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L’amore, un prete e una suora

“Avanti sorella, faccia presto” gridava Padre Oscar Bosisio con quanto fiato avesse in gola. Suor Fanny, immersa fino alle ginocchia nel fango, guadava le acque torbide del fiume Mansoa, nel cuore della Guinea Bissau, sorretta dalle mani di qualche donna del villaggio. Nel cielo terso dei tropici e sotto i fischi delle bombe, sventolava alta la bandiera bianca di Oscar, che si arrendeva alla guerra e al destino.

Giunta alla riva, nell’abbraccio fraterno di quel prete, suor Fanny si tolse il velo celeste del noviziato e tra le vie disastrate della guerra, disse: “Padre, non capisco perché strillasse tanto, ma si ricordi che d’ora in avanti io sono l’unico medico della città e lei l’unico prete. Credo che dovremmo aiutarci”.

Fanny Rankin aveva studiato medicina a Cuba, il suo paese natale. Era la studente migliore della facoltà e nel nome di quella Revolucion che portava nel cuore e che cantava per le vie di L’Havana a passo militare, aveva partecipato in gioventù a molte missioni governative, qua e la nella metà di mondo oltre il muro di Berlino. “La solidarietà marxista-leninista dipingeva un mondo perfetto, ma ciò che quel dogma generava era miseria, proibizione, incapacità di trovare risposte alle domande fondamentali della vita. Chi sono e dove sto andando”. Con queste parole oggi Fanny racconta l’oppressione di quei pensieri ai quali non trovava risposte, fino a quando la sua Revolucion non la portò per la prima volta in Guinea Bissau. “Mi avevano mandato per curare una popolazione ridotta alla fame, ma non avevo né medicine né cibo” racconta. Davanti a quella frustrazione, in una sera di lacrime, una suora clarissa le si avvicinò: “non resta che la speranza della preghiera” le aveva detto. Fanny, che dell’ateismo ne aveva fatto un credo, si ritrovò a sollevare le mani al cielo e a invocare l’aiuto di Dio. Nelle parole di quella suora aveva trovato il conforto della carità e un’amore che per tutta la vita aveva cercato. “Nella fede trovai l’equilibrio tra tutte le cose. La ragione del mio essere al mondo e l’impegno nell’aiutare gli altri” racconta. Mentre i compagni cubani salivano su un aereo per tornare in patria, Fanny scappò dal comunismo e si rifugiò tra le mura del convento di Bissau e i libri della Facoltà di Teologia di Roma.

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“Ogni fede diventa una gabbia nelle mani imperfette dell’uomo” racconta Fanny, che nell’agosto del 1998, quando scoppiò la guerra in Guinea Bissau, scappò anche dal suo Dio che la voleva chiusa in un convento a pregare, per tornare a sporcarsi le mani d’amore. Mentre tutti fuggivano dalla ferocia africana della guerra civile, Fanny guadava il fiume controcorrente per accogliere la richiesta di aiuto di quel Padre Missionario a cui ora non importava più quale divisa si vestisse, davanti alla morte non ci sono ideologie.

Quando Padre Oscar portò Fanny nella sua parrocchia, nel centro della capitale, ad aspettarli c’erano 13.000 persone, malati, feriti e affamati. “Qui non esiste più niente. Adesso che lei è arrivata, questa chiesa diventerà l’ospedale” le aveva detto lui. Nella biblioteca sistemarono i vecchi, la sagrestia divenne la sala parto, e la chiesa si trasformò nel reparto pediatrico. In un’ammirazione reciproca che cresceva ogni giorno, Fanny e Padre Oscar assistevano tutti, compresi i soldati del Presidente e i miliziani ribelli. Ma le medicine scarseggiavano mentre le prime epidemie iniziavano a diffondersi tra i feriti. “Una sola fiala di Valium e tre bambini con le convulsioni. Dovevo decidere ogni giorno chi viveva e chi doveva morire” racconta Fanny con il dolore ancora negli occhi. Alle mani giunte di una statua della Madonna venivano appese le flebo, mentre sotto una croce spezzata dall’artiglieria Padre Oscar tendeva le braccia ai centinaia di bambini abbandonati e malnutriti. Alberi e arbusti intorno alla parrocchia si spogliarono di ogni foglia, strappate dalla fame di migliaia di persone che le facevano bollire pur di avere qualcosa da mettere sotto i denti.

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“Eppure quella guerra è stata una maternità per la mia vita” spiega oggi Fanny. Non le servivano più le dottrine di Marx come le parole di Cristo; sotto le bombe che non fanno distinzioni, chiunque fu al suo fianco divenne per lei un fratello. E finalmente Fanny si scoprì libera di amare.

Una sera di novembre, nel silenzio della città affogata in una tregua, Fanny e Padre Oscar si ritrovarono seduti ai piedi del cristo mutilato, sul sagrato della chiesa. I loro corpi si sfioravano e i loro sguardi ormai non potevano più fuggire i sentimenti. “In guerra non c’è tempo per pensare all’amore. Ma ora, cosa facciamo?” aveva detto Fanny. “Sono un prete”, aveva risposto lui abbassando lo sguardo, come chi fugge la propria immagine riflessa in una stanza di specchi. “Domani tornerò a Roma” aveva poi aggiunto.

Dopo la partenza di Oscar, ci furono quasi sei mesi di silenzio, riempiti dalle centinaia di pazienti che ogni giorno Fanny visitava nella parrocchia e nei villaggi circostanti. La pace dei soldati sembrava reggere, ma nel cuore di Oscar era scoppiata una guerra inattesa. Lui che nella sua missione di fede, intrapresa all’età di tredici anni, aveva affrontato ogni disperazione umana nell’Africa nera, ora si sentiva impotente davanti alla forza delle emozioni e alle domande che la ragione gli imponeva. “Il Signore mi aveva messo davanti l’amore, e la chiesa mi chiedeva di negarlo, come nelle mie omelie dovevo negare l’uso del profilattico, quando tra le mie braccia morivano centinaia di donne e bambini malati di AIDS”. Chiedendo perdono, Oscar lasciò la croce che portava al collo sulla scrivania del Pontificio Istituto Missioni Estere di Roma, e con l’amore di Cristo nel cuore, tornò da Fanny nella sua Bissau.

“Ci amiamo incondizionatamente, compensando ogni giorno i vuoti dell’altro, finalmente senza sciocchi tabù” ammette Fanny mentre la sua mano cerca le carezze di Oscar.

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Insieme, con l’aiuto dell’ospedale Sacco di Milano e l’eredità di un amico prete, costruirono il primo centro per malati di AIDS del Paese che ancora oggi cura ottomila pazienti all’anno, tra donne e bambini. Mano nella mano, fino nelle remote regioni del Sonaco e della Bula , Fanny e Oscar hanno portato il loro aiuto vivendo la pienezza del loro amore, che nel gennaio del 2007 gli diede un figlio che chiamarono Alessandro. Con quell’angelo biondo dagli occhi celesti infagottato sulla schiena, come ogni donna africana, Fanny continuò la sua missione fino alla notte in cui il Paese cadde sotto la scure di un nuovo conflitto. Senza alcun bagaglio e col dolore nel cuore, Fanny e Oscar lasciarono la loro gente, per portare in salvo il piccolo Alessandro che aveva appena compiuto due anni. Lo stringeva forte a se Fanny, cantando una nenia in creolo, mentre la loro auto zigzagava tra le bombe e i posti di blocco. Raggiunsero il Senegal, e da lì l’Italia.

“Avremmo atteso di capire gli sviluppi militari, ci saremmo organizzati e saremmo tornati, perché quella gente aveva bisogno di noi, e noi di loro”.

Ma il destino voleva il loro amore sul fronte di un’altra guerra, che avrebbe stravolto ogni piano, per sempre. L’angoscia vissuta da Alessandro nella fuga, aveva scatenato in lui un forte stato di malessere. Nel calore della loro casa in Italia, lui stava seduto in un angolo, il capo rivolto al pavimento, incapace di pronunciare qualsiasi parola. Autismo fu la diagnosi dei medici. “Sapevo bene cosa significasse” dice Fanny, “e fu più doloroso della guerra” aggiunge. La ricerca delle cure migliori per il loro bambino, li ha portati fino a Miami, in una casetta dell’impeccabile provincia americana, col prato verde, le staccionate dipinte di bianco e una piscina nel backyard. Qui Fanny e Oscar vivono le loro giornate, scandite dagli orari delle terapie e dalla gioia di ogni piccola conquista di Alessandro. Ma la sera, appena lui si addormenta, loro si siedono davanti a una webcam e tenendosi ancora per mano, coordinano i medici nei loro centri sanitari sparsi per tutta la Guinea Bissau. “Alessandro oggi è la nostra missione, la nostra Africa di ogni giorno” spiega Fanny, “ma ogni suo sorriso è per me una rinascita” aggiunge, col tono di una madre che non ha paura.

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2001 la guerra in Afghanistan

Un detto popolare afghano dice che “il tempo è come una pietra in mezzo a una strada”, a significare che il tempo non ha valore.

Sara forse questa la ragione per cui come si raggiunge il confine afghano da Dushanbè, iniziano delle interminabili quanto inspiegabili attese. Fino agli storici giorni della ritirata talebana, Il tajikistan rappresentava l’unica porta di accesso all’afghanistan dell’Alleanza del Nord. E sin dai primi giorni della crisi il ministero degli esteri Tajiko organizzava convogli diretti al confine per le migliaia di giornalisti stranieri arrivati a Dushanbè. Al di la delle “generose” cure stava la volonta di non lasciarsene sfuggire neppure uno gia che ognuno di noi rappresentava una cospicua somma di dollari per le entrate piu o meno legali dei funzionari statali. I 200 Km che separano la capitale Tajika dal confine Afghano costavano circa 200 dollari a giornalista (tra visti,permessi e auto). A questo si aggiungevano poi le spese per il visto afghano che dai 25 dollari del prima della crisi, è arrivato a 200 (e in alcuni casi anche molto di piu). Il tutto nel tormentato mare della burocrazia post-sovietica! 

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Nonostante tutto cio avesse gia del surreale, era solo un assaggio di cio che avrei incontrato alcuni giorni dopo all’interno dell’Afghanistan. I miei compagni di viaggio erano Tim (giornalista di USA Today) e Rose (del canadese national post). Dopo insensate ore di attesa (che talvolta si trasformavano in giorni) al confine Russo/Tajiko/Afghano – gia, perche anche sulla proprieta del confine c’è ancora un po di confusione – , una chiatta mossa da un vecchio trattore diesel, ci porta alla sponda afghana del fiume. Alla luce di un lume a cherosene i nostri passaporti vengono registrati e timbrati. Destinazione comune a tutti, Kojabbaudin, una trentina di chilometri piu a sud. Costo per il trasporto, 200 dollari. Se il buon giorno si vede dal mattino,  il fatto che dopo pochi Km la ns jeepsi capotti, non era di gran auspicio. A K. Idriver ci accompagna al ministero degli esteriQuattro stanze, una latrina e un grande campo pieno di tende al di la del quale si trova il piccolo edificio dove due mesi fa è stato ucciso Massud, oggi affittato dalla NBC.Il ministero era tappa obbligata dei nuovi  arrivati per assolvere alle pratiche burocraticheMquello era anche il luogo dove la maggior parte dei giornalisti alloggiavano.

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Al nostro arrivo le stanze, le tende e tutti i luoghi coperti del ministero erano gia stracolmi di giornalisti, sacchi a pelo, parabole e telefoni satellitari, computer e generatori elettrici. Dove sistemare i nuovi arrivati? Io ero particolarmente fortunato, potevo vantare dei diritti su di una tenda acquistata da amici che avevano appena lasciato il Paese. Faccio valere i miei diritti e mi permetto di invitare un collega italiano di “Avvenire” rimasto senza riparo. Ricevo in cambio una lussuosa cena fatta di parmigiano e biscotti Italiani!  Al ministero cera anche Ezio, inviato di Uno Mattina. Era li da un paio di settimane e dallalto della sua esperienza mi chiarisce subito le regole del campo: costa 10 dollari al giorno la tenda e 20 la stanza (con o senza vetri alle finestre, si poteva quasi scegliere), pero ci tiene a precisare che non sono cosi fiscali nei controlli e al momento di pagare si puo barare. Nel prezzo è compresa la colazione (pane afghano) e la cena (riso e fagioli). Tea a volonta tutto il giorno. Piu o meno il percorso era simile a tutti:si parte dalla tenda (senza catino) per passare alla stanza senza vetri alle finestre e quando qualche amico lascia una delle altre due stanze ti sposti e ci resti. Ogni mattina decidi dove andare e passi per l’ufficio (la quarta stanza) dopo le 9 col tuo traduttore ed il tuo autista (obbligatori) e ti rilasciano una lettera di autorizzazione. Mentre oltre confine i grandi network televisivi raccontavano una guerra imponente, l’aria che si respirava in afghanistan era decisamente diversa. La domanda piu ricorrente tra tutti i giornalisti era: tu cosa fai oggi?”.  I luoghi da vedere e da raccontare erano sempre gli stessi e uguali per tutti. Non accadeva nulla di nuovo. Dopo una settimana l’unica cosa che restava da fare era ricominciare da capo. Anche da Jalabalsaraj e la valle del Panshir non arrivavano notizie migliori. Ma le esigenze del jetset mediatico erano ben diverse. A tutti i costi era necessario avere la notizia non fosse altro per giustificare gli imponenti investimenti economici dei grandi media. Mentre fuori si vive il medio evo e la fame, i grandi compound delle maggiori televisioni non mancavano di nulla. Dall’acqua calda alle marmellate. Era ben piu dura la situazione per i numerosi inviati della carta stampata che accampati alla meno peggio non disponevano di gran optional. Il giorno che ho scoperto che era a volte possibile avere delle uova a colazione pagando in nero un funzionario del ministero, sono riuscito a mettere su un piccolo business che richiamava colleghi da tutti gli angoli dell’accampamento. Il prezzo era degno di un ristorante occidentale ma adeguato ai costi della vita da giornalista a Kojabbauddin. Il costo di un autista e di un interprete per una giornata variava dai 200 ai 300 dollari. Le auto e gli interpreti realmente buoni non erano tanti e per loro il prezzo saliva al miglior offerente. Se poi si decideva di spostarsi dalla città le tariffe volavano inspiegabilmente alle stelle. Una televisione spagnola è arrivata a pagare 5000 dollari per un auto che li portasse in Panshir (2/3 giorni di viaggio). Tutto va comparato alla realta locale dove un ottimo impiego puo fruttare 20 dollari al mese. Ma il problema principale restavano gli avvenimenti, che non avvenivano. Cosi il clima si trasformava in una estenuante attesa. Il clima si è scaldato un po quando il pomeriggio del 29 ottobre la prima bomba americana viene sganciata sulla prima linea talebana nei pressi di Kojabb. I continui bombardamenti USA non cambiarono niente della vita quotidiana dell’alleanza del nord se non che si diregevano al fronte con maggior curiosita di quanto non facessero prima. La terra che tremava li faceva sorridere e tutto sembrava un grande gioco. In molti casi i soldati dell’alleanza al fronte non avevano piu munizioni da sparare perche le avevano sparate tutte per i giornalisti dietro lauta ricompensa.

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E mentre le tv raccontavano di furiosi combattimenti al fronte, i mujeiidin parlavano per radio con i Talebani chiededogli dei bombardamenti. Di certo l’alleanza ne era pronta ne aveva voglia di avanzare. La guerra che combattevano era cosa vecchia. In fondo mi domandavo che cosa in una terra tanto inospitale si potesse fare se non la guerra. Dallaltro canto in una situazione tanto statica, i grandi giornalisti di guerra preparavano i loro bagagli e lasciavano il paese rimandando con assoluta certezza l’appuntamento alla prossima primavera. Di certo il Ramadan e linverno avrebbero congelato la situazione. E un intervento americano di terra era praticamente impossibile. Nel giro di un paio di settimane a Kojabbaudin erano rimasti solo i grandi network televisivi e una manciata di fotografi e giornalisti. Le migliori condizioni atmosferiche (assenti da settimane) hanno permesso alle decine di giornalisti bloccate in Panshir di rientrare in Tajikistan. Il Paese si stava svuotando nella evidente preoccupazione di autisti, traduttori e impiegati ministeriali. E anche io assieme a due colleghi spagnoli decido di rientrare. Ancora 150 dollari per tornare al fiume e la chiatta che ci traghetta sulla sponda Tajika. Impressionante come dopo aver conosciuto il medio evo, il depresso Tajikistan ci sembrasse Las Vegas. Dopo poche ore ero gia seduto su un comodo sofa di dushanbe sorseggiando wisky e guardando BBC World. La notizia del giorno era che le truppe dellalleanza stavano muovendo verso Mazar i Sharif. Mi dico che era impossibile e passo al canale russo. L’indomani corro a prenotare il mio volo per Monaco, gia overbooked dallimpressionante numero di giornalisti in rientro. Ottengo un posto. Sul mio volo la troupe rai di Ennio Reimondino. All’arrivo a Monaco la conferma della notizia che le truppe dellalleanza erano entrate a Kabul. Nessuno era riuscito ad immaginare una possibile ritirata dell’esercito Talebano.

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 Lteoria di Sultani

 Sultani è un buon traduttore. Un giorno con un collega di Asia Week abbiamo avuto modo di chiacchierare un po sulla sua vita ed è uscito fuori che Sultani è un medico, laureato a Kabul una decina di anni prima. Particolarmente colto e aperto, mi sono permesso di fargli delle domande sulle donne afghane che ritengo molto belle. Lui ci ha illustrato una teoria che ha studiato sui libri all’universita e che a suo dire ha avuto modo di verificare di persona secondo cui fare troppo sesso e guardare film porno fa perdere la memoria e fa diventare ciechi. Nei casi piu drammatici porta alla paralisi!  Cercavo di sdrammatizzre e mi lascio sfuggire una domanda sulla prostituzione in Afghanistan  Sultani mi dice che è abbastanza frequente. Bisogna andare nei mercati, guardare un po le donne e cercare di capire quli sono disponibili… non sono pero riuscito ad immaginarmi come cio sia possibile gia che tutte indossano il burqa. Ma mi fido del Dr. Sultani.

Il matrimonio di Fayaz

  Fayaz è un pessimo traduttore ma va aiutato per la sua buona causa. Sta cercando di mettere da parte soldi per comprarsi una moglie. Non è particolarmente bello ne particolarmente intelligente ma questo in Afghanistan non conta molto. Le donne si comprano (fino a un massimo di 4) e costano mediamente 2 o 3000 dollari (luna). Ho provato ad aiutarlo ingaggiandolo per un paio di giorni, ma lui non aiutava me col suo inglese improvvisato.

La giornata tipo

Sveglia all’alba. Visita alla latrina (il peggior momento della giornata) Attesa (variabile dai 30’alle 2 ore) per la distribuzione del pane e del tea. Ribollitura del tea dopo che un po di colleghi hanno passato giorni in latrina. Fila allufficio del ministero per il permesso per andare al fronte.  Verso le 9,30/10 si parte per Dashti Kala (dove passa la prima linea). 35 Km di non strada, per arrivare al comando militare che deva vidimare la lettera. E’ necessario parlare con il comandante. Pur essendo una pura formalità puo richiedere ore gia che tutti sono comandanti in afghanistan ma nessuno è mai quello giusto. La tappa successiva è al fiume. Si contratta un prezzo per avere un cavallo con cui attraversare il fiume(solitamente 20 dollari). Ancora 1 ora di cavallo. Si arriva al fronte. Qui controllano la lettera anche se nel 90 percento dei casi l’addetto è analfabeta. Parte la visita alle trincee. Nei giorni di punta i giornalisti riempiono le polverose trincee e bisogna aspettare il proprio turno per lo sand-up o le foto. Pranzo consistene in orribili biscotti iraniani alla vaniglia. Di nuovo a cavallo verso il fiume. Traversata (per molti non indolore gia che ho visto piu di un fotografo cadere in acqua con tutta l’attrezzatura). Ancora unora di auto e di nuovo al Ministero. Chi doveva spedire larticolo dispiegava sull’unico tavolo disponibile computer, tel satellitari, macchine fotografiche. Chi arrivava tardi doveva attendere che almeno una delle tre prese di corrente si liberasse. Chi era impegnato coi moderni sistemi digitali restava in piedi fino a tardi combattendo con la corrente elettrica che andava e veniva a piacimento del vecchio generatore diesel, con le linee satellitari che facevano altrettanto. Gli altri formavano dei capannelli di gente dalle proveninienze piu disparate che si raccontavano i fatti del giorno. E si potevano sentire le tragiche interviste fatte a bambini senza gambe ne genitori (che funziona sempre, specialmente se i genitori sono stati uccisi dai talebani) fino alle drammatiche vicende di corna d’oltreoceano. La cena era attesa con trepidazione non tanto per la fame (che ormai non si accusava piu) quanto perché scandiva un momento della giornata prossima alla fine. E il fatto di trovarsi sempre di fronte un pugno di riso e una cucchiaiata di fagioli era talvolta uno stimolo per lanciarsi nella preparazione di piatti piu ricercati quali riscaldare con cura e pazienza una scatoletta di sardine al pomodoro…  

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