Valentia. Valentino was close to the local Ndrina family clan. With ‘Ndrangheta blood flowing through his veins, he signed up and began working for Rocco Anello, the boss. When the latter was sent to jail for extortion (every contractor working on a small stretch of railway had to pay him 50 thousand Euros per kilometre), his wife, Angela Bartucca, became more reliant on the support of the Ndrina. Taking care of the shopping, cleaning, bringing the children to school, Valentino slipped into a pivotal role as her aide. That they should fall into a surreptious relationship seemed almost logical. Yet the fact that he must be punished is equally certain. None of the villagers is surprised when, one day, he vanishes from the face of the Earth. He had an affair with the wife of the boss, and the price for his indiscretion is his life. Only Anna, his mother, refuses to accept the truth. Her son with a clan leader’s wife? Impossible, he’s far too young, barely an adult at all. Yes, indeed, before her son disappeared, Angelina did call in for a coffee from time to time, but she has not done so since. But what does that prove? Valentino’s mother insists “my son had nothing to do with any of this”. She is convinced that there is another explanation, but the Anti-Mafia Directorate disagrees. For a long time, Anna slept on the sofa next to the telephone, waiting for her son to call, afraid she would not hear it ringing from the bedroom. And so, at last, she takes refuge in her silent pain, as the Omertà demands, yet steadfastly refusing to accept the facts. Santo Panzarella from Lamezia Terme, murdered in July 2002, suffered a similar fate. Four years earlier, Santo had fallen in love with Angela Bartucca. Always his Angela. They sprayed him with the contents of an entire clip before slamming him into the boot of a car. But they had been mistaken in believing that Santo Panzarella was dead. He started thrashing out inside the boot.

So they snapped his lower limbs, to prevent his flailing kicks from interrupting his final journey.At the end of the ride, they put a bullet in his head. All that was recovered of his body was a collarbone, which proved sufficient to get the investigation under way. Another man executed for a liaison with the wrong woman. Valentino may well have known that he was risking his life, but that was not going to deter him. Angela Bartucca, a femme fatale, a “praying mantis” as the newspapers liked to call her. Her powers of seduction could make a man forget the mortal danger awaiting him – to love this woman carries a penalty of death. Yet in reality she bears little resemblance to such a creature of legend. Her photograph depicts a nice girl, guilty of nothing more than wanting to have some fun. With her man behind bars, a Mafia wife is expected to practice total abstinence – which goes for lust as well as love. The only exception is when an older boss, married to a younger woman, offers his consent for her to see a surrogate, so to speak, if he himself is serving a lengthy prison sentence. A suitable substitute is the village priest or, if he is not available, a brother, cousin or some other relation. On no account a member who is not a blood relative, somebody who might revel in the relationship to such a degree that a new-found charisma could see the husband replaced. Many women, including the young ones, wear black almost all of the time. Mourning a husband murdered, a brother, nephew, a neighbour slaughtered. Grieving for the killing of  the husband of a co-worker, the son of a distant relative. There is no shortage of reasons to wear black. Underneath, red is worn, to signify the blood which has to be avenged.

A red corsage for the older womenfolk, red lingerie for the younger, a perennial reminder of the blood that keeps the pain alive, the shockingly intimate colour of vengeance, set alight by the contrasting mantle of black . To be widowed in criminal territory is equivalent to losing one’s identity as a woman, reduced to the role of a mother. If a widow wishes to remarry, she needs the permission of her sons. She is only allowed to marry a man whose rank in the Mafia hierarchy is at least equal to that of the husband she has lost. She must first observe seven years of chastity and remain in strict mourning for the same period. This corresponds to the time it takes for the soul to reach its final resting place, as is traditionally believed, so that the soul need not witness her “unfaithfulness”. The charismatic boss of San Cipriano d’Aversa, Antonio Bardellino, attempted to liberate widows from these medieval constraints and enforced suffering. Don Antonio could be heard in the village announcing: “It takes seven years to reach paradise, but where we are heading requires a much shorter journey, namely a single night.” But when Bardellino was murdered, the Schiavone clan seized power and reinstated the old rules of sexual conduct. In August 1993, Paola Stroffolino was caught with a lover. She was the wife of the influential boss Alberto Beneduce, one of the first to supply cocaine and heroin directly to the Caserta coast. Following his assassination, she failed to respect the seven years of widowhood, entering into a relationship with Luigi Griffo. The clan ruled that such a disregard for the former boss could not go unanswered. A close friend, Dario De Simone, was entrusted with the task of exacting punishment. He invited the couple to a farm in Villa Literno under the pretext of sampling the first mozzarella of the season. Instead, each received a single shot to the head. The most basic of executions for two traitors who had disrepected the honour of the dead. Their corpses were then tossed into a deep well in Giugliano by the man who had thus proved his loyalty, aided by Vincenzo Zagaria and Sebastiano Panaro. Sandokan (Francesco Schiavone) and his brother were charged with having issued the orders. The widow of a boss cannot be touched, but if she is tarnished by another man, she loses her inviolable status. In their efforts to remove any doubt the court might have, a revealing statement was made by a key witness for the prosecution: “Dottò, a fuck is more serious than murder where we come from. It’s better to kill the wife of a boss. At least there’s a chance of mercy, but if you fuck her, you’re dead.” To love one another, sleep with each other, kiss, give each other gifts, smile and touch each other’s hands, to seduce a woman or be seduced by her, can be fatal. The last, most dangerous step you take. When implacability is the law, feelings and passion are transgressions payable with death.

#2 Malacarne – Married to the Mob

Brancaccio Commissariat

They are the good guys, watching over the evil heart of Palermo. They live where the Mafia live, among broken-down streets, neon-lit bars it is better not to enter. Monitored by Mafia informers who race by on their mopeds. Surrounded by decaying buildings and the odd memorial plaque here and there, the most famous of which can be found on the Piazza Anita Garibaldi, where Padre Pino Puglisi was killed by a shot in the back of the neck. Born here, the prodigal son returned to found a school. He wanted to get the children off the streets, out of the clutches of criminality.

The good ones sit inside a grey building, close to the railway tracks, resembling a rain-worn factory. It may seem deserted, but this is the site of a commissariat. With the state emblems, bulletproof glass, barriers and a gate, amid the lush undergrowth of Palermo’s outlying districts. This particular district goes by the name of Brancaccio. The commissariat is called the “outpost of the lost”. And the young men who are striving for an exit strategy from this misery, for thirteen hundred Euros a month, are christened the “Brancagel”.

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The word “Brancagel” is uttered as contemptuously in these parts as “sbirro” in Sicily (and Campania and Calabria as well), as the cops, the fuzz are known. The name’s etymological roots go back to the ice cream factory once housed in this cement block. “Branca” derives from Brancaccio and “gel” from “gelato”, or ice cream. Previously, the commissariat was situated in a ground floor flat with kitchen tiles and water pipes in the entrance, part of a cheap residential block. The apartment was destroyed one night – by a gas cylinder with a time fuse, not by bulldozers. The present commissariat, previously an ice cream factory, also had a baptism of fire. A bomb planted on the roof was set to explode on the day of its inauguration in 1991, but the danger was averted just in time. Still, authority stepped forward in the form of the Alto Commissario, responsible for matters concerning the Mafia. High Commissioner Emanuele De Francesco raised the flag, announcing “we shall not be intimidated”. And then he was gone. Only the Brancagel remained.

76,000 people live in Brancaccio, their quality of life is extremely poor. No cinemas, no theatres, no sports fields, just overflowing drains, festering puddles, a miserable level of income, record-breaking numbers of convictions. Fifty people work in the commissariat, running the office and leading investigations, as well as – if the need arises – offering psychotherapeutic assistance and social aid. The streets of the district are a labyrinth covering hundreds of miles. Derelict buildings, backyards, cul-de-sacs, piles of rubbish, unlit alleys.

 

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A patrol covers the streets in each six-hour shift, accompanied by their patron saints to keep them from harm.

Leading the team of investigators is Peppino Costantino, 40 years of age, with a thinnish beard, dark glasses and slim hands. The Mafiosi call him Barbuzza (the bearded one), Can ca’ Barba or Muslim, whichever suits the situation best. He wears a sports jacket, carries two handguns and follows three rules to stay alive: “Trust no one. Stay alert at all times. Never get used to it.” The last is the most important of the three, as “the decay and desolation can get you down so much, it can eat away at your heart and make a blind man of you.. if that happens, then they have beaten you.

Never get used to it. Especially when you see children, ten years old, trained in the art of selling drugs. Or Nigerian girls sent naked onto the streets like slaves. Or when you discover that the new clans are using hearses for their drug deals, lining coffins with cocaine. Or when nobody has seen a thing, nobody heard any shooting, everyone held captive by fear, lie, the Omertà, a wall of silence. Or when you want to make an arrest and they are lobbing roof tiles and wash basins out of the windows at you and the women surround your car, crying and screaming and cursing for as long as it takes for the suspect to make his getaway.”

Peppino Costantino has four men and one woman in his team. They work in the commissariat’s largest, neon-lit room, furnished with plastic desks, old iron cabinets, card index boxes, a map of the district on the wall, a photocopier which has run out of toner, computers – but no internet connection.

No internet?

“There isn’t any connection yet.”

And how does that work?

“We manage.”

How?

“With paper, with our memories, with archives from other commissariats.”

Half of the team is out in the field. The other half is here with him: Fabrizio Di Mazio, his right-hand man, sports jacket, blue eyes, a soft smile on his lips, and Giuseppe Aru, an excellent police officer, a cheerful character, standing firm with his hands in his pockets. The families of all three live outside the district. In places they prefer not to mention. Far away. They also go shopping elsewhere, if needs be. Keeping their distance. Giving away as little as possible about themselves, their wives and children, if indeed they have any. Who can say if they have a home, a wife and children, a weakness of any kind?

Costantino says: “It’s a job you do, if you believe in it.”

Believe in it – what do you mean by that?

“Irregular working hours. Permanent stress. Taking the occasional day off from holidays you didn’t use last year.”

And what do you get out of it?

“That’s a good question.”

Do you ask yourself sometimes?

“Every single day.”

And?

“Let’s take a ride, maybe I’ll come up with a good answer.”

Let’s do just that. Their own two cars are parked outside in the dusty yard, a Fiat Brava and a Fiat Punto, both of which have seen better days, when their paintwork sparkled in the sunlight and the engines started up instantaneously, without coughing out black clouds of smoke. Before the doors squeaked and pedestrians did not stop to watch them bounce over holes in the road, as they do today, spitting on the pavement as they see them driving by. Maybe they will use their mobile phones to report back on the officers’ movements. Just like the guy on the opposite side of the street at this very moment, a picture of equanimity as he speaks: “They are on the move now. Where the fuck are these Brancagel off to?” As one might imagine, this warning message is all part of the day’s routine.
The district of Brancaccio is not marked on the pretty maps of the town which can be found in the hotels at Palermo’s centre. Indeed, why should it be? There are no restaurants, no tourist trails, no sights to be seen here. With the possible exception of the Giardino della Memoria, the memorial garden on the road to Ciaculli – two and a half acres of greenery close to a deconsecrated church and the former villa of Mafia boss Michele Greco, known as the pope. Each of the trees here bears the name of a Mafia victim. School groups or official parties sometimes visit the garden, but at other times the wind blowing through the trees is the only sign of activity. The scent of orange blossom and the stench of smog fill the air.

Brancaccio is a district of some importance. In the 1950s, lemon and orange groves stretched out here as far as the eye could see. Beautiful villas, flowers, swallows and the splendour of Palermo’s Conca d’oro. Then the Sacco di Palermo came along, the great investment scandal which put paid to all that. The era of Vito Ciancimino, Mayor and Andreottiano (associate of Andreotti), transformed this paradise into a miserable hell with a speculative programme of cheap apartment blocks. Good for the drug trade, the conscription of soldiers and the “pizzo” (protection money) demanded of the factories in the so-called industrial zone. In those days, even the dogs had to pay protection money in Brancaccio, so they say. The Graviano brothers, Giuseppe and Filippo, allies of Totò Riina’s Corleone Mafiosi, took charge of the empire as absolute rulers over every soul. Including those who marched past the brothers’ windows during their patron saint processions as a demonstration of their respect and honour. Up until 29 September 1990, when Padre Puglisi was summoned to say Mass at the church of San Gaetano. The son of a cobbler and dressmaker, he had the heart of a lion. His lesson to the congregation was to pray only to God, not to the Mafiosi. He strove to establish the first school between the pitiful dwellings on the Via Hazon, to get the children off the streets. On the evening of his sixty-fifth birthday, the 15 September 1993, he came home to find himself staring down the barrel of a 7.65 silencer. He smiled as he recognised his executioner, Mafia hit man Salvatore Grigoli, 13 murders on his conscience. “Just what I expected” he said, before he died.

He is survived by two things, in addition to the tree in the Giardino della Memoria. His smile, which moved Grigoli to undergo a conversion (“I will never forget the light in his eyes”), turning principal witness after receiving a visit from Karol Wojtyla in jail. And the plaque at the school, named after Puglisi, keeping his memory alive like a posthumous dream, a promise kept.

“They broke in here one night last week, turned the place over and made off with a few old computers”, Costantino and Di Mazio explain as we drive ever so slowly through a crowd who follow our progress or disappear behind their doors. A Piaggio three-wheeler (Apecar) drives alongside us, a little boy standing on the truck bed, trying to keep his balance amongst crates of sea anemones. “I have arrested that driver seven times already. He wants to show he isn’t afraid of us.” At which point he overtakes us with a smile, only to pull up a moment later in front of a bar with darkened blue windows. “The bar owner has gone into hiding.” Immediately alongside is a car mechanic’s, closed down on account of drug dealing. The row continues with a series of empty shops, now used by prostitutes. As far as the gate where somebody was killed a few months ago.

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Costantino lights a cigarette, inhales and tells his partner: “Take a right, so he can see it.” He points out imaginary corpses along the wide road: “We’d pick up at least one every day when things came to a head in the late Eighties, early Nineties. They dropped us off here, in the Via Conte Federico, which runs into the Via Brancaccio. We’d be out on patrol until dawn. First, we’d collect the dead and then we’d go for breakfast.”
Arrested and charged with the 1993 bombings, the Graviano brothers were succeeded by the Guttadauro family. Guiseppe was the boss, a doctor, ruling in the name of Mafia chief Bernardo Provenzano. Giuseppe Guttadauro specialized in hospitals and made life uncomfortable for Sicily’s regional minister, Totò Cuffaro, during his reelection campaign and the Sicilian minister for health, Mimmo Miceli. In this, the penultimate era of the Mafia, private clinics were the new treasure chests waiting to be emptied, receiving government subvention amounting to millions. Much of which passed through Brancaccio.

In Brancaccio, a dose of stepped on cocaine costs between 15-20 Euros. “You can get it around the clock, easier than in the supermarket.” The boys with their mobiles spring into action. They hide their stash in the most unlikely places, even in children’s chocolate surprise eggs for a while, concealed within withered palm leaves. In Brancaccio you can get hold of weapons, explosives and contacts to buy stolen cars, motorbikes, scooters, furniture, televisions or other electronic goods and clothes. “You can find yourself talking to a fifteen year old kid or a seventy year old man. Whatever.”
Brancaccio has experts in weapons-free robberies: they drive to a different part of town, pay a visit to some guy, tell him: we know who you are, we know where you live, we know your children’s timetable. Bring us twenty thousand Euros tomorrow and nobody has to die this time. “This town is like one big cash machine to these characters. Push the button, take the money and go.”

Brancaccio is also home to blowtorch specialists. They break into shops, apartments, offices, fill entire delivery trucks with stolen goods. The vans are unloaded directly into the cellars of the district, into the belly of cheap apartment blocks.

“There is a spot in Brancaccio”, Costantino says, “where there is a particular thing I would really like to do.” He brings the car to a halt up on the Ponte dei Mille bridge, beside the railway station. He gets out and motions to the road before us which leads to the town centre. “You see this road? If I could, I’d cast a net at sunset, just like the fishermen. I would wait until daybreak and catch the sharks of Brancaccio as they race out of town, back from the hunt.” He smiles at the thought. Motorbikes, jeeps, sports cars, shimmering like fish scales. All caught in a big net. “How good would that be?” Knowing full well that his dream will remain just that, he turns his attention  to a half-finished building, remarkably attractive, which they have confiscated from the Mafia. This is earmarked for the new commissariat. Standing for three years already, they are waiting for the final paperwork, the first delivery of bulletproof windows and funding  – equal to the annual salaries of a couple of parliamentarians. Everyone from the commissariat drives by here each day to remind themselves that it really does exist. “There will be central heating and an internet connection as well.” And a bar with decent coffee. And people who don’t growl whenever the Brancagel appear. “Even Brancaccio can get back on its feet”, Costantino tells me. “You asked me why we do this here. I still owe you an answer. Partly out of a sense of responsibility. Partly a sense that all is not lost. There are things we can do every day. Offer our help to those who want to remain upright and to those who have had enough of cowering.” Until the day when there is no need to cast a net for the sharks and the outpost of the lost has served its time.

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#1 Malacarne – Married to the Mob

There is a tragic video recording of the murder of Mariano Bacioterracino, boss of the Sanità district in Naples, always an active hunting ground for the Camorra.

What is remarkable about the video is how composed everyone, including the killer himself, appears at the scene of the execution. “Composure” might sound like something of a paradox, but when a town is in the throes of war, its inhabitants quietly regard events with a sense of cold indifference.

The killer enters a bar, takes a swift look around as if wanting to buy something, then leaves. His prey is standing outside, on the corner of the street, next to a woman who has just purchased a lottery ticket. The killer draws his gun as he crosses the threshold, first shooting the victim in the side, then in the head, the coup de grâce.

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A classic Camorran execution captured on video, a glimpse of reality very different from the image of crime we have grown accustomed to seeing in the cinema. Instantaneous, effective, a carefully premeditated execution.
Such sang-froid, such disciplined movement, this can only be the work of a man who knows his trade. His pistol resting easily in his trouser pocket, the perpetrator emulates none of the techniques of a military operation, he does not stretch out his arm, does not line up his target, there is no shouting. No one notices a thing, it all happens so fast, in the time it takes to drink an espresso at the bar or bump into somebody on a crowded street. All a normal state of affairs, this is how it is when someone is killed.

It is sickening to watch these few seconds of film over and over: the killer enters the bar, looks around, pulls out his gun as he steps outside, one shot to the body, one to the head. A repetitive loop of tape, the same sequence, an exercise in inch-perfect precision from the first to the last gesture. Nothing new, least of all the all-important coup de grâce, as the killer dutifully eliminates any risk of his victim staying alive. The coup de grâce takes care of that.

Anyone who is not a native of Naples is sure to be surprised how the bystanders react in the minutes that follow, as the pool of blood around the dead man’s head grows larger. To the right of the scene, a man with a street stall quietly packs his things together and slopes off with the mininum of fuss. Another man passes by with a little girl in his arms. She looks on inquisitively whilst her father does not bat an eyelid, simply hurrying along with his daughter. The woman with the lottery ticket hears the shots but just moves away, as if nothing more than one of Naples’ typical car accidents has taken place.

In sanctioning the distribution of such a horrific video, the Procura della Repubblica di Napoli, the Public Prosecutor’s Office of Naples, has taken an unprecedented step, eliciting an intense reaction. The idea is to encourage the local inhabitants to come forward and offer their assistance, to get involved in solving a murder case for the first time. People know each other in the Sanità district and the face of the killer – a crucial detail – is clearly visible in the film. Anyone who recognizes him can press charges and the hope is that a large number of folk will do just that, a sign that the community will pull together and, for once, avoid a single individual having to go out on a limb. So that the entire district, so often in the headlines for the blood spilt on its streets, can experience justice for themselves.

Ultimately, the video depicts a tragic reality because, more than anything, it shows how little a life is worth in some parts of Italy.

text from the book MALACARNE – Married to the Mob by Alberto Giuliani (EDEL Germany)

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Roberto Saviano narrating the images of Alberto Giuliani” disable_for_mobile=”on” loop=”on” autoplay=”on” controls=”on” viewstart=”on” viewend=”on” revealfx=”off”]

 

Viaggio a Samarcanda

On the way to Samarkand is a theatre show created by Alberto Giuliani and the musician Cesare Picco, with the voice of Gioele Dix. Viaggio a Samarcanda had its debut at Il Piccolo Teatro di Milano in December 2001.

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2001 la guerra in Afghanistan

Un detto popolare afghano dice che “il tempo è come una pietra in mezzo a una strada”, a significare che il tempo non ha valore.

Sara forse questa la ragione per cui come si raggiunge il confine afghano da Dushanbè, iniziano delle interminabili quanto inspiegabili attese. Fino agli storici giorni della ritirata talebana, Il tajikistan rappresentava l’unica porta di accesso all’afghanistan dell’Alleanza del Nord. E sin dai primi giorni della crisi il ministero degli esteri Tajiko organizzava convogli diretti al confine per le migliaia di giornalisti stranieri arrivati a Dushanbè. Al di la delle “generose” cure stava la volonta di non lasciarsene sfuggire neppure uno gia che ognuno di noi rappresentava una cospicua somma di dollari per le entrate piu o meno legali dei funzionari statali. I 200 Km che separano la capitale Tajika dal confine Afghano costavano circa 200 dollari a giornalista (tra visti,permessi e auto). A questo si aggiungevano poi le spese per il visto afghano che dai 25 dollari del prima della crisi, è arrivato a 200 (e in alcuni casi anche molto di piu). Il tutto nel tormentato mare della burocrazia post-sovietica! 

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Nonostante tutto cio avesse gia del surreale, era solo un assaggio di cio che avrei incontrato alcuni giorni dopo all’interno dell’Afghanistan. I miei compagni di viaggio erano Tim (giornalista di USA Today) e Rose (del canadese national post). Dopo insensate ore di attesa (che talvolta si trasformavano in giorni) al confine Russo/Tajiko/Afghano – gia, perche anche sulla proprieta del confine c’è ancora un po di confusione – , una chiatta mossa da un vecchio trattore diesel, ci porta alla sponda afghana del fiume. Alla luce di un lume a cherosene i nostri passaporti vengono registrati e timbrati. Destinazione comune a tutti, Kojabbaudin, una trentina di chilometri piu a sud. Costo per il trasporto, 200 dollari. Se il buon giorno si vede dal mattino,  il fatto che dopo pochi Km la ns jeepsi capotti, non era di gran auspicio. A K. Idriver ci accompagna al ministero degli esteriQuattro stanze, una latrina e un grande campo pieno di tende al di la del quale si trova il piccolo edificio dove due mesi fa è stato ucciso Massud, oggi affittato dalla NBC.Il ministero era tappa obbligata dei nuovi  arrivati per assolvere alle pratiche burocraticheMquello era anche il luogo dove la maggior parte dei giornalisti alloggiavano.

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Al nostro arrivo le stanze, le tende e tutti i luoghi coperti del ministero erano gia stracolmi di giornalisti, sacchi a pelo, parabole e telefoni satellitari, computer e generatori elettrici. Dove sistemare i nuovi arrivati? Io ero particolarmente fortunato, potevo vantare dei diritti su di una tenda acquistata da amici che avevano appena lasciato il Paese. Faccio valere i miei diritti e mi permetto di invitare un collega italiano di “Avvenire” rimasto senza riparo. Ricevo in cambio una lussuosa cena fatta di parmigiano e biscotti Italiani!  Al ministero cera anche Ezio, inviato di Uno Mattina. Era li da un paio di settimane e dallalto della sua esperienza mi chiarisce subito le regole del campo: costa 10 dollari al giorno la tenda e 20 la stanza (con o senza vetri alle finestre, si poteva quasi scegliere), pero ci tiene a precisare che non sono cosi fiscali nei controlli e al momento di pagare si puo barare. Nel prezzo è compresa la colazione (pane afghano) e la cena (riso e fagioli). Tea a volonta tutto il giorno. Piu o meno il percorso era simile a tutti:si parte dalla tenda (senza catino) per passare alla stanza senza vetri alle finestre e quando qualche amico lascia una delle altre due stanze ti sposti e ci resti. Ogni mattina decidi dove andare e passi per l’ufficio (la quarta stanza) dopo le 9 col tuo traduttore ed il tuo autista (obbligatori) e ti rilasciano una lettera di autorizzazione. Mentre oltre confine i grandi network televisivi raccontavano una guerra imponente, l’aria che si respirava in afghanistan era decisamente diversa. La domanda piu ricorrente tra tutti i giornalisti era: tu cosa fai oggi?”.  I luoghi da vedere e da raccontare erano sempre gli stessi e uguali per tutti. Non accadeva nulla di nuovo. Dopo una settimana l’unica cosa che restava da fare era ricominciare da capo. Anche da Jalabalsaraj e la valle del Panshir non arrivavano notizie migliori. Ma le esigenze del jetset mediatico erano ben diverse. A tutti i costi era necessario avere la notizia non fosse altro per giustificare gli imponenti investimenti economici dei grandi media. Mentre fuori si vive il medio evo e la fame, i grandi compound delle maggiori televisioni non mancavano di nulla. Dall’acqua calda alle marmellate. Era ben piu dura la situazione per i numerosi inviati della carta stampata che accampati alla meno peggio non disponevano di gran optional. Il giorno che ho scoperto che era a volte possibile avere delle uova a colazione pagando in nero un funzionario del ministero, sono riuscito a mettere su un piccolo business che richiamava colleghi da tutti gli angoli dell’accampamento. Il prezzo era degno di un ristorante occidentale ma adeguato ai costi della vita da giornalista a Kojabbauddin. Il costo di un autista e di un interprete per una giornata variava dai 200 ai 300 dollari. Le auto e gli interpreti realmente buoni non erano tanti e per loro il prezzo saliva al miglior offerente. Se poi si decideva di spostarsi dalla città le tariffe volavano inspiegabilmente alle stelle. Una televisione spagnola è arrivata a pagare 5000 dollari per un auto che li portasse in Panshir (2/3 giorni di viaggio). Tutto va comparato alla realta locale dove un ottimo impiego puo fruttare 20 dollari al mese. Ma il problema principale restavano gli avvenimenti, che non avvenivano. Cosi il clima si trasformava in una estenuante attesa. Il clima si è scaldato un po quando il pomeriggio del 29 ottobre la prima bomba americana viene sganciata sulla prima linea talebana nei pressi di Kojabb. I continui bombardamenti USA non cambiarono niente della vita quotidiana dell’alleanza del nord se non che si diregevano al fronte con maggior curiosita di quanto non facessero prima. La terra che tremava li faceva sorridere e tutto sembrava un grande gioco. In molti casi i soldati dell’alleanza al fronte non avevano piu munizioni da sparare perche le avevano sparate tutte per i giornalisti dietro lauta ricompensa.

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E mentre le tv raccontavano di furiosi combattimenti al fronte, i mujeiidin parlavano per radio con i Talebani chiededogli dei bombardamenti. Di certo l’alleanza ne era pronta ne aveva voglia di avanzare. La guerra che combattevano era cosa vecchia. In fondo mi domandavo che cosa in una terra tanto inospitale si potesse fare se non la guerra. Dallaltro canto in una situazione tanto statica, i grandi giornalisti di guerra preparavano i loro bagagli e lasciavano il paese rimandando con assoluta certezza l’appuntamento alla prossima primavera. Di certo il Ramadan e linverno avrebbero congelato la situazione. E un intervento americano di terra era praticamente impossibile. Nel giro di un paio di settimane a Kojabbaudin erano rimasti solo i grandi network televisivi e una manciata di fotografi e giornalisti. Le migliori condizioni atmosferiche (assenti da settimane) hanno permesso alle decine di giornalisti bloccate in Panshir di rientrare in Tajikistan. Il Paese si stava svuotando nella evidente preoccupazione di autisti, traduttori e impiegati ministeriali. E anche io assieme a due colleghi spagnoli decido di rientrare. Ancora 150 dollari per tornare al fiume e la chiatta che ci traghetta sulla sponda Tajika. Impressionante come dopo aver conosciuto il medio evo, il depresso Tajikistan ci sembrasse Las Vegas. Dopo poche ore ero gia seduto su un comodo sofa di dushanbe sorseggiando wisky e guardando BBC World. La notizia del giorno era che le truppe dellalleanza stavano muovendo verso Mazar i Sharif. Mi dico che era impossibile e passo al canale russo. L’indomani corro a prenotare il mio volo per Monaco, gia overbooked dallimpressionante numero di giornalisti in rientro. Ottengo un posto. Sul mio volo la troupe rai di Ennio Reimondino. All’arrivo a Monaco la conferma della notizia che le truppe dellalleanza erano entrate a Kabul. Nessuno era riuscito ad immaginare una possibile ritirata dell’esercito Talebano.

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 Lteoria di Sultani

 Sultani è un buon traduttore. Un giorno con un collega di Asia Week abbiamo avuto modo di chiacchierare un po sulla sua vita ed è uscito fuori che Sultani è un medico, laureato a Kabul una decina di anni prima. Particolarmente colto e aperto, mi sono permesso di fargli delle domande sulle donne afghane che ritengo molto belle. Lui ci ha illustrato una teoria che ha studiato sui libri all’universita e che a suo dire ha avuto modo di verificare di persona secondo cui fare troppo sesso e guardare film porno fa perdere la memoria e fa diventare ciechi. Nei casi piu drammatici porta alla paralisi!  Cercavo di sdrammatizzre e mi lascio sfuggire una domanda sulla prostituzione in Afghanistan  Sultani mi dice che è abbastanza frequente. Bisogna andare nei mercati, guardare un po le donne e cercare di capire quli sono disponibili… non sono pero riuscito ad immaginarmi come cio sia possibile gia che tutte indossano il burqa. Ma mi fido del Dr. Sultani.

Il matrimonio di Fayaz

  Fayaz è un pessimo traduttore ma va aiutato per la sua buona causa. Sta cercando di mettere da parte soldi per comprarsi una moglie. Non è particolarmente bello ne particolarmente intelligente ma questo in Afghanistan non conta molto. Le donne si comprano (fino a un massimo di 4) e costano mediamente 2 o 3000 dollari (luna). Ho provato ad aiutarlo ingaggiandolo per un paio di giorni, ma lui non aiutava me col suo inglese improvvisato.

La giornata tipo

Sveglia all’alba. Visita alla latrina (il peggior momento della giornata) Attesa (variabile dai 30’alle 2 ore) per la distribuzione del pane e del tea. Ribollitura del tea dopo che un po di colleghi hanno passato giorni in latrina. Fila allufficio del ministero per il permesso per andare al fronte.  Verso le 9,30/10 si parte per Dashti Kala (dove passa la prima linea). 35 Km di non strada, per arrivare al comando militare che deva vidimare la lettera. E’ necessario parlare con il comandante. Pur essendo una pura formalità puo richiedere ore gia che tutti sono comandanti in afghanistan ma nessuno è mai quello giusto. La tappa successiva è al fiume. Si contratta un prezzo per avere un cavallo con cui attraversare il fiume(solitamente 20 dollari). Ancora 1 ora di cavallo. Si arriva al fronte. Qui controllano la lettera anche se nel 90 percento dei casi l’addetto è analfabeta. Parte la visita alle trincee. Nei giorni di punta i giornalisti riempiono le polverose trincee e bisogna aspettare il proprio turno per lo sand-up o le foto. Pranzo consistene in orribili biscotti iraniani alla vaniglia. Di nuovo a cavallo verso il fiume. Traversata (per molti non indolore gia che ho visto piu di un fotografo cadere in acqua con tutta l’attrezzatura). Ancora unora di auto e di nuovo al Ministero. Chi doveva spedire larticolo dispiegava sull’unico tavolo disponibile computer, tel satellitari, macchine fotografiche. Chi arrivava tardi doveva attendere che almeno una delle tre prese di corrente si liberasse. Chi era impegnato coi moderni sistemi digitali restava in piedi fino a tardi combattendo con la corrente elettrica che andava e veniva a piacimento del vecchio generatore diesel, con le linee satellitari che facevano altrettanto. Gli altri formavano dei capannelli di gente dalle proveninienze piu disparate che si raccontavano i fatti del giorno. E si potevano sentire le tragiche interviste fatte a bambini senza gambe ne genitori (che funziona sempre, specialmente se i genitori sono stati uccisi dai talebani) fino alle drammatiche vicende di corna d’oltreoceano. La cena era attesa con trepidazione non tanto per la fame (che ormai non si accusava piu) quanto perché scandiva un momento della giornata prossima alla fine. E il fatto di trovarsi sempre di fronte un pugno di riso e una cucchiaiata di fagioli era talvolta uno stimolo per lanciarsi nella preparazione di piatti piu ricercati quali riscaldare con cura e pazienza una scatoletta di sardine al pomodoro…  

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